Feb 222015
 

Martina Daraio

Scrisse Volponi: “chi è partito ha ragione” ma “chi fugge salva solo se stesso / come un passero, se un passero / si salva fuori del branco”. C’è qualcosa di molto simile in questa tentazione alla “fuga” degli anni raccontati da Volponi e quelli in corso, che vedono sempre più giovani italiani partire per l’estero. Sono anni di profonda mutazione, in cui il cambiamento scuote ogni ambito dell’esistenza: dalla politica, al lavoro, al rapporto degli uomini con se stessi e con gli spazi che vivono.

Dinanzi ad un disorientamento tanto forte il comportamento più naturale è quello di provare a razionalizzare ciò che accade. Prima ancora, è però necessario trovare un punto di riferimento solido e stabile su cui poter agganciare i ragionamenti. Numerose discipline, dalla critica letteraria, alla storia, alla geografia, negli ultimi anni sono arrivate a convergere sullo stesso punto di partenza: il territorio. La coordinata spaziale sembra l’unica ad aver conservato la sua “realtà” dopo che quella temporale ha iniziato a sfaldarsi e relativizzarsi con mezzi di trasporto e comunicazione sempre più veloci. Continue reading »

Feb 182015
 

Francesco Filia

 

 

L’uomo non si rassegna/ ad una vita senza storia,/ lascia tracce sul suo percorso,/ anche se si è appena mosso. Il cane di Pavlov (resoconto di una perizia), Edizioni D’If , 2013 – ultima opera di Vincenzo Frungillo – è un’altra magnifica esplorazione nel rapporto tra bios e storia, questa volta visto nell’ottica del rapporto traeros e scienza, o, meglio, Continue reading »

Feb 162015
 

Marco Giovenale

Andrea Inglese, nel suo libro di versi e prose La grande anitra (Oèdipus, 2013), elabora e articola=ramifica una struttura intenzionalmente contraddittoria più che complessa; un ecosistema chiuso e insieme infinito, pieno di cose: la struttura o teatro in cui tutto si ambienta è una sorprendente grande «anitra cotta» dentro il cui ventre svuotato e reso abitabile tre personaggi non solo si muovono fra gesti ed elucubrazioni ma anche scrivono (scrive «meditazioni» il primo, A.I.; scrive «visioni» la seconda, Minnie; scrive «poesie» il terzo, Guardiano notturno), e si impossessano – da auctores – delle tre sezioni in cui il volume appunto si divide.

Questo ecosistema (o anti-egosistema) prende le distanze dall’allegorizzare e metaforizzare; non perché eviti di accumulare in sé (e sia in sé) allegoria, figura, metafore. È inevitabile che accumuli rinvii e profili così pensati. Il linguaggio ne è tessuto, di fatto, e così questo libro. Ma il loro accatastamento è scientemente quasi scientificamente finalizzato proprio alla vaporizzazione di ogni tensione rigida all’allegorizzare (e metaforizzare) solito, transitivo, diretto. È semmai una freccia lanciata contro le frecce biunivoche troppo facili che in qualsiasi manuale uniscono due punti A e B noiosamente distanti.

L’efflorescenza verbale ossessiva, la lista, l’elencazione (fin dalla prima raccolta organica, Inventari, 2001), l’irraggiamento semantico, i frequenti rapidi spostamenti di focus dell’attenzione: Continue reading »

Feb 142015
 

Vincenzo Frungillo

 

L’ultimo libro di Arturo Mazzarella, Il male necessario (Bollati&Boringhieri, anno 2014), si propone un compito delicato: analizzare il senso del male nella produzione artistico-letteraria dei nostri giorni. L’intuizione davvero notevole di questo saggio sta nell’aver riportato l’esperienza del male dalla dimensione etica a quella estetica. Così il Don Giovanni mozartiano, affrontato da Kierkegaard in Enter-Eller, diventa un modello per i nostri tempi. “Egli non apparteneva alla realtà, e tuttavia con essa aveva molto a che fare […] Non soccombe sotto il peso della realtà, non era troppo debole per sostenerlo, no, era troppo forte; ma questa forza era una malattia. Appena la realtà aveva perso il suo significato di stimolo, era disarmato; stava qui il male. Continue reading »

Feb 102015
 

Vincenzo Bagnoli

Francesca Matteoni scrive principalmente poesie, ma è anche autrice di saggi densi e interessanti; in rete ha pubblicato interventi sulla cultura contemporanea e soprattutto, essendo studiosa di queste materie, su fiabe e folklore, temi anche del suo saggio Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (l’ho definita una volta «fiabologa», ma non se questo dica tutto delle sue ampie competenze antropologiche). Di fiabe, in particolare di riletture (e riscritture) di fiabe, è anche autrice e promotrice (sul blog fiabesca.org): infaticabile organizzatrice di eventi, ha la capacità non comune di indurre gli altri a dare il meglio si sé.

