La cognizione del meccanismo e la grammatica. Ovvero la consapevolezza del potere del mezzo

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feb 022016
 

Mariangela Guatteri

Ho visto il mezzo fotografico come qualcosa che, attraverso
la luce, determina immagini che hanno valore di linguaggio.

[Feedback: scritti su e di Franco Vaccari,
Postmedia, 2007]

 

Considerando i diversi media che sempre più entrano in gioco nella scrittura, è forse utile continuare a riflettere sui linguaggi propri dei mezzi rispetto alle loro potenzialità da mettere in atto nel pensiero critico del mondo. Si tratta dunque del rapporto tra il mezzo (medium) e l’operazione estetica: quali possibilità di ricerca – esplorativa e conoscitiva – è ancora utile mettere in campo?

Esiste un rapporto di sottile tensione, un’attenzione particolare nei confronti dei mezzi di riproduzione che già da qualche decennio coincidono coi mezzi di produzione, [Angela Madesani, Le icone fluttuanti, Mondadori, 2002, pp. 93-94] e in questa attenzione è forse possibile rilevare una necessità di conoscenza specifica: una cognizione del meccanismo, intendendo, il meccanismo, come mezzo e come tutto ciò che questo mezzo incapsula in sé. Torna allora utile tentare la costruzione di un’idea di grammatica per i linguaggi delle pratiche artistiche, scrittura compresa, incapsulati nella fotografia, nel video e in tutti i media che concorrono nell’operazione estetica.

A proposito di linguaggi e grammatiche, Mario Costa, parlando dell’equivoco dell’uso artistico del video, sostiene che «non c’è videoarte se le specifiche funzioni comunicazionali o le specifiche possibilità d’immagine del medium non vengono mobilitate». [Ivi, p. 87]

Non era dunque sufficiente lavorare sulla superficie dura (l’hardware) dell’oggetto, imbrattare o rompere i televisori, come aveva fatto Wolf Vostell, per fare videoarte. Deve muoversi la superficie soffice, comunque più tramata, del linguaggio. Oggi, i linguaggi disponibili sono prevalentemente quelli incorporati nelle tecnologie più diffuse e nelle loro interfacce, ma già dalla fine degli anni Cinquanta dispositivi video e televisivi erano oggetto d’indagine artistica.

Il video è un oggetto (strumento) di per se stesso problematico, in primo luogo per una congenita impossibilità di definizione univoca; processo e prodotto, «il video rappresenta una sfida alle istituzioni dell’arte, poiché resiste alle catalogazioni degli storici, sfugge ai canoni museali, si sottrae ai criteri di valutazione dei mercanti». [Ivi, Simonetta Fadda, p. 87] Continue reading »

Recensione a Andrea Inglese, “La grande anitra” (Oèdipus, 2013)

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gen 172016
 

Fabio Zinelli

Dei tre tempi del libro, è l’invenzione geniale del primo che, oltre a dare il titolo all’insieme, pone le regole per la lettura di tutto il meccanismo, una sorta di giuoco dell’anitra, se pensiamo al sanguinetiano giuoco dell’oca, e che di sanguinetiano porta l’impronta forte dell’autore come grande burattinaio del caos. Il poeta/narratore, perché proprio di questa istituzione letteraria si tratta, si trova all’interno di una grande anatra cotta, luogo ad alto potenziale simbolico e accompagnato da due altri personaggi: «Siamo dentro un’anatra cotta / come Giona nel ventre della balena ma è un’anitra cotta / io Minnie e il guardiano notturno». È il cronotopo di tutta la prima parte, intitolata e firmata: «Le mie meditazioni di A. I.». La consistenza e le possibili simbologie dell’anatra si svelano per gradi ma con precisione. Disossata da una mano invisibile, l’anatra rappresenta una possibile utopia («da millenni non pensavo più all’innocenza / qui le istituzioni sono pochissime / a tutte le ore mi posso masturbare volendo»), da subito però imperfetta dato che, come sottolinea C. Bello Minciacchi nel ‘racconto critico’ che accompagna il testo, non vi sono azzerate le differenze sociali: «Il guardiano notturno è di origine popolare / io sono di origine borghese […] ogni volta che lo incontro cerco di capire / se siamo in un punto qualsiasi della lotta di classe // quanto riuscirà a guadagnare lo stronzo? / sono sicuro che nell’anitrone lo pagano bene». La figura femminile è termine medio e oggetto delle mire sessuali dei due: «Minnie ci gira intorno quatta come una gatta svogliata / nel suo caso direi: razza giamaicana livello educativo piccolo-borghese». Continue reading »

