Apr 052014
 

Alessandra Cava

Cosa portano con sé queste Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, poesie-missive che Andrea Inglese raccoglie sotto un titolo un po’ sinistro, eppure così evidente, quasi ridicolo nella sua familiarità straniata? Una lettera è la traccia di una presenza mobile, che si progetta verso il destinatario desiderato, ma qui la voce del mittente, le «lettere che la sostengono, e portano / avanti nello spazio», restano nel movimento del messaggio, nel tentativo di raggiungere un lettore inorganico e silenzioso, senza «voce / corde vocali / trachea / polmoni / aria dentro o fuori / da far vibrare». I pensieri del Disoccupato, nella necessità di lanciarsi verso qualcuno (o qualcosa), diventano deliri di salvezza globale («con quelle risorse io sarei calmo / saprei addirittura rendere il mondo / migliore»), deviano in tormentoni sul controllo delle proprie relazioni sociali («sempre più implose in perfetto / precipitoso ottimizzarsi»), mentre seguono il filo dell’ossessione per un succedersi di «guarigioni», necessarie quanto sgradite, conservando il sospetto di essere «nonostante le quasi irrecusabili evidenze, / meno vivi». Continue reading »

Mar 232014
 

Gianluca D’Andrea 

In questo terzo libro di transizione, dopo Didascalie per la lettura di un giornale (Einaudi, Torino 1999) e, soprattutto, Disturbi del sistema binario (Einaudi, Torino 2006), riusciamo a scorgere minimi tentativi di apertura al mondo, timidi però, perché è la crisi del soggetto a farsi più profonda. La martellante auto-riflessività (funambolica, se si pensa ai virtuosismi tecnici sempre evidenti nei lavori di Magrelli e che, coraggiosamente, corrono sul filo dell’autoreferenza) esaspera le conseguenze di una mise en abîme perpetua dell’identità, nell’esubero del rispecchiamento, nell’arrancante storpiatura provocata da un tempo che, divenendo sempre più incomprensibile, impone per necessità una continua tensione.

Si ripetono le scelte stilistiche (come in Disturbi del sistema binario, da cui alcuni testi sono estrapolati e rielaborati), il ricorso, sempre ossessivo, alle figure d’iterazione. Alcuni esempi a caso: «Schwitters-paguro/ Schwitters-bernardo/ Schwitters-paguro-bernardo./ Che idea, abitare dentro una scultura!/ Che idea, traslocare nell’opera! […] chi di voi è l’animale?/ chi di voi è la conchiglia?» (Due artisti tedeschi – Merzbau, p. 8, vv 1-5 e 8-9) per cui la facondia di anafore e anadiplosi inclina alla cadenza della filastrocca, alla teoria litanica che ipnotizza per stordimento. Ancora: il componimento Welcome (p. 20), nella sua elaborazione complessa, intrecciata, concettosamente barocca, per cui le parole-rima si ripetono identiche alla fine delle tre quartine, così come nel primo emistichio di ogni verso (si tratta di martelliani con chiari richiami all’alessandrino, alla simmetria doppia, la duplice copia di un verso che si ripete su se stesso, così caro al medioevo francese e che qui possiede echi crepuscolari), estremizza una tensione claustrofobica. La forma chiusa, il gioco epistrofico estremo (cui si aggiunge il rinforzo numerologico delle stesse otto parole-rima che richiamano il titolo della sezione in cui il testo è inserito, Otto volte Natale), sono indizi che il grande tema de Il sangue amaro sia il tempo, o meglio, il tempo che passa e, lo abbiamo già accennato, il tempo perpetuo delle epoche di transizione: Continue reading »

Mar 132014
 

[ Postfazione a Simona Menicocci, Posture Delay, La Camera Verde, Roma 2013]