Con questo libro prova una misura che finora non aveva tentato, quella del romanzo. A dire il vero, le raccolte di poesia contemporanea spesso hanno il respiro del romanzo (anche se i lettori, che snobbano la poesia, colpevolmente, non lo sanno); e in particolare le raccolte di Francesca, per il suo tipo di scrittura poematica, contengono forti elementi narrativi. A rigore, quindi, non possiamo considerarlo un «debutto»…

E poi: cosa intendiamo in realtà oggi quando ci serviamo dell’etichetta «romanzo»? La definizione è infatti tutt’altro che ovvia, se si voglia andare appena un passo più in là della grossolana categoria «merceologica»… perché quello del romanzo è un genere attualmente in crisi, nel pieno di problemi d’identità, forse più della poesia stessa. E se da un lato l’editore ha collocato Tutti gli altri in una collana di romanzi, dall’altro a una prima vista si potrebbe anche dubitare che lo sia a pieno titolo: scorrendo infatti l’indice, ci si trova davanti a una serie di nomi di persona e questa eterogeneità, unitamente all’assenza di una scansione cronologica per capitoli, potrebbe far pensare piuttosto alla raccolta di racconti. È però vero che queste figure eponime, collocate ognuna al centro dei vari nuclei del romanzo, sono fortemente archetipiche, proprio come i personaggi degli arcani maggiori dei tarocchi (di cui Francesca è studiosa), e quindi, come tutti gli archetipi, rivelano subito la tendenza a non restarsene tranquilli al proprio posto, e anzi a combinarsi fra loro, a intrecciarsi in trame e storie. Inoltre, entrando di più nel testo, si nota in tutte le parti di cui esso è composto il ricorrere della stessa voce che dice «io», quindi la presenza ricorrente della medesima narratrice (che coincide parzialmente con l’autrice), la quale, attraverso le varie storie dei singoli personaggi, racconta il proprio crescere ed evolversi, da bambina ad adolescente, quindi a giovane adulta e infine adulta, ma un’adulta che continua sempre a mantenersi uguale alla bambina che era, per il modo di guardare e sentire il mondo, e in particolare certi aspetti del mondo: la fragilità corporea, animale davanti al dolore e alla morte, la tenera e «benevola» indifferenza del paesaggio davanti a questo dolore, la meraviglia della distanza e dell’uguaglianza/somiglianza che si ritrova attraverso tali distanze, spaziale o temporale. Continue reading »

Feb 062015
 

Vincenzo Frungillo

 

La critica è fatta di singole sensibilità letterarie che riescono ad ampliare la visione dei lettori. La capacità percettiva, la sensibilità, non è faccenda secondaria. A questa, va da sé, deve essere affiancata una conoscenza approfondita della produzione poetica o letteraria tout court, bisogna essere in possesso degli “strumenti umani”, per dirla con il titolo di un libro di Sereni. Preferisco parlare di critici, quindi, piuttosto che di critica, termine fin troppo astratto.

Bisogna puntare in ogni caso sulla centralità del testo, e sulla domande che da esso nascono. Discutiamo quindi di una critica che cerchi di essere un luogo dell’interrogazione radicale. Per questo motivo la relazionalità tra testo e autore è di per sé problematica. Continue reading »

Feb 022015
 

Italo Testa

Città utopiche. A partire dagli anni sessanta Nanni Balestrini si è mosso furiosamente tra forme artistiche diverse. E non solo nel senso delle molteplici collaborazioni con i più vari ambiti (pittura, scultura, musica, teatro, video…), ma anche giocando in prima persona, esponendosi sia come artista visivo che come artista della scrittura. Balestrini ha costantemente utilizzato all’interno di ciascuna forma espressive le procedure delle altre. Come poeta, romanziere, Balestrini ha fatto un uso costitutivo delle più disparate tecniche di manipolazione dell’immagine provenienti dall’arte d’avanguardia, ricombinandole costantemente: Continue reading »

Jan 312015
 

Marco Giovenale

 

Forse le ipotesi che qui di séguito si fanno possono trovare verifiche anche nelle opere presenti in EX.IT – Materiali fuori contesto, volume collettivo e incontri di Albinea (12-14 aprile 2013: http://eexxiitt.blogspot.it/p/exit.html).

