Jourdain, #9: Ma

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lug 282015
 

Andrea Cortellessa

Per puro caso, nello stesso momento sono capitati sul tavolo del Signor Jourdain i libri di due autori fra loro lontanissimi, ma che gli pare si trasmettano misteriose comunicazioni transoceaniche. Uno è Il Monumento di Mark Strand, nordamericano del ’34, del quale si è riferito il mese scorso; l’altro è I costruttori di vulcani, vero monumento (sin dal formato) eretto da Luca Sossella (pp. 495, € 20.00) a uno dei nostri poeti più «appartati», come si usa dire, cioè meno sgomitanti: il romano Carlo Bordini, classe 1938. Nel libro di Strand, Jourdain s’era segnato questa bellissima citazione da Wallace Stevens, «Nulla deve frapporsi / tra te e le forme che assumi / quando la crosta della forma è stata distrutta»; e pochi poeti italiani quanto Bordini (un altro che gli viene in mente è il toscano Attilio Lolini, non a caso suo pressoché coetaneo e sodale) gli paiono mostrare cosa succede, appunto, quando cede «la crosta della forma». Ha qualcosa di paradossale il titolo che Bordini ha voluto dare a quest’autoantologia pressoché completa delle sue poesie. Per antonomasia, infatti, quelli vulcanici ci paiono fenomeni naturali, effusivi, incontrollabili dagli esseri umani: esplodono quando s’incrina e si spezza, appunto, la «crosta» terrestre. Per Bordini, però, i poeti sono proprio coloro che lasciano scorrere la lava della lingua, con tutte le sue ctonie impurità e le sue scorie corrusche, una volta che si sia prodotto uno squarcio nell’autocontrollo razionale, ideologico, utilitario che domina l’esistenza (quella che la sua generazione amava chiamare «esistenza borghese»). Come scrive Bordini in una pagina di poetica del 2002 posta in appendice alla sua ultima raccolta, Sasso, e qui riportata, «è come se durante la scrittura ci fossero in me improvvise rotture dell’inconscio». La parola poetica è per Bordini ciò che eccede da ogni forma di controllo, a partire da quello formale esercitato dal soggetto: «Io non creo, ma sono creato. Non scrivo, ma sono scritto». Continue reading »

Recensione a Federico Scaramuccia, “Come una lacrima” (d’if, 2011)

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lug 202015
 

Cecilia Bello Minciacchi

Dolore e data dell’evento sono tutti calati in parole, in lettere: Come una lacrima (duemila uno) è il titolo con indicazione cronologica dell’ultimo libro di Federico Scaramuccia, vincitore della V edizione del Premio di Letteratura intitolato a Giancarlo Mazzacurati e a Vittorio Russo. Inconsueta l’indicazione dell’anno in lettere e non in cifre, a renderlo numero più che data, e come numero potenzialmente più aperto a una varietà di interpretazioni (a un terribile mutare, rinnovarsi in altro numero). Eppure è proprio un anno, il 2001 epocale, e il mese è settembre, e il giorno l’11. E il punto quello in cui d’improvviso «qualcosa macchia il cielo / buca l’azzurro lasciando una traccia». L’effetto è il crollo, l’implosione delle Torri, la traccia è ustoria. Non servono immagini al libro di Scaramuccia: tutto qui è risolto verbalmente; altri testi, commemorativi (e questo di Scaramuccia non lo è), hanno fatto ricorso, ancora una volta, a filmati visti, usurati, depotenziati. Come una lacrima, che riflette sui media, sulla manipolazione del dolore in chi osserva, accresciuto esponenzialmente attraverso il dolore degli altri, si affida interamente alla struttura e al dettato poetico ferreo, ossessivamente controllato. Si fonda sulla sola parola, e spesso ricorsiva, reiterata. È stata la lente d’un obiettivo a “passare” tutto il sovrabbondante materiale visivo sull’attacco alle Torri; la lacrima è dunque una secrezione dell’«occhio televisivo», anzi, «è la “macchina da presa” per eccellenza», si legge in calce nella Nota d’autore, è «un’impalpabile boule de neige (o snowdome) che tiene in scacco la globalità. […] Un “grande vetro” grandangolare che espone il dolore facendone uno strumento di controllo». Non può che soccorrerci, qui, il libro di Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, con le sue problematiche interrogazioni su guerre servite «in forma di immagini», su quali crudeltà ci vengano mostrate e quali invece «non ci vengono mostrate», sul fatto che una fotografia «non è mai solo il trasparente resoconto di un evento». Se, come scriveva Sontag, le fotografie delle vittime di guerra sono «una sorta di retorica. Reiterano. Semplificano. Scuotono. Creano l’illusione del consenso», ancor più “efficaci” sono i filmati di guerra trasmessi in diretta, fin dal primo conflitto del Golfo, ed efficacissima poi, l’11 settembre 2001, quell’«ipertrofia del pathos, per così dire “montato a neve”, tanto da indurre (al)l’orripilazione», postilla Scaramuccia.

