Jan 102015
 

Agostino Longo

1.

Quando ci si accosta a questa raccolta di poesie, una delle prime impressioni è quella di venire a contatto con un mondo solido, luminoso, rigorosamente quotidiano: ci sono descrizioni (piccole, accurate), scene qualche volta pronte a svilupparsi in una brevissima storia, altre volte tali da presupporla o da avviarla lasciandola alla nostra immaginazione; ci sono persone, figure, corpi; soprattutto particolari di persone, particolari di corpi: i denti, dice il poeta, minuscoli cippi, segnali / di confine, nel breve camposanto / della mia vita, o i piedi: l’impiegata che si scioglie la scarpa in Cannocchiale, o, in Finestre, i nostri piedi / ingombranti e comatosi. Un critico e poeta, Stefano Raimondi, ha parlato di “un’impudicizia carnale e sensuale alla Lucien Freud”, ma per certi momenti può venire in mente anche l’atmosfera drammatica della scomposizione della figura in Francis Bacon. Ci sono illuminazioni improvvise sorte dall’istantaneo sentimento di essere in un corpo: sono le sette, / dormi? Prima non c’eri, / e invece: eccoti qui. Ci sono figure affettuose e delicatamente dichiarate oggetto d’amore; ci sono infine, nell’ultima sezione, animali, ritratti come una parte d’esperienza che coesiste con l’umano, pur nel sentimento della perdita di un’originaria armonia (un tempo unisoni).

2.

L’altra fondamentale impressione, che si accompagna a quella di un mondo solido, concreto, luminoso, è quella di una leggera sfasatura dello sguardo: le cose sembrano viste a volte troppo da vicino, altre volte in una percezione periferica, ancorché nitidissima. Per esempio: la vista delle merci acquistate in La Spesa apre alla considerazione della separatezza di questi oggetti dalla loro origine e dell’impossibilità di coglierli in un’identità autentica: nessuna cosa nuova nei discount / poté mai avere inizio e, più avanti, e finisce per stremarti / questo venir meno delle idee. O nell’altro caso (visione periferica): ricorrente la situazione di cose o persone in altre case, viste attraverso le finestre, nella loro nuda verità che non esclude una ineludibile e muta lontananza (qui può venire in mente Hopper) o, ancora, le impressioni alterate che tutti ci colgono nei luoghi pur consueti al risveglio: nella poesia Il letto, l’attacco è: quando sono per alzarmi, / guardo al fondo / scuro giù dal letto o in Il custode: Nel breve tragitto verso il letto, / di ritorno dal bagno / hanno un sinistro aspetto i piedi. Continue reading »

Jan 022015
 

Stelvio Di Spigno

Jucci è un libro struggente, quasi un’altra pagina rispetto al Profilo del Rosa (2000), che pure appartiene a quella corda lirica da Buffoni accarezzata in modo tanto originale, senza cadere nei tranelli della lirica. L’ho trovato subito affabile, come se l’urgenza di ricordare e quella di raccontare si fossero fuse in un solo unico intento creativo. Le poesie non sono mai state così delicate e insieme definitive, con finali perfetti, chiusure nette, espressioni icastiche, eppure ricchissime di evocazioni, di sentimento, di pietà. Continue reading »

Jan 022015
 

Gianluca D’Andrea

Speranza è il tema di Argéman, l’ultimo libro di Fabio Pusterla; “sperante” è tutta l’opera dell’autore svizzero e fondata sul recupero o conservazione, a disastro avvenuto, di barlumi di vita e natura, perché l’accesso alle vicende estinte – o a rischio d’estinzione – passi dalla “nominazione” che è volontà residua di salvaguardia, appunto, e protezione.

“Argéman”, lingua di neve perenne, sarà l’altro nome della poesia, il vero senso, l’eterno resistere della parola alla fine, e ammissione della stessa, ineluttabile, necessaria.

Come ogni vera poesia, anche quella di Pusterla ammette la sua “dispensabilità”, nonostante sia rimasto in vigore l’impulso alla ricerca di un approdo, rifugio o pausa di respiro di un flusso esistenziale avvertibile solo in termini di catastrofe: continua, avvenuta, a venire.