A mio avviso, alcune nuove scritture di ricerca possono non insensatamente venir definite non testuali. Ed essere in qualche modo distanti dal discorso e percorso anche storico della testualità (se con tale vocabolo intendiamo tessitura, campo di forze e di indagine di una prassi stilistica, in un orizzonte di “poetiche”). Alcune nuove scritture portano cioè in italiano traccia e senso (e mutazioni) del vocabolo francese écriture. Interrogano e si interrogano su una collocazione di se stesse all’interno o all’esterno del Novecento.

Se giusto di écriture propriamente si parla, a proposito di opere, esperimenti, luoghi o insomma ‘ambienti’ noti e già perimetrati da una parte – ancorché estrema – del secolo XX, sarà tentazione logica restare al Novecento. Ossia ricondurre al secolo passato=presente le pratiche attuali, quelle che costituiscono per chi qui scrive un riferimento implicito: in breve googlism, flarf, opere ‘glitched’, scrittura concettuale, prosa in prosa, letteralismo, scritture della “nudità integrale”, interazione fra codici, loose writing. (Pratiche in certi casi assai lontane fra loro; per certi aspetti o in certi autori addirittura quasi avverse una all’altra. Oppure no. Cfr. http://puntocritico.eu/?p=952).

Ma, Continue reading »

Jan 102015
 

Agostino Longo

1.

Quando ci si accosta a questa raccolta di poesie, una delle prime impressioni è quella di venire a contatto con un mondo solido, luminoso, rigorosamente quotidiano: ci sono descrizioni (piccole, accurate), scene qualche volta pronte a svilupparsi in una brevissima storia, altre volte tali da presupporla o da avviarla lasciandola alla nostra immaginazione; ci sono persone, figure, corpi; soprattutto particolari di persone, particolari di corpi: Continue reading »

Jan 022015
 

Stelvio Di Spigno

Jucci è un libro struggente, quasi un’altra pagina rispetto al Profilo del Rosa (2000), che pure appartiene a quella corda lirica da Buffoni accarezzata in modo tanto originale, senza cadere nei tranelli della lirica. L’ho trovato subito affabile, come se l’urgenza di ricordare e quella di raccontare si fossero fuse in un solo unico intento creativo. Le poesie non sono mai state così delicate e insieme definitive, con finali perfetti, chiusure nette, espressioni icastiche, eppure ricchissime di evocazioni, di sentimento, di pietà. Continue reading »

Jan 022015
 

Gianluca D’Andrea

Speranza è il tema di Argéman, l’ultimo libro di Fabio Pusterla; “sperante” è tutta l’opera dell’autore svizzero e fondata sul recupero o conservazione, a disastro avvenuto, di barlumi di vita e natura, perché l’accesso alle vicende estinte – o a rischio d’estinzione – passi dalla “nominazione” che è volontà residua di salvaguardia, appunto, e protezione.

“Argéman”, lingua di neve perenne, sarà l’altro nome della poesia, il vero senso, l’eterno resistere della parola alla fine, e ammissione della stessa, ineluttabile, necessaria.

Come ogni vera poesia, anche quella di Pusterla ammette la sua “dispensabilità”, nonostante sia rimasto in vigore l’impulso alla ricerca di un approdo, rifugio o pausa di respiro di un flusso esistenziale avvertibile solo in termini di catastrofe: continua, avvenuta, a venire.

Tracce, ancora, segnali possibili tornano in questa raccolta di poesie a riconferma dell’importanza del ricordo e preavviso di qualcosa di ancora innominabile ma, nella volontà agonistica della scrittura, possibile. Continue reading »

Dec 272014
 

Giovanni Turra

Sul piano tematico, l’analisi del quotidiano e dei suoi particolari inappariscenti è, mi pare, la nota elettiva della scrittura di Alessandro Broggi: non semplice spunto o dato occasionale, ma suo principio essenziale, che si sviluppa sia in estensione che in profondità.

In altre parole, l’esattezza emotiva e la profondità psicologica che informano i fascicoli, i paesaggi, gli abstracts di Avventure minime (Massa, Transeuropa 2013) hanno il loro veicolo espressivo privilegiato nell’allestimento di una minutissima partitura di dettagli: una presa rappresentativa del reale tanto più netta quanto più dotata di mobilità analitica.

Di poi, con una lucida intelligenza del dolore e con un pessimismo la cui secchezza respinge ogni compiacimento, l’autore si sofferma nelle cupe stazioni del nostro pellegrinaggio esistenziale. Al riguardo, mi preme rilevare come il sarcasmo non escluda la pietà, il buio non cancelli del tutto la luce, l’ironia non si raggeli mai in ghigno o in maschera.