Giulio Marzaioli

In esergo alla propria opera, Simona Menicocci richiama corpo (e) cosa, colti nel loro dove-quando. La congiunzione tra parentesi suggerisce un rapporto di identità, così come la contestuale rappresentazione all’interno dello stesso luogo e dello stesso tempo ci indurrebbe a considerare che tale rapporto è rappresentato in osservanza alle unità aristoteliche. L’autrice, tuttavia, omette il terzo elemento di una triade che, a seguito della lettura, risulta evidente. Riformulando l’esergo: corpo (e) cosa (e) parola, colti nel loro dove-quando. Non vi è distinzione, infatti, tra ciò che viene scritto e la scrittura stessa. Tornando all’esergo, ad incipit dello stesso è posto l’avverbio sostantivato come. Ebbene, il contesto da una dimensione piana si incurva nel momento in cui l’osservatore è chiamato ad interagire. Come si compie l’azione? Come avviene la sovrapposizione di corpo e parola e l’ulteriore sintesi a materia del discorso? Come interviene l’osservatore?

In calce ad ogni testo la Menicocci annota la fonte primaria del testo, l’occasione di scrittura. Affidandosi a tale indicazione si direbbe che il corpo viene ricevuto dalla scrittura in una fase già avanzata di scomposizione (decomposizione), e quindi già reificato da agenti esterni quali il fatto di cronaca, la comunicazione mediatica, l’attraversamento della (di una) storia. Continue reading »

Mar 052014
 

Vincenzo Frungillo

Millimetri è, come hanno detto in tanti, il libro più denso e oscuro di Milo De Angelis. Una chiave di letture del testo sta proprio nel  titolo, ossia la distanza minima che viene citata. Tutti i titoli di Milo De Angelis evocano la distanza, il margine di approssimazione alle cose (Somiglianze, Distante un padre, Biografia sommaria), citano la distanza ineliminabile tra la parola e le cose. In Millimetri però essa diventa il tema centrale del libro. Millimetri è la presa d’atto di questo destino umanissimo, il destino del poeta. Parliamo allora di un libro originario, un libro per certi aspetti dalla perentorietà greca, così come è stato ricordato da alcuni autori più giovani. Penso a Fabio Jermini o a Francesco Filia. Filia in una sua mirabile recensione a Millimetri accenna ad esempio all’ a-peiron di Anassimandro: l’a-peiron è appunto il “senza limite” ossia lo spazio che invece di chiudersi nella verbalizzazione si alimenta all’infinito in un moto perpetuo e pendolare. I versi che tutti ricordiamo di questa raccolta recitano: “In noi giungerà l’universo / quel silenzio frontale dove eravamo / già stati”. Qui è pronunciato il moto oscillatorio della parola, che apre lo spazio che vorrebbe circoscrivere, che subisce lo spazio che vorrebbe colmare. Lo sforzo non può che risultare una corsa sul posto, un gesto che piega il corpo su se stesso: “La saliva, per la seconda volta, / risucchia se stessa; / beve”. Millimetri è l’ostinata misurazione di un destino, è il punto in cui un percorso poetico si riduce all’essenziale e proprio per questo diventa più evidente e luminoso. La compressione aumenta l’energia e la potenza del verso. (Non parliamo di depressione che è per definizione “l’incapacità di distinguersi dalle cose”, qui non è necessario l’aspetto autobiografico). I versi “si frazionano”, Continue reading »

Spettri che parlano

 Annotazione  Comments Off
Feb 102014
 

Marco Giovenale


La letteratura, come la politica, conta più corpi di quanti ne identifichi l’ordine poliziesco. Tutte e due includono nelle loro invenzioni dei quasi-corpi che non sono che “spettri” per lo sguardo dell’ordine dominante del visibile.

Jacques Rancière, Ai bordi del politico
(1998, tr. it. Cronopio, Napoli 2011, p. 16)


C’è un elemento, carattere o segnale politico nelle scritture? In alcune scritture? Diremmo che affiora o si nasconde sempre in tutte, e che sta in qualsiasi articolazione del linguaggio. Ma si tratterà solo di un carattere frontale, esplicitante, della pagina? Un carattere assertivo? Non si incarnerà piuttosto, tale carattere, in strategie formali diverse, in tracce diverse, e differenti aperture al lettore?