Le poesie italiane di questi anni

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gen 112016
 

Claudia Crocco

1. Durante gli ultimi quindici anni sono stati pubblicati libri di poesia molto diversi fra loro. Solo per nominarne alcuni: Il profilo del Rosa di Franco Buffoni (Milano, Mondadori, 2000), Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998 di Giuliano Mesa (Lavagna, Zona, 2000), Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco (Milano, Mondadori, 2001), Umana gloria di Mario Benedetti (Milano, Mondadori, 2004), Dal balcone del corpo di Antonella Anedda (Milano, Mondadori, 2007), Il colore oro di Laura Pugno (Firenze, Le Lettere, 2007), La distrazione di Andrea Inglese (Roma, Sossella, 2008), Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti (Sant’Angelo in Formis, Lavieri, 2009), L’attimo dopo di Massimo Gezzi (Roma, Sossella, 2009), Fuoco amico di Paolo Maccari (Firenze, Passigli, 2009), I mondi di Guido Mazzoni (Roma, Donzelli, 2010), La divisione della gioia di Italo Testa (Massa, Transeuropa, 2010), Sul vuoto di Gabriel Del Sarto (Massa, Transeuropa, 2011), Avventure minime di Alessandro Broggi (Massa, Transeuropa, 2014). Alcune di queste opere contengono testi in prosa, in altre si trovano forme metriche canoniche; talvolta sono inclusi sia prose sia versi dal ritmo tradizionale. In molti casi chi dice io coincide con l’autore, ma non di rado vengono usate la prima persona plurale o la terza singolare. Può accadere che chi scrive si rivolga ad un tu indefinito, oppure a se stesso. Continue reading »

Raccontare la guerra: la comunicazione etica nella poesia italiana contemporanea (Franco Fortini, Antonella Anedda, Franco Buffoni, Massimo Gezzi, Italo Testa)

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gen 012016
 

Maria Borio

1. Il rapporto tra la poesia italiana contemporanea e la comunicazione etica indica un percorso in cui, a partire dalla seconda metà del Novecento, la poesia ha mostrato una consapevolezza altalenante del proprio ruolo storico e della fiducia nella propria funzione lirica, soprattutto dagli anni Settanta quando, anche per il progressivo affievolirsi delle ideologie, i contenuti soggettivistici hanno iniziato ad essere predominanti. In particolare, con l’uscita di Satura di Montale, con gli epigoni della Neoavanguardia e con l’emergere dell’estetica postmoderna, il rapporto tra l’io e la profondità storica è stato generalmente, per alcuni anni, livellato su uno stato di psicologismo e di corporalismo esibiti. Non si vuole, tuttavia, affrontare il tema della comunicazione etica come riflusso di una logica idealistica che potrebbe far pensare una storia della letteratura impostata secondo il modello di De Sanctis, caratteristico della tradizione italiana, i cui cardini sono costituiti proprio dalla portata etica delle opere. La mia analisi intende, piuttosto, far uso della comunicazione etica come strumento induttivo per individuare i legami tra l’estetica della lirica e la storia, tra la poesia e i contenuti che non riguardino esclusivamente la sfera del soggetto, ma senza voler imporre giudizi di valore discriminanti e settari. Continue reading »

Recensione a Giancarlo Majorino, “Torme di tutto” (Mondadori, 2015)