Come una lacrima adotta una soluzione binaria: Continue reading »

Jourdain, #8: Monumento al Nulla

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lug 142015
 

Andrea Cortellessa

Per ovvi motivi mandano in sollucchero, il Signor Jourdain, tutte le possibili mésalliances fra poesia e prosa. Pensa che poche citazioni celebri siano oggi più fraintese di quella di Leopardi (che la riprende da Alfieri) sulla «prosa nutrice del verso». Oggidì legioni di verseggiatori da dozzina la brandiscono, infatti, per coonestare spezzature senza metodo e a capo senza costrutto. La poesia, sostengono continuando a equivocare ben più sofisticati assunti, deve «andare verso la prosa». A Jourdain pare vero piuttosto il contrario: e che la prosa, in particolare quella narrativa, abbia solo da guadagnare imparando dalla poesia – quella vera – il senso della forma e anche, quando serve, il senso del suo abbandono (così appunto Leopardi: «uno che per far versi si nutrisse solamente di versi sarebbe come chi si cibasse di solo grasso per ingrassare, quando il grasso degli animali è la cosa meno atta a formare il nostro, e le cose piú atte sono appunto le carni succose ma magre, e la sostanza cavata dalle parti piú secche, quale si può considerare la prosa rispetto al verso»). Spesso la perla del verso concresce – materialmente – dal rastremarsi e affinarsi di un’immagine inalveata, per prima, nelle valve della prosa. Quando questo piccolo miracolo si produce, si ha il meglio delle due forme: una carne perfettamente bilanciata, per proseguire la metafora leopardiana.

Pochissimi autori contemporanei quanto Mark Strand, nato nel 1934 in Canada ma statunitense d’adozione – e forse, dopo John Ashbery, il più «europeo» dei poeti americani – hanno saputo lavorare su questo doppio versante. Non sarà un caso, certo, che sia – appunto – un buon lettore di Leopardi. Diversi suoi piccoli e miracolosi libri – viene in mente per primo quello splendido su Edward Hopper pubblicato in Italia da Donzelli – sono raccolte di prose brevi, operette morali calibrate in ogni minimo dettaglio, alla stregua di piccoli e nitidi canzonieri. Quella ora uscita da Fandango, nella traduzione del fedelissimo Damiano Abeni con Moira Egan (pp. 131, € 14,00), Il Monumento, risale al 1978 e, a dispetto di quanto sostenuto (o piuttosto desiderato) da Carlo Carabba nell’introduttiva «guida alla lettura», reca in pieno le stimmate del postmodernismo militante di quegli anni: tutto all’insegna della finzione, del labirinto intertestuale e del gioco di specchi metatestuale. Continue reading »

Un’annotazione su “Carta da viaggio | Alight”, di Pietro D’Agostino (Benway Series)

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lug 072015
 

Marco Giovenale

Siamo abituati a pensare al libro, a qualsiasi libro, diremmo alla forma stessa dell’oggetto, come al contenitore stabile o stabilizzante di un materiale pronto, fisso, preorganizzato (proprio in vista della forma cartacea o digitale). Una serie di linee date, impaginate, raffigurabili nel loro complesso come opera organizzata già a monte, incastonata in una propria storia, o “come” storia. Che, in ogni caso, preesiste, precede il libro. (E da questo è veicolata).

Al contrario, con Carta da viaggio | Alight ci troviamo di fronte a pagine non incise, bianche: formano una freccia temporale che deve ancora mettersi in moto. Sbirciamo un luogo o meglio un’apertura o disponibilità/disposizione verso luoghi (non casuale è la parola “viaggio”) che permette – appunto – di accedere a spazi non stabili, non stabilizzati, e – meglio – non noti, non percorsi.