            Vorrei suggerirlo. Vorrei anche solo accennare al proficuo scompiglio portato nell’«ordine dominante del visibile» da quei graffi e grafie che abitano fuori dal vocabolario del dominio (assertivo), e fuori dall’incasellamento matematico e poliziesco nei generi letterari. Vorrei dunque, magari in parentesi, lateralmente, anche solo installare una freccia che indica alcune scritture degenerate. (Come di un frumento, anche, si dice che può essere deglutinato, privato di un coesivo che si rivela non essere unico né indispensabile).

                Chi ha ancora bisogno di rastrellare e tenere sotto controllo ogni possibile emissione di nuove pagine entro il recinto di un centro di permanenza temporanea, in attesa di smistarle nei campi dei generi letterari, inizia solitamente col catalogarle secondo quei parametri con i quali ha pacificamente o conflittualmente già fatto i suoi conti. Ne parlerà dunque come di “poesia”, decapitando ogni differenza; oppure ne parlerà come di testi che vengono dal periodo/eredità delle “avanguardie” o delle “nuove avanguardie”. Dirà: a volte sembrano tali, ‘ergo’ sono tali.

                A nessuno pare venir in mente che Continue reading »

Jan 182014
 

Livio Rabboni

Prima di entrare nel concreto dei testi proposti in Restare fedeli,(Transeuropa, 2013), mi sembra opportuno  condividere alcune considerazioni sul fare poesia, su quella cosa delicata che è la poesia che mi sembrano emergere in modo decisivo nelle liriche si Stefano Raimondi. Continue reading »

Jan 162014
 

Cortellessa_ Su Cinema Naturale_ di Gianni Celati, in «L’Illuminista», III, n.8-9, 2003 / Punto critico, 2014


[ Andrea Cortellessa, Quattro apparenze sulle novelle. Paragrafi su
Cinema naturale di Gianni Celati
, in «L’Illuminista»,
III, 2003, 8-9, pp. 149-177 ]


Jan 132014
 

Giorgio Mascitelli

La letteratura, come l’ho appresa io negli anni ottanta, quelli del liceo e dell’università, era un’attività regolata da una serie di istituzioni e convenzioni, definite di solito società letteraria (critica accademica e militante, le collane editoriali, le riviste, la figura dell’autore, i concetti di tradizione e avanguardia ecc.), che in realtà erano già  entrate in crisi allora, anche se io non me accorgevo perché ero troppo entusiasta della mia scoperta di quel mondo. Tale società, che si presentava ai miei occhi come un fatto naturale,  si era formata completamente solo nel corso del Novecento e i suoi primi elementi costitutivi risalivano tutt’al più al Settecento.

  Insomma si trattava di un prodotto storico: quello che, per esempio, noi intendiamo con il concetto di autore è qualcosa di diverso da come veniva inteso fino al Settecento.  Eppure proprio in virtù di questa storicizzazione  è possibile affermare in maniera più consapevole che la società letteraria novecentesca ha consentito la creazione di un ambiente abbastanza favorevole all’autonomia dello scrittore e alla sperimentazione di nuovi linguaggi.

  Questa società entra in crisi non perché improvvisamente gli editori pensano solo a fare i soldi e a pubblicare libri commercialmente e non artisticamente validi (questo lo hanno sempre fatto), ma perché, come spiega Bourdieu, il campo letterario moderno, su cui si è edificata la società letteraria, nasce a cominciare dall’Ottocento su un’opposizione tra una polarità antieconomica dei beni simbolici e una economica, capitalistica, che considera i libri una merce come tutte le altre. Ora il primo di questi due poli indebolisce progressivamente la sua forza attrattiva e il campo letterario entra in crisi. Non è  esatto dire che la crisi sia originata da fattori storici, nel senso che ovviamente il trionfo del capitalismo, il neoliberismo, la cultura di massa hanno un’influenza, ma non esiste un rapporto di corrispondenza meccanica. Ciò che invece ha fatto entrare in crisi la società letteraria è un cambio di estetica dominante: in passato, diciamo fino al sorgere del postmodernismo, predomina un’estetica dell’originalità di origine romantica che cede progressivamente il passo a un’estetica del profitto, che ha origine nella cultura di massa.

 Che cosa intendo per estetica del profitto? Semplicemente il fatto che  Continue reading »