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dic 272015
 

Luca Minola

Impressionante in questo ultimo di Giancarlo Majorino Torme di tutto è la vitalità del verso: libero e arioso. La costante è la ricerca sfrontata e senza misure di Majorino sulla lingua, una sfida vinta nei decenni che parte da “La capitale del nord”, passando attraverso un’intera di ricerca linguistica che vede in questo Torme di tutto, una delle sue terminazioni nervose tra le più interessanti. Libro di scatti e passaggi alterati. Un Majorino comunicativo e audace che produce effetti d’immediata resa. Dalla sfrontata narrazione atipica e incestuosa della prosa iniziale “Aprile dolce dormire” fino ai passaggi interni scanditi “dalla materia oscura del sonno” che devia in più pagine del testo il legame fra veglia e sonno. L’elasticità dei componimenti agisce sull’ inquadratura stessa delle poesie sulla pagina. Un viaggio interminabile, compreso e fatto “nell’astronave terra”, ultima versione di un mondo impossibile dove le merci sognano di diventare altro e la vita assume i contorni di un passaggio interiore vissuto nei suoi contenuti estremi: “penna troppo alta sopra di lui/ immobile rispettosa sta la faccia/ stanza bruna vien rotta da raggi pila/ sognano le merci di tornare cose/ bufere lontane entrano et escono/ chi sei? Che cosa pensi strano alito/ un’immane piazza tramontante? Forse/ sostan gli anziani tra gli asciugamani / hanno vissuto e vivono tra involucri/ una natura che non ha paragoni”. Torme di tutto si sottopone a una lunghissima identificazione, a una penetrante indagine che passa per ogni nervo scoperto o cellula dell’autore. Continue reading »

Recensione a Italo Testa, “i camminatori” (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)

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dic 142015
 

Elisa Vignali

Con la raccolta “i camminatori”, già vincitrice del Premio Ciampi “Valigie Rosse” 2013, Italo Testa si conferma autore tra i più interessanti nel panorama attuale della poesia italiana, per una riflessione costante sulla scansione metrico-ritmica del discorso poetico, fondata sulla ricerca di una disposizione affatto originale dei versi e sulla contaminazione di codici espressivi eterogenei, all’incrocio tra poesia e arte.

Il lavoro di Testa convince anzitutto perché è sostenuto da un progetto, che di volta in volta si arricchisce di ulteriori tasselli. In questo caso, nello specifico, il libro, pur essendo composto di un esiguo manipolo di testi, tiene per compattezza e coesione interna, venendo a definire una sorta di poemetto che sviluppa compiutamente una delle tante direttrici presenti nei precedenti lavori dello stesso autore.

Un altro aspetto meritevole di attenzione critica è l’apertura del dettato poetico ad altre forme espressive e dunque la sua potenziale estensione in più direzioni: non solo il libro si presenta accompagnato da alcune illustrazioni in bianco e nero di Riccardo Bargellini, ma dal volume è stato tratto anche un video arricchito da alcuni scatti fotografici e carte artigianali di Margherita Labbe e da alcune sequenze video di Roberto Dassoni, che traducono persuasivamente il senso di allucinata realtà ben rappresentato nel poemetto. In tal modo la natura ibrida del testo si allarga anche al di fuori dei suoi ristretti confini materiali, rendendo possibili diverse modalità di fruizione, ricche di implicazioni anche per il rapporto tra l’entità autoriale, che risulta così decentralizzata, e il lettore. Continue reading »

Di alcune ‘poetiche relazionali’ nella poesia Italiana contemporanea

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dic 072015
 

Jacopo Grosser

Una delle tematiche più frequentate dalla poesia del secondo Novecento, e degli ultimi trent’anni in particolare, è senz’altro quella della ‘relazionalità’ della poesia stessa, ovvero la problematizzazione della sua capacità di riattivare un circuito di senso, di comunicazione; in reazione alla marginalità della poesia nel sistema artistico e mediale contemporaneo, spesso e variamente è stata tematizzata la speranza (la tensione, talora strenua) di contrastare la percepita usura del codice poetico e di ripristinare un’efficacia intersoggettiva, vedendo dunque ristabilite le sue potenzialità – appunto – relazionali. Le ragioni di questa esigenza, che – va detto – è innanzi tutto una dichiarazione di assenza di relazionalità e di conseguente mancanza di presa sul reale da parte della parola poetica, sono state lucidamente indagate e messe a punto dallo studio di Guido Mazzoni Sulla poesia moderna, attorno al quale è nata una stimolante e fertile discussione proprio sulle pagine virtuali di questa rivista(1). Esemplificando, e senz’altro semplificando brutalmente, alcuni dei passaggi di quel lavoro e delle sue ultime sezioni in particolare, annoto qui solo la ricorrenza di formule come “l’estinzione della personalità” (T.S. Eliot); oppure, ancora, attraverso la celebre riflessione di Friedrich (che a sua volta riutilizzava categorie elaborate da Ortega y Gasset a proposito del romanzo moderno), termini come “disumanizzazione” e “spersonalizzazione” portano il critico tedesco alla diagnosi per cui “la lirica moderna elimina non soltanto la persona privata, ma anche la normale umanità”, nell’ottica di una “neutralità sovrapersonale”. Mazzoni poi scrive: Continue reading »