Tracce, ancora, segnali possibili tornano in questa raccolta di poesie a riconferma dell’importanza del ricordo e preavviso di qualcosa di ancora innominabile ma, nella volontà agonistica della scrittura, possibile. Continue reading »

Dec 272014
 

Giovanni Turra

Sul piano tematico, l’analisi del quotidiano e dei suoi particolari inappariscenti è, mi pare, la nota elettiva della scrittura di Alessandro Broggi: non semplice spunto o dato occasionale, ma suo principio essenziale, che si sviluppa sia in estensione che in profondità.

In altre parole, l’esattezza emotiva e la profondità psicologica che informano i fascicoli, i paesaggi, gli abstracts di Avventure minime (Massa, Transeuropa 2013) hanno il loro veicolo espressivo privilegiato nell’allestimento di una minutissima partitura di dettagli: una presa rappresentativa del reale tanto più netta quanto più dotata di mobilità analitica.

Di poi, con una lucida intelligenza del dolore e con un pessimismo la cui secchezza respinge ogni compiacimento, l’autore si sofferma nelle cupe stazioni del nostro pellegrinaggio esistenziale. Al riguardo, mi preme rilevare come il sarcasmo non escluda la pietà, il buio non cancelli del tutto la luce, l’ironia non si raggeli mai in ghigno o in maschera.

Sul piano compositivo, agli slarghi narrativi succedono testi fortemente ellittici; alla costruzione di ben definiti personaggi (indizio di una rara e salutare capacità di mettersi in panni altrui) s’alterna la messa a fuoco, mai narcisistica, delle tranches meno nobili (perciò tipiche e interpersonali) delle vicende biografiche di chi dice “io”; ancora, la ricerca di una pronuncia ben scandita e decisiva (soprattutto in clausola) interferisce con la tendenza opposta - o centrifuga - di ricorrere sistematicamente a lacerti di discorsi quasi colti al volo: come al bar, in una sala d’aspetto, in una carrozza ferroviaria; frasi o parole d’altri, spesso formulari o consunte dall’uso, sono avocate nella loro irriducibilità a nucleo germinale del testo poetico.

Ne viene la tensione al disvelamento di un senso che pare abiti al di fuori del claustrofobico perimetro dell’in situ (situazioni, non a caso, è parola-chiave della raccolta): mi riesce così di interpretare il grottesco e la vocazione allo straniamento che informano soprattutto i primi testi.

Due parole infine in merito al particolarissimo ruolo del soggetto: che non rinuncia al proprio compito ordinatore e che non si ostina sistematicamente a nascondersi dietro personae altre; piuttosto, in una sorta di figura intermedia tra l’io lirico tradizionale e la sua cancellazione, Broggi si pone sempre di sbieco rispetto al mondo e a se stesso, osservati entrambi col medesimo sguardo e tradotti con la medesima pronuncia.

Ecco perciò sventato il rischio del feticismo letterario; parimenti, sono annesse d’improvviso impresumibili tonalità etiche. Ciò che si contrappone al nulla non è il tutto: è il poco; e non si dà riconoscimento reciproco senza l’esercizio della pietà.

Giovanni Turra

Oct 222014
 

Bernardo De Luca

                 1. La favola dell’esperienza

Cominciare un’impresa significa gettarsi in un’azione che avrà un esito incerto; eppure, quasi sempre si ha la certezza che una conclusione ci sarà. L’impresa, quindi, si configura sempre come una scommessa, che presuppone la volontà forte di un soggetto disposto a fallire. Tua e di tutti di Tommaso Di Dio si apre con la sezione liminare intitolata una volta cominciata questa impresa e costituita da un’unica poesia introduttiva: siamo appunto chiamati a partecipare alla scommessa dell’autore. L’impresa, di cui è figura il «giovane ragazzo down» che distribuisce giornali, viene assunta all’insegna del «compito» e della «fatica». La scommessa del poeta, però, appare sin dall’inizio una scommessa sui generis, la cui gratuità supera l’utilitarismo di quella “classica” pascaliana: se per il filosofo francese scommettere sulla fede significava non perdere niente e avere solo da guadagnare, Di Dio ci dice che il suo gioco d’azzardo si risolverà «senza prezzo né guadagno»; esso, per ora, sarà utile a mettere «in opera il mondo». Questa soglia umanissima già ci annuncia in qualche modo quelle che saranno le “conclusioni” dell’impresa: «senza prezzo né guadagno» significa che la scommessa ha valore in sé.

