Jul 262014
 

di Elena Frontaloni

Parto da Nabokov, dalle Lezioni di letteratura: “Non dimentichiamo che l’opera d’arte è sempre la creazione di un mondo nuovo”; e ancora: “l’arte dello scrivere è un’attività assai futile se non comporta anzitutto l’arte di vedere il mondo come potenzialità narrativa”. Il problema individuato da Nabokov era se ci si potesse aspettare o no, da un romanzo, e in generale dall’opera di un vero autore, informazioni affidabili su un luogo o un periodo storico, e la risposta era sostanzialmente negativa, o almeno negativa in prima battuta: da buoni lettori, infatti, occorrerebbe anzitutto osservare da vicino questo nuovo mondo creato dal grande autore, se lo ha creato, poi chinarvisi sopra, vederne la miracolosa unità sotto le metamorfosi, le ricostruzioni, le effrazioni e rifrazioni derivate dall’atto del narrare. Solo dopo, dice Nabokov, sarebbe il caso andare ad analizzare i legami con altri mondi e settori della conoscenza.

Mi sembra un approccio adeguato ai testi di Dolores Prato: pochi autori, infatti, hanno voluto vedere più di lei il mondo, e la propria vicenda nel mondo, come autentica “potenzialità narrativa”; pochi hanno preso tanto sul serio il dato di realtà col solo scopo di eluderlo continuamente, sprofondare nella descrizione dettagliata di oggetti, paesaggi, episodi esistenziali per farne perdere le tracce, e quindi ricreare un mondo nuovo, con pochi punti di riferimento certi al di là delle decisioni imperiose della narrazione, queste ultime versate sempre dentro opere che potremmo definire “aperte”. Continue reading »

Jul 192014
 

 

di Manuel Cohen 

Nel Novecento è accaduto frequentemente che gli esordi in volume abbiano coinciso con l’avvento dell’età matura degli autori: così è stato, ad esempio, per Lello Baldini, per Franco Scataglini e per Giampiero Neri e Franco Loi, per citarne alcuni tra i più notevoli, con opere prime che per quiddità di stile si rivelano compiute e mature.  Mario Bertasa, nato nel 1967, giunge al primo, interessante libro dopo un lungo apprentissage attestato da apparizioni su riviste cartacee e nel web: anche per questo, forse, più che di un esordio, si potrebbe dire di una conferma o accasamento del precipitato cartaceo di Tiro con l’arco nella interessante collana diretta da Valentino Ronchi. Ma accasarsi dove? In quale lingua? Secondo quale procedimento? Il suo accasarsi porta in sè i germi e gli stigmi della riscrittura continua, dello straniamento e della deterritorializzazione semantica e culturale, una istanza di ricerca mai appagata che valica il gioco linguistico, tra hapax e neologismi (compufonini, tacinotturno, autunnatico, grettitudini), allitterante e assillabante, che ingenera spesso ironie e bisticci verbali e de-verbali: «uno strappo negli stracci dei sensi stressati», o nel climax amplificato dall’allitterazione: « la città e il fumo/ che esala, che esalta/ che esulta nella bella luce delle alogene/ rovesciata sull’asfalto divelto». Un processo di espansione linguistica e di ‘dislocazione’ fonica e semantica della parola (e per interposta voce, dell’io repertuale, inquietamente illirico) che avviene per contrasto, per iperbole o per paradosso a forte valenza aforismatica: «espandersi provoca ristrettezze»; o si pensi alla venatura sarcastica «Mi peso spesso/ ma non ingrasso (sono 2 quinari assonanti)» che accompagna la rilettura di testi (uno su tutti: Montale) o la rivisitazione dei topos e motivi di tradizione letteraria e l’annesso frasario e vocabolario più trito: «qui/ centellinare il miele del mattino / raccogliere conchiglie /stare sulla panchina di una stazione / versi gesti omaggi faremo un Gran Finale al poetese unto e bisunto al più / scapicollato versificare occasionale pulsionale sciamannato» .  Continue reading »

Jul 122014
 

 di Nadia Agustoni

Se la parola catastrofi, rigorosamente al plurale, ha per chi è relativamente giovane, sempre evocato epoche passate, ormai da non pochi anni la si associa al presente. La realtà delle medie catastrofi ci sta addosso, ma si dà il caso che nascondano qualcosa di ben peggiore o di maggiore, come le guerre e il venire meno dell’umano.