Recensione a Italo Testa, “i camminatori” (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)

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dic 022015
 

Fabio Zinelli

Vincitore del premio intitolato a Piero Ciampi, uno che tutta la strada della canzone italiana se l’è fatta a piedi, Italo Testa dimostra, una volta di più, un’attenzione quasi scientifica nel legare un progetto a un’idea precisa della forma da adottare. Qui, il progresso dei misteriosi camminatori è calato nel ‘format’ dei versi corti, insomma pedes rapidi, come una camminata di fretta, tendenzialmente precisa, a volte resa scazonte dall’ imprevidibilità di queste macchine camminatrici – «si voltano / di scatto a un tratto / ti guardano / gli occhi grigi / campeggiano / poi scartano di lato», «ho provato a parlargli / si bloccano / all’istante sul posto / non sembrano / sentirti o non rispondono» – il cui fantastico antenato era il provinciale Campana di «Il mio passo nella notte / batte botte» (ma lì era per l’alcool). Si noti, nei versi citati, come il tracciato linguistico sia sostenuto e sincopato dall’impiego di varie parole sdrucciole (su cui l’opportuna digressione di Maccari), soprattutto verbi. Il flaneur di Baudelaire poteva procedere nella grande Parigi per passi larghi guidati dal verso lungo dell’alessandrino, anche gli inciampi servivano a produrre poesia. Nell’universo urbano di Testa, i camminatori si muovono a Berlino, Parigi, Venezia, Marsiglia che, come esprimono bene le fotografie in negativo di Riccardo Bargellini, una per testo, non sono però considerate nella loro essenza storica di città enciclopediche ma come piste e binari dove si muovono i camminatori: «e puntano / sempre in avanti / come aghi orientati / misurano / magnetici le strade». Automi su rotaie, ma anche comparse di un mondo parallelo (al modo un po’ naïf del poema dei lunatici di Cavazzoni/Fellini), forse in attesa di un segnale regolatore: «i tratti duri / si tendono / pronti a scattare / a un ordine / un cenno convenuto / se aspettano / qualcuno un segnale / un codice / per ripartire / se pensano / sempre a qualcosa / o fingono». I camminatori non sono il nostro doppio. Forse, ci si può chiedere (come fa Maccari) se«i camminatori con la loro armatura di insensibilità chiedono una reazione umanistica». Sono certamente corpi ‘senza organi’, così che la reazione, con Deleuze-Guattari, dovrà essere ‘rizomatica’, multipla, piuttosto che genealogica. Certo, a differenza di quelle ‘macchine desideranti’ che ancora speriamo di essere, le ‘macchine camminanti’ non sono soggetti libertari, sono condizionati non sappiamo esattamente da cosa o da chi. Però quello che è in gioco è in effetti la risposta (la reazione) del soggetto, si presume a sua volta camminante, che li osserva, la sua capacità di percepire un’eventuale minaccia: «ho provato a guardarli / fissandoli / parandomi di fronte / strabuzzano / meccanici gli occhi / si scansano / come di fronte / a un ostacolo / un muro imprevisto / aggiustano / la loro traiettoria / ti affiancano / senza mai dire nulla / e rigidi / in linea retta / ti passano». Ma i camminatori non sembrano pericolosi, sono sfuggenti, come il linguaggio, di cui riproducono, misteriosamente, l’atto fondamentale e sintagmatico del movimento in uno spazio. È il lavoro del poeta-camminatore di esaminare e repertoriare tracciati che non coincidono mai.

Fabio Zinelli

[già apparso in “Semicerchio”, 50, 2014, 1]

Un paesaggio di tracce. Recensione a Marco Giovenale, “Maniera nera” (Aragno, 2015)

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nov 302015
 

 

Gianluca D’Andrea

La doppia direzione della materia che si frantuma per riapparire e in questa apparizione si guasta:

Due figure vengono e due vanno.

A feste, alle alberate (nome come
un altro) –
finiscono dove
finiscono loro, se pure è,
se è così, al curvamuro, a quello

strano aggettare del palazzo
da dove (verso dove) danno
ombre loro che sono, come devono,
ombre soltanto, piene per mattina
di notte, non simili, e simili

appaiate, appena

(p. 19).