Tutto quello che abbiamo di fronte, aprendo e addirittura inaugurando l’esistenza stessa delle pagine del livre à venir di Pietro D’Agostino, è una sequenza di fogli impressionabili, di inizi. (È in fondo il paradosso di un testo così radicalmente lontano dall’esser testo da non esistere prima di venir aperto=scritto dai tagli luminosi aleatori del momento, e dal lettore che in sostanza vi dispone ombre, profili, al minimo movimento). Continue reading »

giu 302015
 

Andrea Cortellessa

Da ultimo, il signor Jourdain è in vena di confessioni. L’ultima che mi ha fatto è che quando gli capita di leggere un carteggio fra due autori, in genere lo fa pensando a una sola delle due parti in causa. Ma questo – aggiunge – proprio non si può fare con Troviamo le parole, il libro appena uscito da Nottetempo (nella traduzione di Francesco Maione, pp. 331, € 25.00) che raccoglie le lettere scambiatesi da Ingeborg Bachmann e Paul Celan – cioè due fra i maggiori poeti, non solo in lingua tedesca, del secondo Novecento (in appendice si leggono anche quelli fra Celan e Max Frisch, compagno della Bachmann fra il ’58 e il ’62, e quello, umanissimo, fra la Bachmann e Gisèle Lestrange, la sposa francese di Celan). Non si può guardare da un punto di vista privilegiato questa storia d’amore impossibile, e poi di contrastata amicizia, dal momento che essa si riverbera in profondità in entrambe le loro opere. Se il tema del confine è centrale nella Bachmann (nata in Carinzia, a un passo dalle frontiere dell’Austria con la Jugoslavia e con l’Italia; e in Italia, fra Ischia e Roma, vivrà i suoi anni più felici), proprio il confine fra due opere fra loro così diverse viene ridisegnato da queste lettere. Uno dei curatori del carteggio è Hans Höller, al quale dobbiamo anche una puntualissima biografia critica di Ingeborg Bachmann, preziosa anche per la quantità di inediti della scrittrice che utilizza, e tradotta da Guanda col titolo La follia dell’assoluto (traduzione di Silvia Albesano e Cinzia Cappelli, pp. 223, € 18.00): e Höller sottolinea come sia stato proprio nel «dialogo letterario» con Celan che Bachmann trovò «il proprio linguaggio poetico»: non tanto a livello stilistico bensì perché solo dopo l’incontro con lui, nella misera e caotica Vienna del ’48, anche l’opera della Bachmann – figlia di un padre nazista, mentre Celan com’è noto era figlio di ebrei vittime dello sterminio – si carica dell’irrespirabile responsabilità di testimoniare della Shoah. Continue reading »

Platen e Heine in Italia. Itinerari del desiderio e il senso della bellezza

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giu 222015
 

Camilla Miglio

Mi è capitato due settimane fa, in occasione di una visita in Sicilia per assistre all’apertura del Festival del teatro antico, di visitare la tomba di Platen a Villa Landolina.

Mi rendo conto che sono passati centoottanta anni dalla sua morte, e la sfregiata bellezza del Sud sopravvive nonostante tutto agli orrori cui noi stessi la sottoponiamo, e da quella forse dovremmo partire per ripensare l’Italia.

Ripropongo qui in forma lievemente modificata un ‘capitolo’ della serie ideata da Roberto Andreotti per ‘Alias’ durante l’estate del 2014 .

Ci dice molto sul Viaggio in Italia, ma che sulla relazione con l’antico oscuro e non solare, con una memoria altra rispetto al classico da cartolina o da museo, che gli stranieri nei secoli hanno cercato e trovato nella nostra penisola, e che noi possiamo imparare a distinguere tra le macerie di cattivo cemento e silicone del postberlusconismo. Un ripensamento dei nostri valori – soprattutto quelli inattuali – può avere un grande valore di ‘resistenza’ al presentismo e alla fretta che tutto travolge.

  1. Platen: bellezza, eros, thanatos

“Il mio bastone da pellegrino non conosce soste” – proclamava dulcamaro August von Platen parafrasando Byron in un’estate di quasi due secoli fa. Il delicato marchese di Hallermünde, poeta e versificatore di grandissimo talento (tanto da competere col suo avversario Heinrich Heine), viaggiatore e osservatore del multiforme ‘bello’ italico, nato ad Ansbach in Baviera nell’autunno del 1776 e morto a Siracusa nell’inverno del ‘35, visse le stagioni più intense nei suoi ultimi dieci anni, ramingo per l’Italia.