La stessa poesia, pubblicata nel numero 16 dell’«Ulisse», recava il titolo Favola di Alceo: difatti, i primi due versi sono una citazione del distico finale del fr. 140 V del poeta di Mitilene. La celeberrima lirica alcaica si presenta come descrizione delle armi sparse a terra in un atrio e si conclude con l’esortazione finale a continuare l’impresa iniziata. Sebbene la descrizione delle armi sia modellata sul rito della vestizione del guerriero, il frammento è stato riconosciuto come «uno degli esempi migliori della compenetrazione alcaica tra realtà e poesia»[i] . L’elenco dell’armamento bisogna immaginarlo recitato in loco: dire le cose significa richiamare alla mente ciò che è stato; solo dopo che si è delineata un’immagine memoriale precisa è possibile esortare all’impresa futura. È a questo che Di Dio sembra alludere attraverso la citazione del frammento, immettendo sin dall’inizio i suoi versi nella contraddizione vitale e dialettica tra realtà e poesia: benché l’immagine suscitata dalla parola non possa mai coincidere con ciò che rappresenta, è solo in virtù di questa immagine e di questa parola che è possibile tentare il salto nel futuro.

Che proprio la poesia liminare, nel titolo ora soppresso, rimandi al primo lavoro di Di Dio, Favole (Transeuropa, 2009), non sembra un caso. Se diversa è la maturità e diverse sono le questioni che urgono ora, la radice da cui nasce questa nuova infiorescenza è la stessa. Continue reading »

Oct 162014
 

Stefano Raimondi

Dopo due raccolte che hanno il mare come personaggio/sfondo di un procedere per tentativi umani (“Dal cuore di Daguerre  2001, “Lettere nomadi” 2010” ), ora saranno le territorialità omeriche di un Mediterraneo interrogante e sconfinato, a dettare al poeta parole ancorate ai loro confini e alle loro storie: “Il confine non ha nome/dorme in chi lo ha perduto/vive nell’altro appartato […]”. Sono versi calco di un perdersi e di un ritrovarsi, quelli che Luciano Neri, nella sua terza opera imbastisce, per condurci in un percorso scritturale fatto di luoghi, d’incontri ma anche di esperienze e scene che, all’“inverosimile” chiedono la forza e al “vero” l’autenticità.  È una raccolta che sembra continuare, immaginalmente e simbolicamente, la precedente -“Lettere nomadi”(2010),-come fosse un messaggio trovato e rispedito dalle retrovie dell’abbandono e della sparizione. Tentativi umani lasciati tra le acque di un Mediterraneo “epocale” e tormentato.  “Figure mancanti” sono le voci/corpi che riemergono dall’erranza per empatia e desiderio; che diventano “parlanti” per troppa abbondanza di dolore e scarnificazione dell’esistere. Le notizie/scene che Neri raccoglie durante il suo incamminarsi (Grecia ed ex Jugoslavia), si impiantano nella poesia come “gesta” di rincarnazione, come “atti” intenzionali di un passaggio/paesaggio reale dell’esistente, reso evidente dalla morte/vita, che si espone dai residui di un’umanità sola, incontrata e incrociata destinalmente. Qui l’occhio ritraente/scrivente del poeta, evidenzia una desolazione e nel contempo, una fascinazione territoriale ed umana che domandano ai viandanti – a chi si fa ancora incontrare –   un segno di riconoscimento, un gesto di memoria. Una traccia che deve trasformarsi in testimonianza oculare per divenire reale: esistente. Le voci che Neri interroga sono, infatti, simulacri che chiedono realistica udienza: corpi e membra per continuare a “dirsi” e ad “esistere”. Continue reading »

Oct 112014
 

di Cristina Babino

I bambini non buttano mai nulla. Si affezionano agli oggetti come a parti di sé, non ne percepiscono il deteriorarsi, la perdita di utilità, li accumulano in modo caotico, apparentemente indiscriminato.  La scrittura di Francesca Matteoni, che di infanzia vive e si alimenta, è piena di oggetti, di richiami e associazioni, di immagini conseguenti e sovrapposte, di suoni inseguiti, ricercati: io la ascolto come il tonfo profondo e cupo del sasso lanciato in uno specchio mosso d’acqua, la leggo come il rincorrersi concentrico dei cerchi che quella caduta eccita, produce.