Rosaria Lo Russo ci dà con Crolli pagine che scavalcano le macerie e parole che danno fiato a una speranza sotterranea, quasi dicendo al lettore che noi siamo oltre le disfatte, più resistenti del nostro nudo resistere agli eventi nefasti, perché in noi bruciano le immagini di un mondo che brucia, ma altre immagini si ricreano, come se ognuno portato dallo sguardo fino alle porte di Tannhauser, non pensasse di morirne ma a rifondere ogni cosa vista e cercarvi quel significato che l’autrice ci restituisce nei gesti minimi del vivere. Continue reading »

Jul 052014
 

di Tommaso Di Dio

Il primo libro di Franca Mancinelli (Mala Kruna, Manni, 2007) si concludeva con questi due versi: “entrare con i piedi su una terra \ morbida e pestata molte volte”. Il piccolo romanzo di formazione trovava il proprio primo approdo sulla consapevolezza che la terra su cui si anima la nostra parola e i nostri gesti non è un supporto ideologico, granitico, immobile; ma una sostanza viva, organica e morbida come la carne di cui siamo fatti, lavorata e sostanziata da un lavoro comune e collettivo che, se ci schiaccia e ci offende, sa rivelare, nella propria malleabilità, la nostra condizione umana più profonda. A distanza di sei anni, il nuovo libro della autrice di Fano riprende e amplia e porta al centro questa intuizione fondamentale. Pasta madre (Nino Aragno, 2013), fin dal titolo, intende mettere al centro quella sostanza indifferenziata e lavorabile, vergine eppure sempre gravida, di cui ogni nostra azione e ogni nostra espressione non è che una forma, un passaggio, un’ipotesi: una protrusione. Incominciare la lettura di questa opera richiede che ci si immerga dentro una dimensione che precede la veglia e precede il raziocinante valutare e porre in giudizio le cose del mondo; il lettore, pur tenendo desta la percezione attiva, è obbligato a concedersi la possibilità di trovare, al fondo della propria intelligenza logica, la forza di torcersi e inchinarsi fino all’esperienza limitare del trapasso di ogni cosa in ogni cosa. Qui, l’umano (e il soggetto lirico con lui) è solo un transito variabile, una traiettoria fra le traiettorie; fra le quali uomo cosa animale perdono i propri caratteri fissi e sovrani e ogni condizione apre all’altra la possibilità di una metamorfosi continua: “cucchiaio nel sonno, il corpo\ raccoglie la notte. Si alzano sciami\ sepolti nel petto, stendono\ ali”. Continue reading »

Jun 302014
 
Paolo Zublena

P.Zublena_ Postfazione a QUASI TUTTI (di M.Giovenale) by Punto critico

[ download del file in formato pdf ]



Jun 092014
 

Eugenio Lucrezi

Poesia come genere letterario autonomo, definito dall’utilizzo del verso e del pensiero analogico? Oppure poesia come linea avanzata, élite, corpo scelto nell’esercito delle arti scrittorie, punta di diamante in grado di frantumare le inerzie della lingua d’uso per pura forza di figura, per insistenza del battito, per sperdimento del senso comune? Né l’una né l’altra, ci dice Andrea Inglese, autore italiano che vive in Francia, con questo libro edito in una collana intitolata “La punta della lingua” e diretta da Luigi Socci, che esce in compagnia di un CD del disegnatore di suoni Stefano Delle Monache e delle linee e dei colori della illustratrice Marina Delle Monache. Il libro è diviso in due parti: la prima, che dà il titolo al volume, è un romanzo epistolare ad una sola voce, incidentalmente scritto in versi; la seconda è un lemmario ristretto (elenca infatti soltanto quindici voci) presentato in apparenza di prosa. Le circostanze della frase (è questo il titolo della sezione) sono delle frasi di  circostanza capovolte, e prima ancora le Lettere, indirizzata come sono ad un’entità astratta quale la reinserzione, rappresentano anch’esse una capriola rispetto alle corrispondenza cui siamo abituati, che tradizionalmente sono o commerciali o di affetti, tanto più che la reinserzione (la quale, se mai queste lettere le riceve, le riceve mutamente, impassibilmente e impietosamente; da vera carogna, insomma; sempre, beninteso, che le riceva), la reinserzione cui le missive sono dirette non è la stessa cosa del pur non poco drammatico, problematico e ansiogeno reinserimento in una qualche, se pur vagamente e forse beffardamente definita culturale, attività lavorativa, facendo pensare invece, più che a una raccomandata con avviso di ricevimento o a una email certificata, ad un intervento chirurgico sull’apparato muscolo-tendineo: come se la disperazione dell’attendente, abbandonati una volta per sempre i batticuore romantici di uno Jacopo Ortis, dimenticate le ricevute di ritorno, affidasse alle parti più sorde del proprio corpo i cupi contraccolpi d’inesistenza dell’entità cui lo scrivente si rivolge, cadenzati soltanto, nella desolazione astratta del resoconto, dalla scorata conta dei giorni e dall’accendersi di semplici visioni appena delineate: «un giorno, dopo averti scritto, mi è capitato di vedere una croce. // Erano frasi stampate su di un manifesto, / proprio contro una porta, / una scritta orizzontale lunga, noiosa, /e una serie di segni verticali, di un altro colore, / insensati. // “Ecco la croce” mi sono detto. / “proprio contro una porta.”».
Continue reading »

May 052014
 
Gianluca D’Andrea

Ancora non era morto.