Il suo non fu un Grand tour tradizionale. L’andare a sud non era solo una ricerca di radici culturali, o goethiani ringiovanimenti dell’anima, quanto una fuga. Il suo viaggio si può leggere anche come tentativo di sottrarsi a chi intendeva sorvegliarlo e soprattutto punirlo, in seguito agli scandali sessuali che ne provocarono l’allontanamento dalla scuola militare e poi dall’università. Classicista ma anche orientalista, era preso dal demone della bellezza e della lontananza (degli antichi greci e latini ma anche dei persiani medievali, maestri di versificazione erotica). Questo dàimon lo trascinava in un’Italia il cui spirito antico egli vedeva rifiorire negli oggetti del suo desiderio, i bei ragazzi italiani. Firenze 1829: in versi che ricordano accenti del Gennariello pasoliniano il poeta trentenne ne canta l’aspetto: Continue reading »

giu 162015
 

Andrea Cortellessa

Il signor Jourdain mi confessa che certi libri, per come sono fatti, gli piacciono sino al punto di invidiarli. Quando ha aperto le Lezioni di fotografia di Luigi Ghirri (uscito a cura di Giulio Bizzarri e Paolo Barbaro nella tutta invidiabile «Compagnia Extra» di Quodlibet, pp. 268, € 22.00) l’occhio gli è corso alle foto, quasi tutte a colori, impaginate nel corpo dei testi. E che, dato l’argomento, tutto sono meno che accessorie. Beh, la naturalezza cromatica e la definizione di dettaglio di queste riproduzioni, stampate su una carta opaca che consente di tenere il prezzo (di quello che è oltretutto un fuoriformato quadrotto) alla portata di tutte le tasche, lo ha lasciato a bocca aperta. Quante cose si possono fare, ormai – e quanto di rado gli editori di oggi hanno l’agilità intellettuale (non il «coraggio», per favore!) di farle…

Luigi Ghirri, morto a meno di cinquant’anni nel 1992, è stato forse il più grande rinnovatore del linguaggio fotografico nel nostro paese; di certo quello che più acutamente si è interrogato sul significato del proprio lavoro. E infatti proprio alla «postura» di chi interroga il «mondo esterno» – anziché a quella che, documentandolo, pretende di dare tutte le risposte – insisteva Ghirri ad associare la sua. Come fa notare nella postfazione l’amico Gianni Celati (che con lui negli anni Ottanta ha realizzato libri epocali come Viaggio in Italia e Il profilo delle nuvole), uno dei suoi primi lavori si concludeva con la scritta «COME PENSARE PER IMMAGINI». E davvero negli scritti di Ghirri (e magari ancor meglio in queste piccole lezioni registrate di fronte a un piccolo uditorio, a Reggio Emilia, fra l’89 e il ’90) si respira una ridotta ma compiuta filosofia per immagini – prima che delle immagini. Una filosofia portatile: proprio come quella delle narrazioni di Celati. Continue reading »

giu 022015
 

Andrea Cortellessa

Non è il caso di fare troppo gli spiritosi, stavolta. Di scena infatti è Paul Celan: non solo in assoluto il maggior poeta, ma anche la voce più straziante e problematica del Novecento. La sua fuga da quello che Antonella Anedda ha definito il «secolo cane lupo» – il secolo che gli aveva sterminato la famiglia – non terminò infatti né col passaggio a Vienna né con l’approdo a Parigi, nel 1948. Non terminò scrivendo per prima cosa il suo nome (anagrammando l’originale Antschel). Terminò solo, tragicamente, a Parigi nel 1970: col salto dal ponte Mirabeau che pose fine ai suoi giorni tormentati. La prima poesia che pubblicò, Fuga di morte, era scritta in tedesco: cioè nella lingua parlata con la madre nell’originaria Bucovina, ma anche nella lingua di chi sua madre aveva ucciso con un colpo di pistola alla fronte, in un lager innevato; ma uscì tradotta da lui stesso in rumeno e venne raccolta nel suo secondo libro, Papavero e memoria, uscito in Germania nel ’52.