Le cose popolano le case, le abitano come/insieme a noi. Lasciano segni, evidenze, di presenza come assenza. Il loro ingombro è un corpo che esibisce il suo esserci pacato, che ci rammenta il trascorrere del tempo, il suo agire silenzioso e necessario. La bellezza delle cose che ogni giorno ci circondano sta nel rapporto che con esse instauriamo, nell’allaccio stretto dei ricordi con cui a queste ci agganciamo. Nel modo che abbiamo di renderle familiari, addomesticarle.

Se le cose non si buttano, allora si accantonano. Tra i motivi ricorrenti nella poesia di Francesca, rintracciabile in più di un testo e in più di un libro, c’è allora quello del ripostiglio[1], del posto dove si accatastano gli oggetti smessi, i giochi, i quaderni esauriti, gli indumenti: deposito del tempo che può assumere le forme più diverse: il vecchio cassettone di Appunti dal parco[2] e di Un’altra Alice[3], la cantina, un armadio, la soffitta. Pure la borsa (di Mary Poppins verde[4]), purché capiente abbastanza da perderci dentro almeno un braccio, le tasche, gli astucci delle matite colorate, le giare, i barattoli di vetro. Contenitori che non si accontentano di figurare per metonimia, affermando il contenente e intendendo il contenuto, ma che nell’apparire elencano, inventariandoli, gli oggetti di cui sono custodi e nascondigli. Le cose rimosse, scansate e messe via, eppure mai buttate, sono ancora e sempre parti di noi stessi: sono stratificazioni materiali che ci costruiscono come persone, ci rammentano le nostre identità. Continue reading »

Oct 032014
 

di Davide Castiglione

La pulizia descrittiva e il modesto understatement del titolo (Oroscopi) e del sottotitolo (E altre minute ossessioni) dell’ultima raccolta di Veronica Fallini possono di prima battuta trarre in inganno anche il lettore di poesia più navigato: un inganno in realtà dovuto a eccesso di sincerità da parte dell’autrice. Cerco di sciogliere l’apparente paradosso, di tramutarlo da frase di facile effetto a effettivo ma difficile punto d’ancoraggio critico: se infatti – come spesso accade nei titoli dei libri di poesia – “oroscopi” è sostituzione metonimica per “poesie”, e “minute ossessioni” una loro ulteriore caratterizzazione, allora verrà di leggere queste poesie come qualcosa di irrilevante: dopotutto, complice le nostre associazioni automatizzate e perciò acritiche, per noi gli “oroscopi? sono i prodotti di un’arte divinatoria fallace, ingannatrice e commercializzata; non miglior sorte sembrano avere le “minute ossessioni? del sottotitolo, che richiamano alla pratica diaristica, all’annotazione privata e pertanto, ancora una volta e implicitamente, irrilevante. Il titolo ci dice dunque, alla lettera: “qui non troverai niente di vero, né di rilevante, passa oltre se vuoi”.

La lettura dell’intero libro inganna però almeno due volte questa attesa: da un lato, ciò che Fallini fa con la poesia è rilevante e le corrisponde un senso di verità estrema, che corteggia gli abissi della sparizione e della morte; dall’altro, queste poesie sono davvero arte divinatoria per la lucidità e l’ansia con cui interrogano il dopo, mentre ossessivamente tornano su pochi fulcri tematici che illustrerò in seguito. Infine, la loro misura sia versale sia testuale ne fa oggetti linguistici minuti, per l’appunto. Quindi, verità nell’inganno, e viceversa. Continue reading »