Ma già aveva accesa in mente

la cecità del veggente

G. Caproni

 

I 19 testi di quest’unico poemetto che è I camminatori valgono innanzitutto come risposta audace in termini di possibilità tecniche della parola poetica in tempi di ibridazione prosaica e mescolanza dei generi. Le scelte di Italo Testa, infatti, sembrano convertire le «impurità» dell’anti-stile di marca tardo-novecentesca (questo è uno dei motivi che permettono, in epigrafe, l’inserimento di alcuni versi del Caproni postumo) in una nuova ricerca di funzione per quelle accortezze retoriche (e quindi stilistiche), riconducibili soprattutto all’aspetto ritmico e sonoro. Per questo, pur sapendo di correre un bel rischio, mi accingo a definire l’ultimo lavoro di Testa come un’operazione neo-melica, perché riesce a riconsiderare l’elemento primigenio del linguaggio, il canto, alla base dell’espressione poetica. Certo, la musica de I camminatori è litanica, sia in senso stretto, religioso (e l’ultimo componimento della raccolta, agendo da monito per il lettore, sembra confermarlo, ma lo vedremo in seguito), agendo da invocazione all’attenzione per le presenze fantasmatiche, senza nome e tratti, di questi attori urbani – eppure così concreti, infatti «abbattono/ le protezioni/ scavalcano/ i cancelli le reti/ e entrano/ dentro i cantieri» (p. 28, vv. 8-13) –, sia in senso figurato: la serie di componimenti tratta ininterrottamente di questi camminatori, cantandone ipnoticamente le gesta (il movimento ipnotico, realizzato attraverso l’utilizzo delle sdrucciole e del ritmo ternario, è stato ottimamente compreso da Paolo Maccari nella nota finale), i gesti, di questi piccoli eroi in nuce, e per questo ancora indefiniti, che si stagliano dal niente, dalla più grigia e comune dis-identificazione. Continue reading »

Apr 272014
 

Italo Testa

“Evidentemente”, scriveva Roberto Bolaño, “la storia, una volta rimontata, diventa qualcos’altro”. Sottoponendo a un procedimento di montaggio e rimontaggio una serie di appunti, frammenti testuali, micronarrazioni, versi – a volte prelevati da organismi testuali precedenti e trapiantati nel nuovo tessuto verbale – Valerio Magrelli ci offre con Geologia di un padre un originale saggio di “storia scomposta”, ove le schegge della biografia paterna, sezionate e ricomposte con cura amorevole ma allarmata, si riaggregano in forme instabile e metamorfica. Accostati come tessere musive, i lacerti della vita del padre sono dapprima attratti dall’autopsi nevrotica del figlio, trasformandosi in altrettanti capitoli di un’autobiografia sui generis. Ma questa tensione anamnestica conduce i materiali biografici a un grado d’incandescenza tale da eccedere la vicenda personale, lasciando affiorare, per scorci potenti, strati profondi, colate laviche che affondano non solo nella storia collettiva recente – come quando, negli esercizi ginnici del padre, il figlio riconosce l’eredità involontaria delle posture corporee e delle retoriche del Ventennio – ma anche nell’antropologia e nella pre-istoria psichica. Rievocando scene d’infanzia, segnate dalla predisposizione all’ira e alla noia mercuriale del padre, seguendo l’evoluzione della sua malattia senile – l’opera di decostruzione del morbo di Parkinson –, Magrelli decifra nella memoria del genitore le traiettorie ek-statiche del tempo, quel diventar altro, uscire da sé, che è proprio del divenire, degli esseri soggetti a Cronos. Continue reading »