A ben vedere in questi titoli, in queste lingue, in questi luoghi e in queste date sta tutto il viluppo di aporie che mai Celan intese evitare: la sua ostinazione, la sua non meno che eroica divisa etica, fu al contrario di risiedere proprio nell’inabitabile. Il più citato dei suoi aforismi suona «La poesia non s’impone più, si espone». La poesia si espone, e ci espone, all’irreparabile; è l’irreparabile, in effetti. Todesfuge si può tradurre sia come «Fuga dalla morte» che «Fuga della morte»: la vita come allontanamento dal trauma d’origine o come inesorabile sprint verso l’abisso. Sono vere, ovviamente, entrambe le versioni. Così come, di questo componimento, conta non solo la «morte» di cui è intriso ma anche la «fuga» – cioè la prodigiosa struttura musicale – con cui si «espone» alla lettura. Conta la «memoria», cioè, ma anche l’allucinazione onirica – il «papavero» stupefacente – che quella memoria micidiale pare dissimulare mentre, in realtà, provvede a incidere per sempre: sia in chi scrive che in chi legge. L’opera di trascendentale «traduzione» che del trauma la poesia è dunque chiamata a compiere: e lo spazio inabitabile di Celan, traduttore straordinario, si colloca per l’appunto tra le lingue. Continue reading »

Jourdain, #4: All’inferno con Darien

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mag 192015
 

Andrea Cortellessa

Temo che il Signor Jourdain si stia facendo fama d’incontentabile (chi si ricorda il carosello di Luciano Emmer, con la faccia di pietra di Giampiero Albertini?). Aborrisce la romanzeria industriale, non gli vanno bene le «chicche» prodotte in serie; che dovrebbero fare, poveri editori? Beh, borbotta Jourdain, potrebbero prendere esempio da chi l’editore continua a farlo davvero. Si stupisce, Jourdain, tutte le volte che incontra un gruppo di giovani curiosi, colti e coraggiosi. Uno è nella sua città, Roma, ma lui se ne è accorto tardi. Ha un nome irridente, aristofanesco forse: Le Nubi. Filosofia contemporanea «contro» da un lato, recuperi dal passato dall’altro. Benissimo, si dirà: l’ennesimo chiccodromo. E invece no, protesta Jourdain: anche quello che si «ripesca» dal passato serve all’archeologia del presente. A spazzolarlo contropelo – per parafrasare Walter Benjamin.

Esemplare Biribi. Disciplina militare di Georges Darien (pp. XV-262, € 14,00). Come Jarry, Roussel o Vaché (i cui disegni sono riprodotti in copertina), Darien è una scheggia impazzita degli albori della modernità (nasce nel 1862 e muore nel 1921). Emblematico che, di questo personaggio unico (ne fa un bel ritratto il traduttore Gianluca Reddavide), l’editoria italiana abbia tradotto due volte – Longanesi negli anni Cinquanta, Einaudi nei Settanta – il libro più famoso, Il ladro. E poi stop. Lasciando da parte opere come Bas les coeurs!, l’immagine più disincantata della Comune del ’71, o appunto questo Biribi: il più impressionante documento antimilitarista prima della Grande Guerra (uscì nel 1890). Come altri romanzi di Darien, Biribi è scritto in prima persona: il che fa schiacciare la voce narrante sui casi dell’autore (il quale davvero s’era fatto cinque anni di servizio militare, e quasi tre nella terribile Compagnia di Disciplina di Gafsa, in Tunisia, confidenzialmente appellata «Biribi» appunto) ma a lui permette di inserire – nella sequenza di angherie, sopraffazioni e vere e proprie torture inflitte ai malcapitati soldati – monologhi di forsennata accusa al meccanismo repressivo. Con qualche eccesso di verbosità, impressionano in Biribi la requisitoria violenta e la coltivazione dell’«odio» come strumento di resistenza: «ho sete di dolore, perché il dolore mi dà la rabbia e sono abbastanza forte per superare l’abbattimento». Continue reading »

mag 112015
 

di Raffaella D’Elia

Il  mondo di Clarice Lispector, la visione da cui riemerge “come in trance” la scrittrice brasiliana originaria dell’Ucraina, non può che vivere di dettagli, particolari, occhiali dalle lenti sgranate al massimo, perché  tutti i frammenti di un paesaggio muto, opaco, possano risaltare, e sopravvivere alla loro stessa natura labile, fragile. Non potrebbe essere altrimenti, forse: perché il nucleo della sua indagine esistenziale ed artistica, il suo ferro da battere e mantenuto caldo  fino alla morte, il Destino umano indagato nei suoi vibrati più soavi, atroci, rischierebbe di annacquare lo sguardo, e rendere ogni individuo sostituibile all’altro, ogni condizione sovrapponibile o facilmente riducibile a un’altra. Continue reading »