 

La mezzatinta, tecnica incisoria, è approvata da Giovenale per dirozzare la scrittura: da una superficie scabra, libera dai residui del fondo, emergono figure. Scrittura compressa, allora, amalgama di segni la cui strategia poetica è l’accumulo – neologismi o a-logismi? Sarebbe un paradosso o un disegno che non aspira ad alcuna rappresentazione geometrica (siamo o non siamo fuori dalle logiche euclidee, fuori dal Novecento?) e che agonizza nelle sue linee? «L’inizio di un affresco è sempre linee» (p. 32). Continue reading »

Recensione a Davide Nota, “Il non potere” (Sigismundus, 2014)

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nov 222015
 

Nadia Agustoni

Questo libro riunisce l’intero lavoro poetico di Davide Nota, giovane autore, critico e blogger, classe 1981, quindi poco più che trentenne, ma con alle spalle un’attività intensa che ha trovato canali diversi per farsi conoscere, non ultimo il blog “Fonti coperte” pagina online dedicata alla poesia e alla scrittura del quotidiano “L’unità”. La stessa Sigismundus Editrice è nata dall’impegno di Davide Nota per far si che testi di autori, fuori dal circuito ufficiale della poesia, abbiano a disposizione delle alternative anche in forma di uno strumento editoriale.

Una premessa, “Il non potere” include uno scritto finale “Per una poesia del margine” che aiuta il lettore a comprendere il senso di quel titolo un po’ oscuro a tutta prima. Scrive Davide Nota: “Non sono un poeta realista, perché lunica realtà che conosco è la solitudine. Sono il tentativo mancato di resistere al disumano. Subire lepoca senza compiacersene vuol dire, anche permanere nella musica, in unarmonia pur degenere che non ceda al cinismo della prosa (se non divorandola come inserto). La tradizione classica è indispensabile: tradirla senza sanguinare è solo unaltra forma di obbedienza al dogma della dismissione”. (p.197) E subito dopo aggiunge: “… è possibile abitare la poesia come un servo in rivolta, che scappa via col cavallo del padrone e apprende da sé sorprendenti numeri di fuga. Ciò che importa è la meta raggiunta, non le cadute che la meta giustifica. Ma provate a farlo capire al padrone! Impossibile”. (ibidem) Continue reading »

SpecchioSereni

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nov 162015
 

Italo Testa

Sereni per noi – quest’immobilità – non arrivare mai – Sereni – da nessuna parte – in nessun luogo –

Sereni – il tempo sospeso – Sereni – persi in una bolla – Sereni – lago d’ombre – Sereni – il passato che non passa –

Sereni – di noi sempre in ritardo – Sereni – il tempo irreparabile – Sereni – in ritardo sulla propria generazione – la nostra generazione – a insabbiarsi per anni –

Sereni – girare in cerchio – Sereni – la nostra Algeria – Sereni – a volte in sogno – Sereni – spalare al più presto

 

Sereni – tempo speso male – Sereni – gioventù in malora – Sereni – tradire ancora – Sereni – ancora tradire –

Sereni – volto voce sogno – Sereni – sogno voce volto – Sereni – scegliere un volto – Sereni – scegliere migliaia di volti –

Sereni – il nostro ventennio – Sereni – la nostra viltà – Sereni – le paludi del sonno – Sereni – le paludi del caimano –

Sereni – scegliere un volto per specchiarsi – Sereni – specchiarsi in un volto inesistente – Sereni – vivere tra parentesi – Sereni – insabbiarsi per anni

 

Sereni – morti alla guerra – Sereni – morti alla pace – Sereni – cono d’ombra – ripetizioni – Sereni – iterazioni –

Sereni – sbandare – perdersi in sogno – Sereni – altri frammenti – altre sconfitte –

Sereni – il tempo nebbioso – gli anni abbacinati – Sereni – swamp thing – vado a dannarmi –

Sereni – stanno sereni – i morti come noi – Sereni – in un loro limbo – ombra stagno volto – Sereni – mimetizzarsi – Sereni – mimetizzarsi e sparire

 

Sereni – questi fantasmi – adesso è finita – Sereni – stagni malvagi – epifanie di volti –

Sereni – i giorni opachi – Sereni – gli anni in proroga – Sereni – le nostre paludi – Sereni – la mente prigione –