Apr 052014
 

Alessandra Cava

Cosa portano con sé queste Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, poesie-missive che Andrea Inglese raccoglie sotto un titolo un po’ sinistro, eppure così evidente, quasi ridicolo nella sua familiarità straniata? Una lettera è la traccia di una presenza mobile, che si progetta verso il destinatario desiderato, ma qui la voce del mittente, le «lettere che la sostengono, e portano / avanti nello spazio», restano nel movimento del messaggio, nel tentativo di raggiungere un lettore inorganico e silenzioso, senza «voce / corde vocali / trachea / polmoni / aria dentro o fuori / da far vibrare». I pensieri del Disoccupato, nella necessità di lanciarsi verso qualcuno (o qualcosa), diventano deliri di salvezza globale («con quelle risorse io sarei calmo / saprei addirittura rendere il mondo / migliore»), deviano in tormentoni sul controllo delle proprie relazioni sociali («sempre più implose in perfetto / precipitoso ottimizzarsi»), mentre seguono il filo dell’ossessione per un succedersi di «guarigioni», necessarie quanto sgradite, conservando il sospetto di essere «nonostante le quasi irrecusabili evidenze, / meno vivi». Continue reading »

Mar 232014
 

Gianluca D’Andrea 

In questo terzo libro di transizione, dopo Didascalie per la lettura di un giornale (Einaudi, Torino 1999) e, soprattutto, Disturbi del sistema binario (Einaudi, Torino 2006), riusciamo a scorgere minimi tentativi di apertura al mondo, timidi però, perché è la crisi del soggetto a farsi più profonda. La martellante auto-riflessività (funambolica, se si pensa ai virtuosismi tecnici sempre evidenti nei lavori di Magrelli e che, coraggiosamente, corrono sul filo dell’autoreferenza) esaspera le conseguenze di una mise en abîme perpetua dell’identità, nell’esubero del rispecchiamento, nell’arrancante storpiatura provocata da un tempo che, divenendo sempre più incomprensibile, impone per necessità una continua tensione.

Si ripetono le scelte stilistiche (come in Disturbi del sistema binario, da cui alcuni testi sono estrapolati e rielaborati), il ricorso, sempre ossessivo, alle figure d’iterazione. Alcuni esempi a caso: «Schwitters-paguro/ Schwitters-bernardo/ Schwitters-paguro-bernardo./ Che idea, abitare dentro una scultura!/ Che idea, traslocare nell’opera! […] chi di voi è l’animale?/ chi di voi è la conchiglia?» (Due artisti tedeschi – Merzbau, p. 8, vv 1-5 e 8-9) per cui la facondia di anafore e anadiplosi inclina alla cadenza della filastrocca, alla teoria litanica che ipnotizza per stordimento. Ancora: il componimento Welcome (p. 20), nella sua elaborazione complessa, intrecciata, concettosamente barocca, per cui le parole-rima si ripetono identiche alla fine delle tre quartine, così come nel primo emistichio di ogni verso (si tratta di martelliani con chiari richiami all’alessandrino, alla simmetria doppia, la duplice copia di un verso che si ripete su se stesso, così caro al medioevo francese e che qui possiede echi crepuscolari), estremizza una tensione claustrofobica. La forma chiusa, il gioco epistrofico estremo (cui si aggiunge il rinforzo numerologico delle stesse otto parole-rima che richiamano il titolo della sezione in cui il testo è inserito, Otto volte Natale), sono indizi che il grande tema de Il sangue amaro sia il tempo, o meglio, il tempo che passa e, lo abbiamo già accennato, il tempo perpetuo delle epoche di transizione: Continue reading »

Mar 132014
 

[ Postfazione a Simona Menicocci, Posture Delay, La Camera Verde, Roma 2013]

Giulio Marzaioli

In esergo alla propria opera, Simona Menicocci richiama corpo (e) cosa, colti nel loro dove-quando. La congiunzione tra parentesi suggerisce un rapporto di identità, così come la contestuale rappresentazione all’interno dello stesso luogo e dello stesso tempo ci indurrebbe a considerare che tale rapporto è rappresentato in osservanza alle unità aristoteliche. L’autrice, tuttavia, omette il terzo elemento di una triade che, a seguito della lettura, risulta evidente. Riformulando l’esergo: corpo (e) cosa (e) parola, colti nel loro dove-quando. Non vi è distinzione, infatti, tra ciò che viene scritto e la scrittura stessa. Tornando all’esergo, ad incipit dello stesso è posto l’avverbio sostantivato come. Ebbene, il contesto da una dimensione piana si incurva nel momento in cui l’osservatore è chiamato ad interagire. Come si compie l’azione? Come avviene la sovrapposizione di corpo e parola e l’ulteriore sintesi a materia del discorso? Come interviene l’osservatore?

In calce ad ogni testo la Menicocci annota la fonte primaria del testo, l’occasione di scrittura. Affidandosi a tale indicazione si direbbe che il corpo viene ricevuto dalla scrittura in una fase già avanzata di scomposizione (decomposizione), e quindi già reificato da agenti esterni quali il fatto di cronaca, la comunicazione mediatica, l’attraversamento della (di una) storia. Continue reading »