Sep 272014
 

Franca Mancinelli

Semprevivi sono fiori che non hanno bisogno di acqua e di cure e per questo spesso vengono posti accanto alle lapidi. Adelelmo Ruggieri intitola così il suo terzo libro di versi (Semprevivi, peQuod, 2009) riprendendo il titolo di un poemetto in tre parti dedicato proprio alla visita del camposanto e al sentimento che lo guida ad occuparsi dei morti, adempiendo piccoli e semplici gesti. La poesia è per lui un “atto di parola” (questo il titolo della prima parte del libro), un mantenersi fedeli alla vita, alla responsabilità di proteggerla con la propria attenzione, la propria presenza. I suoi versi vorrebbero dunque essere fiori freschi, un dono ripetuto contro il corrompersi, un rito che sospende l’azione del tempo. Continue reading »

Sep 202014
 

Franca Mancinelli

Le Microfiabe di Claudio Recalcati (Mondadori, 2010) non appartengono al tempo remoto e dislocato del “c’era una volta”, ma al tempo del rimpianto, della colpa, di una coscienza che s’accende dopo, quando non può più agire sulla vita se non attraverso il corpo frammentato e  incandescente della poesia. «Avremmo potuto», «Avremmo dovuto» ripete più volte Recalcati, scandendo i movimenti del rimorso, nella poesia d’apertura e in altri due testi in cui riprende il tema dell’uomo “addomesticato” (a cui aveva dedicato un poemetto nel suo libro precedente, Un altrove qualunque), sferzando di amara ironia il suo allontanarsi fiero e vanitoso dagli istinti, dal calore animale che «cova nel ventre». Continue reading »

Sep 072014
 

Stelvio Di Spigno

Sono molti e svariati i modi nei quali la poesia e la musica possono intersecarsi e creare una sinergia creativa positiva. Vi è la musicalità del verso, valutabile e misurabile con la metrica e la posizione di accenti e pause. C’è il richiamo che, attraverso l’andamento dei versi, alcuni fortunati testi poetici esercitano, tanto che leggendoli, nella mente si forma come una traiettoria melodica netta, un pezzo chiaro e riconoscibile. Vi è la formazione di alcuni poeti, che in gioventù o durante tutto il corso della loro vita hanno studiato musica o canto, tanto che l’influenza di queste discipline è ancora palpabile nell’intonazione e nella dinamica di singoli testi o nell’andamento sussultorio, sezione dopo sezione, di interi libri. Mimetiche di Eugenio Lucrezi sembra assommare tutte e tre queste eredità musicali, tanto che, sin dal titolo, le poesie del suo nuovo lavoro possono essere lette come il caleidoscopio al rovescio di molteplici influssi sonori, oltre che letterari. Continue reading »

Sep 012014
 

Italo Testa

Opera dell’abbandono. Così si presenta questo nuova, importante raccolta di Stefano Raimondi. Per una volta la scelta dei versi che nella quarta di copertina accompagnano il libro ne coglie esattamente il centro irradiante:“La guerra e l’abbandono stanno facendo opere. Quali riconoscere?”

Come approssimarsi a questo centro, alla ferita da cui stillano i versi di Per restare fedeli? Opera dell’abbandono e della guerra. Il campo semantico del libro è definito in questa tensione, nel cortocirtuito temporale, metaforico, carnale, che scatta tra la guerra – le immagini della violenza del potere, decifrata nelle tracce degli anni settanta iscritte sulle pietre di Milano, vista in volto al G8 di Genova, sentita nel bombardamento televisivo e giornalistico della guerra in Iraq e dell’11 settembre – e l’esperienza personale dell’abbandono amoroso. “Quando sento il bollettino di guerra non capisco se stiano parlando anche di me, da quando te ne sei andata, o di entrambi” (p. 36).

Non si tratta qui di un semplice accostamento metaforico, né dell’uso, dell’abuso privato di un immaginario collettivo per illustrare strumentalmente una vicenda tutta personale. La forza di Per restare federli sta proprio nel condurre il lettore a questa esperienza dell’indistizione, in cui il fatto privato, e pure l’immaginario pubblico, si spogliano della loro evidenza ordinaria, lasciando affiorare quella sottesa opera dell’abbandono che con la sua evidenza universale giustifica il libro stesso e il cortocircuito da cui prende fuoco. “Ci sono storie simili dappertutto / perché dappertutto ci sono degli abbandoni” (p. 83).