Sereni – a crogiolarsi – Sereni – su un binario morto della storia – Sereni – a dannarsi – Sereni – la palude del caimano – Sereni – la nostra gioventù in malora –

Sereni per noi – lancette ferme – Sereni – quest’immobilità – Sereni – persi in una bolla –Sereni – espulsi dal futuro – SpecchioSereni

(già apparso nello speciale Per Vittorio Sereni (1913-1983): testimonianze delle ultime generazioni /1″, in “Nuovi Argomenti”, http://www.nuoviargomenti.net/poesie/per-vittorio-sereni-1913-1981/)

 

Pagine di una educazione letteraria. Appunti su “La sadisfazione letteraria” di Corrado Costa

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nov 112015
 

Riccardo Donati

Plus je devrais être raisonnable, plus ma

maudite tête s’irrite et devient libertine

M.me de Saint-Ange ne La Philosophie dans le boudoir

Venire via dall’arte è una grandissima fatica

Corrado Costa, L’incognita borghese

 

Il s’agit d’une éducation…

«Costa ci raggiunge con un misurato ritardo, quando tutto sembra risaputo, e invece di Costa ci rimane tutto da sapere, ossia da leggere»: con queste parole uno dei maggiori poeti contemporanei, Andrea Inglese, ha recentemente reso omaggio al multiforme ingegno di Corrado Costa (1929-1991) in un notevole numero de “il verri” interamente dedicato al poeta di Mulino di Bazzano(1). La figura di Costa, «anima ludica ilare e distruttiva» come lo ha definito il sodale Nanni Balestrini(2), si colloca in una posizione di primo piano non solo entro il vastissimo alveo dell’esperienza neo-avanguardistica, ma anche all’interno di un’ideale «linea emiliana» della nostra letteratura, eccentrica e pungente, ironica e autoironica, che, poniamo, da Delfini e Zavattini giunge fino a Celati e Cavazzoni. Per questo duplice motivo, ha ragione Andrea Cortellessa nell’affermare che Costa non merita la riduttiva etichetta di “minore”(3): quella dell’autore di Pseudobaudelaire è una voce originalissima e dagli esiti rimarchevoli, oltre che una presenza intellettuale di non trascurabile rilievo(4). C’è un testo in particolare che ci sembra confermarlo, un’opera che ha tutte le caratteristiche del manifesto di poetica senza averne affatto l’aria, un libro di natura giocosamente sperimentale e intriso di spunti metaletterari, come ben testimonia il jeu de mots del titolo: La sadisfazione letteraria. Continue reading »

Recensione a Andrea Inglese, “La grande anitra” (Oèdipus, 2013)

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set 022015
 

Raoul Bruni

Nella nota d’autore che si legge in appendice a La grande anitra, Andrea Inglese rivolge queste parole al proprio pubblico: «Lettore, tu puoi leggere il libro come vuoi, come se si trattasse di poesie messe assieme, ad esempio. Io volevo raccontare una storia, che non ho avuto la pazienza di raccontare. Ne è venuto fuori questo libro, a tre voci. L’anitra sembrava una piega spaziale e temporale sufficientemente propizia: alla meditazione, alla visione, al poetare». L’autore fornisce in tal modo un’essenziale chiave di lettura per accostarci a una raccolta poetica complessa e polifonica, costruita attorno ad un’immagine, o meglio, ad un emblema, quello dell’anitra intitolante, che si presta, credo volutamente, alle più varie interpretazioni. Del resto, lo stesso fatto che il libro sia stato scritto e concepito come un’opera tre voci lo sottrae ad una lettura monolitica. Le tre voci che parlano nelle altrettante sezioni («Le mie meditazioni di A. I.», «Le mie visioni di Minnie» e «Le mie poesie di Guardiano Notturno»), infatti, sono dotate ognuna di un proprio timbro e di una propria modalità stilistica autonoma (diversi sono anche i ceti sociali di origine: «il guardiano notturno è di origine popolare / io sono di origine borghese», recita una delle meditazioni in versi di A. I.), pur nell’ambito della generale complementarità delle tre voci, che rende il libro, in definitiva, compatto. Da sottolineare, a questo proposito, il fatto che in tutti e tre i titoli delle sezioni compaia l’aggettivo «mie», quasi a voler ulteriormente rivendicare una irriducibile autonomia delle tre voci. In tal senso, se, come ricorda giustamente Cecilia Bello Minciacchi, il vocabolo meditazioni, sembra rinviare alle classiche Meditazioni metafisiche di cartesiana memoria, la ricorrenza dell’aggettivo possessivo non può non far pensare allo Zibaldone di Leopardi, chiamato dall’autore, nell’indice autografo del 1827, «il mio Zibaldone di pensieri». Al nostro massimo poeta-pensatore moderno fa inoltre pensare l’intrecciarsi, nella Grande anitra, della dimensione filosofica (delle meditazioni di A. I., in specie), con la dimensione più propriamente poetica (delle poesie del Guardiano Notturno); alle quali, però, Inglese aggiungere anche una terza dimensione: quella visiva (in particolare, delle visioni di Minnie, prose poetiche scritte in forma di quadro; ma in tutto li libro l’aspetto visivo è fondamentale, tant’è che ogni sezione è preceduta da immagini in bianco e nero del’anitra).
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Jourdain, #10: Decalcomanie dall’inferno