Jourdain, #3: Talmente lì

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mag 052015
 

Andrea Cortellessa

Al Signor Jourdain sono sempre piaciute le «guide» che, su certe città, tutto fanno meno che dare informazioni turisticamente utili. Se le guide «vere» servono a orientarsi, queste servono a perdersi con gusto: disguide, si dovrebbero piuttosto chiamare. Jourdain pensa per esempio a un vecchio libretto di Diego Valeri, Guida sentimentale di Venezia; l’aggettivo in genere lo insospettisce ma sentimentale, qui, s’intende nel senso del Sentimental Journey di Lawrence Sterne: capostipite della tribù dei perdigiorno – o dei perdiluogo. Da qualche tempo, però, l’industria del libro è riuscita nell’impresa di fare format anche di libri come questi che, per loro natura, sono senza forma. Senza fissa dimora, cioè.

Modena è piccolissima (72 pp. di 30 cm di larghezza per 21 d’altezza, tutte stampate a colori da EDT, € 35,00), di Ugo Cornia e Giuliano Della Casa, rinverdisce tuttavia gli antichi fasti. Sarà perché al Signor Jourdain Modena fa venire sempre in mente uno che formattato non lo sarà mai, uno che gli italiani (dovessero imparare troppo sul loro conto) proprio non vogliono saperne di leggere: Antonio Delfini. Il quale, l’anno prima di morire, si tolse uno sfizio a lungo covato: sottrarre all’odiata Parma il vanto della Certosa di Parma (appunto) di Stendhal – che si sarebbe ispirato, invece, proprio alla «sua» Modena. Così dice, Delfini, in un libriccino deliziosamente folle dal titolo Modena 1831 città della Chartreuse. E da quando l’ha letto per Jourdain Modena è una città mezza matta, proprio come Delfini: stralunata e tutta fantasticata. Continue reading »

Recensione a Yves Pagès, “Ricordarmi di” (L’Orma, 2015)

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apr 292015
 
Yves Pagès e altre ‘brevità’

Marco Giovenale

Leggendo il libro di Yves Pagès, Ricordarmi di, pubblicato da L’orma nella traduzione di Massimiliano Manganelli ed Eusebio Trabucchi, uno dei nomi che non può non affiorare è quello di Félix Fénéon, geniale figura – pressoché archetipica – di quelle scritture francesi non solo brevi brevissime ma addirittura fulminee, se non fulminanti.

Di fatto Fénéon poi sbuca davvero, improvviso, ed è collocato – per esplicita dichiarazione di Pagès – fra le voci ispiratrici della raccolta di microprose:

Di non dimenticare che, non ricordando e non avendo annotato il suo numero d’immatricolazione cineraria, non sono riuscito, nella mia ultima visita al colombario del Père-Lachaise, a ritrovare il loculo in cui riposa l’urna di mio padre, ma mentre lo cercavo ho scoperto quello di Félix Fénéon, pioniere della scrittura per frammenti, al quale devo tante «novelle in tre righe», tra cui questa.

Ecco ben chiarito di cosa si tratta: frammenti. Il libro è una sequenza di fatti, cose da non dimenticare (ogni prosa si allaccia al titolo “Ricordarmi di” iniziando con “Di non dimenticare”), disegnate in pochi tratti e offerte in felice disordine e continui bisticci fra memoria e oblio, senza che felicità o sorriso eludano né però disertino il taglio anzi la sostanza grave di alcuni brani, particolarmente se politici, o relativi alla Shoah: Continue reading »

Jourdain, #2: Tante microscopiche bombe a orologeria

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apr 212015
 

Andrea Cortellessa

Nelle librerie d’oggidì il Signor Jourdain si trova a disagio. Non è così remoto il tempo della sua formazione: quando spesso capitava di fare, appunto in libreria, autentiche scoperte. Libri insospettati, autori incònditi, titoli sfingei. Le famose «chicche»: trouvailles che confermavano come niente di più inedito ci sia dell’edito. Erano il vanto degli editor d’antan, prove di un buon uso della serendipity. Ed erano lo spasso dei recensori, già allora aduggiati dall’ammorbante colluvie di romanzesse boccolose, programmate per sgranare gli occhioni sui divani televisivi. Ma soprattutto erano la consolazione dei lettori malinconici, quelli che davvero avevano «letto tutti i libri». Beh, borbotta accigliato Jourdain, oggi anche le «chicche» sono prodotte in serie: impilate nei pressi del sancta sanctorum della cassa.