Che cos’è mai l’opera dell’abbandono? La manifestazione di una vulnerabilità, di una disponibilità, un’esposizone alla ferita. L’abbandono, così, non è una figura della solitudine, del trovarsi in un isolamento angoscioso, della non-appartenenza. L’esser lasciati, la malinconia e la sofferenza che ne derivano, sono qui invece l’agnizione dolorosa di una dipendenza costitutiva, che ci espone all’altro nella nostra carne, nella nostra feribilità; una dipendenza che ci espone a qualcosa, a qualcuno, che non potremo mai afferrare, che è sempre perduto eppure presente in questa sua assenza. Continue reading »

Aug 212014
 

Martina Daraio

Per Alessandra Carnaroli la poesia è un’operazione di “scrosto”: consiste, cioè, in quella «passione insana che dimostrano i bambini nel levarsi le croste dalle ferite, quel farsi male con piacere, per vedere cosa c’è sotto, per amor del Cicatrene». Pressoché priva di artifici retorici o di abbellimenti lirici, la sua ultima raccolta si propone allora di scrostare l’apparente civiltà della società italiana contemporanea lasciando emergere tutta la bestialità sottostante.
Il titolo, Animalier, è in questo senso già parecchio esplicativo: il termine rimanda infatti al campo tessile, e in particolare a quegli abiti leopardati, zebrati, tigrati, pitonati che rappresentano lo stile di chi si sente aggressivo, felino, e allo stesso tempo capace di cambiar pelle e di immedesimarsi in ruoli differenti purché interni a dinamiche animali del tipo preda-predatore.
Dalla fashion-jungle alla jungle-e-basta, come mostra Alessandra Carnaroli, il passo è però più breve di quanto si creda: Animalier è infatti il racconto di una società, la nostra, ancora descrivibile a pieno titolo attraverso logiche darwiniane basate su rapporti di forza e squilibri intrinseci anche alle più banali interazioni quotidiane. Continue reading »

Aug 182014
 

Gianluca D’Andrea

A Natàlia

La fede, poiché secondo la Legge tutti sono maledetti.

G. Calvino

Tribunale della mente è un libro religioso. Le concrezioni verbali che i testi della raccolta sono, mettono in scena l’anelito, la tensione “sacerdotale” verso un nuovo responso.

Sacro, avvinto al seguito di una maledizione che la storia novecentesca ha scoperchiato e squadernato, capovolgendo ogni orientamento etico, rendendone inevitabile il ripensamento. Tribunale della mente si svolge proprio in questo disorientamento, costatando la rottura dell’alleanza dell’azione umana col mondo e, visto che di poesia e scrittura si tratta, meditando su un “verbo” che ha perso l’aderenza del contatto, la possibilità di nominare:

I

Nulla è segnato e un’alleanza si rompe

dove in principio era il verbo.

Rimetti al cielo i tuoi debiti

come l’invisibile li rimette a te.

- Questi testimoni a colmare bocche

di nessuna verità, un rito di toghe rinvii -.

Accetta questo disordine, luogo che non ha luogo,

da un punto decrepito qualcuno ascolterà. Continue reading »

Aug 142014
 

Massimo Raffaeli

 

È difficile per un poeta lirico mantenere il tono e il timbro della propria voce nel momento in cui recepisce, dall’esterno, una pluralità di altre voci, è difficile mantenere la cadenza di una partitura metrica quando in tale polifonia esplode l’acustica dell’affollamento, negli spazi aperti ovvero in quelli costipati e reclusi: è difficile ma non è impossibile, come adesso testimonia un libro poetico di Renata Morresi, Bagnanti (Giulio Perrone editore, postfazione di Adelelmo Ruggieri, pp. 79, euro 12), scandito in quattro poemetti che alludono tanto ai luoghi come ai cosiddetti non-luoghi della Polis postmoderna. Morresi è marchigiana, docente di letteratura angloamericana, firmataria finora di un unico libro poetico, Cuore comune, uscito nel 2010 da peQuod, che l’aveva segnalata sia per la voce sempre netta, e a tratti percussiva, sia per la sicurezza con cui alludeva allo stato di cosiddetta normalità che oggi corrisponde, dentro e fuori dagli individui, all’inferno dominante. Continue reading »