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Oct 222014
 

Bernardo De Luca

                 1. La favola dell’esperienza

Cominciare un’impresa significa gettarsi in un’azione che avrà un esito incerto; eppure, quasi sempre si ha la certezza che una conclusione ci sarà. L’impresa, quindi, si configura sempre come una scommessa, che presuppone la volontà forte di un soggetto disposto a fallire. Tua e di tutti di Tommaso Di Dio si apre con Continue reading »

Oct 162014
 

Stefano Raimondi

Dopo due raccolte che hanno il mare come personaggio/sfondo di un procedere per tentativi umani (“Dal cuore di Daguerre  2001, “Lettere nomadi” 2010” ), ora saranno le territorialità omeriche di un Mediterraneo interrogante e sconfinato, a dettare al poeta parole ancorate ai loro confini e alle loro storie: “Il confine non ha nome/dorme in chi lo ha perduto/vive nell’altro appartato […]”. Sono versi calco di un perdersi e di un ritrovarsi, quelli che Luciano Neri, nella sua terza opera imbastisce, per condurci in un percorso scritturale fatto di luoghi, d’incontri ma anche di esperienze e scene che, all’“inverosimile” chiedono la forza e al “vero” l’autenticità.  È una raccolta che sembra continuare, immaginalmente e simbolicamente, la precedente -“Lettere nomadi”(2010),-come fosse un messaggio trovato e rispedito dalle retrovie dell’abbandono e della sparizione. Tentativi umani lasciati tra le acque di un Mediterraneo “epocale” e tormentato.  “Figure mancanti” sono le voci/corpi che riemergono dall’erranza per empatia e desiderio; che diventano “parlanti” per troppa abbondanza di dolore e scarnificazione dell’esistere. Le notizie/scene che Neri raccoglie durante il suo incamminarsi (Grecia ed ex Jugoslavia), si impiantano nella poesia come “gesta” di rincarnazione, come “atti” intenzionali di un passaggio/paesaggio reale dell’esistente, reso evidente dalla morte/vita, che si espone dai residui di un’umanità sola, incontrata e incrociata destinalmente. Qui l’occhio ritraente/scrivente del poeta, evidenzia una desolazione e nel contempo, una fascinazione territoriale ed umana che domandano ai viandanti – a chi si fa ancora incontrare –   un segno di riconoscimento, un gesto di memoria. Una traccia che deve trasformarsi in testimonianza oculare per divenire reale: esistente. Le voci che Neri interroga sono, infatti, simulacri che chiedono realistica udienza: corpi e membra per continuare a “dirsi” e ad “esistere”. Continue reading »

Oct 112014
 

di Cristina Babino

I bambini non buttano mai nulla. Si affezionano agli oggetti come a parti di sé, non ne percepiscono il deteriorarsi, la perdita di utilità, li accumulano in modo caotico, apparentemente indiscriminato.  La scrittura di Francesca Matteoni, che di infanzia vive e si alimenta, è piena di oggetti, di richiami e associazioni, di immagini conseguenti e sovrapposte, di suoni inseguiti, ricercati: io la ascolto come il tonfo profondo e cupo del sasso lanciato in uno specchio mosso d’acqua, la leggo come il rincorrersi concentrico dei cerchi che quella caduta eccita, produce.

Le cose popolano le case, le abitano come/insieme a noi. Lasciano segni, evidenze, di presenza come assenza. Il loro ingombro è un corpo che esibisce il suo esserci pacato, che ci rammenta il trascorrere del tempo, il suo agire silenzioso e necessario. La bellezza delle cose che ogni giorno ci circondano sta nel rapporto che con esse instauriamo, nell’allaccio stretto dei ricordi con cui a queste ci agganciamo. Nel modo che abbiamo di renderle familiari, addomesticarle.

Se le cose non si buttano, allora si accantonano. Tra i motivi ricorrenti nella poesia di Francesca, rintracciabile in più di un testo e in più di un libro, c’è allora quello del ripostiglio[1], del posto dove si accatastano gli oggetti smessi, i giochi, i quaderni esauriti, gli indumenti: deposito del tempo che può assumere le forme più diverse: il vecchio cassettone di Appunti dal parco[2] e di Un’altra Alice[3], la cantina, un armadio, la soffitta. Pure la borsa (di Mary Poppins verde[4]), purché capiente abbastanza da perderci dentro almeno un braccio, le tasche, gli astucci delle matite colorate, le giare, i barattoli di vetro. Contenitori che non si accontentano di figurare per metonimia, affermando il contenente e intendendo il contenuto, ma che nell’apparire elencano, inventariandoli, gli oggetti di cui sono custodi e nascondigli. Le cose rimosse, scansate e messe via, eppure mai buttate, sono ancora e sempre parti di noi stessi: sono stratificazioni materiali che ci costruiscono come persone, ci rammentano le nostre identità. Continue reading »