Una volta tanto, però, si dà ancora il caso di una sorpresa «vera». È il caso dei Romanzi in tre righe di Félix Fénéon, che Matteo Codignola ha curato per la «Biblioteca minima» di Adelphi (pp. 58, euro 5,50). Fénéon, chi era costui? Gli storici della letteratura e dell’arte lo conoscono come direttore della «Revue Blanche», centrale letteraria della fin de siècle (vi vennero lanciati i giovani Schwob, Jarry, Apollinaire e Proust), e come autore di un cruciale saggio sugli Impressionisti nel 1886. Uno che non scriveva quasi mai: ma che quando si decideva a metter mano alla penna non lasciava nessuno indifferente. (L’archetipo, insomma, di uno cui Adelphi deve molto: Bobi Bazlen.) Quando nel 1944 il vecchio Fénéon – con la sua discrezione da ectoplasma – prenderà congedo, Jean Paulhan, che aveva preso il suo posto di arbiter delle lettere francesi, deciderà di raccogliere i suoi scritti (volgarità cui mai l’aristocratico Fénéon si sarebbe abbassato). Continue reading »

apr 102015
 

Fiammetta Cirilli

Il primo dei testi rari del Novecento letterario riproposti nella collana à rebours, diretta da Cecilia Bello Minciacchi per l’editore Oèdipus, è Il grande angolo di Giulia Niccolai: «romanzo limbo», come lo ha definito per un ventennio l’autrice; oppure – è sempre Niccolai a suggerirlo nella nota che chiude/commenta il libro a quarantasette anni dalla sua uscita – sorta di «confessione» (p. 189), frutto dell’incastro di frammenti di vissuto molto distanti nel tempo e nei luoghi, sì, ma anche ben “distanziati” rispetto a una eventuale prospettiva di racconto piattamente autobiografica. Il grande angolo, scritto e pubblicato la prima volta in piena stagione di sperimentalismo, per troppe ragioni non può del resto che sottrarsi a modalità canoniche di narrazione: per il contesto letterario di origine, appunto, come pure per le ragioni a monte della scelta dell’autrice – in precedenza, fotoreporter – di tentare la scrittura letteraria. Ancora, per l’incidenza – dichiarata – che su Niccolai ha esercitato un antecedente come Barcelona di Germano Lombardi. «Da parte mia, dopo dieci anni di lavoro come fotografa […] desideravo impegnarmi anch’io nella scrittura, in una scrittura letteraria, non giornalistica […]. Mi chiedevo quale potesse essere una scrittura attuale, non banale, in sintonia con il momento» (pp. 169-70), spiega Niccolai. Che individua poi nello sforzo di ridurre l’io fino ad annullarlo – giusta la lezione dell’École du regard – l’elemento più coinvolgente (e più significativo da riprendere/rielaborare/riproporre) del libro di Lombardi: Continue reading »

Jourdain, #1: Stivali di occhi neri

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apr 072015
 

Come si ricorda nel primo di questi pezzi, il signor Jourdain è un personaggio di Molière preso per i fondelli nel Borghese gentiluomo per la sua infatuazione per la “prosa”; un’infatuazione che, da allora, certo non m’è passata. Questo e i nove pezzi successivi in cui prende la parola questo avatar, e che grazie alla gentilezza di Marco Giovenale verranno qui riproposti (in considerazione della scarsa circolazione di allora – nonché appunto della testardaggine del signore in questione) con cadenza quindicinale (in qualche caso in versioni un po’ più ampie di quelle originariamente pubblicate, a loro volta comunque scritte all’epoca), uscirono dunque per la prima volta, dal febbraio al dicembre del 2010, in una rubrica che mi aveva chiesto di tenere Gianni Bonina sulla nuova serie di «Stilos». Dal 2002 al 2005 avevo già collaborato una quindicina di volte a una testata con questo nome, Continue reading »