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ago 112015
 

Andrea Cortellessa

Dopo Paul Celan, ecco un altro personaggio che il signor Jourdain deve trattare coi guanti. Non per rispetto, però – bensì per paura. Si tratta di Antonin Artaud; e che facesse paura anche ai suoi contemporanei Jourdain lo ha scoperto nel vademecum dell’artaudiano perfetto, l’Album Antonin Artaud curato dal poeta veneto Pasquale Di Palmo per l’associazione Il Ponte del Sale (pp. 275 con 444 ill.ni in b.n., euro 36.00; lo si ordina a ilpontedelsale [at] libero.it).

Il 18 maggio 1937 Artaud tiene una conferenza alla Maison d’Art di Bruxelles; l’anno prima è tornato da un prolungato soggiorno in Messico, presso la tribù dei Tarahumara, che lo hanno fra l’altro iniziato al peyotl. Quella sera maledetta, c’è chi dice che riferisse del suo soggiorno messicano, oppure degli effetti della masturbazione sui gesuiti (?). Fatto sta che alza alquanto la voce e molti astanti si allontanano, appunto, in preda al panico. Fra loro i genitori della sua fidanzata, Cécile Schramme, i quali seduta stante decidono che quel matrimonio non s’ha da fare. Qualche settimana dopo, essendogli stato donato un bastone che gli hanno spacciato per quello di san Patrizio, Artaud parte alla volta di Dublino per restituire il prezioso cimelio al popolo irlandese. Lo rispediscono in Francia in camicia di forza. Da allora, passa da un ospedale psichiatrico all’altro. Nel ’43, a Rodez, viene sottoposto alla prima di cinquantuno sedute di elettroshock – che gli causano, fra l’altro, una frattura alle vertebre e la caduta di tutti i denti. Dal manicomio lo tirano fuori, nel ’46, gli illustri amici letterati. Di nuovo si spaventano: è irriconoscibile. Due anni dopo lo troveranno morto ai piedi del letto. Aveva 52 anni – ne dimostrava venti di più. Continue reading »

Jourdain, #9: Cara polvere

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lug 282015
 

Andrea Cortellessa

Per puro caso, nello stesso momento sono capitati sul tavolo del Signor Jourdain i libri di due autori fra loro lontanissimi, ma che gli pare si trasmettano misteriose comunicazioni transoceaniche. Uno è Il Monumento di Mark Strand, nordamericano del ’34, del quale si è riferito il mese scorso; l’altro è I costruttori di vulcani, vero monumento (sin dal formato) eretto da Luca Sossella (pp. 495, € 20.00) a uno dei nostri poeti più «appartati», come si usa dire, cioè meno sgomitanti: il romano Carlo Bordini, classe 1938. Nel libro di Strand, Jourdain s’era segnato questa bellissima citazione da Wallace Stevens, «Nulla deve frapporsi / tra te e le forme che assumi / quando la crosta della forma è stata distrutta»; e pochi poeti italiani quanto Bordini (un altro che gli viene in mente è il toscano Attilio Lolini, non a caso suo pressoché coetaneo e sodale) gli paiono mostrare cosa succede, appunto, quando cede «la crosta della forma». Ha qualcosa di paradossale il titolo che Bordini ha voluto dare a quest’autoantologia pressoché completa delle sue poesie. Per antonomasia, infatti, quelli vulcanici ci paiono fenomeni naturali, effusivi, incontrollabili dagli esseri umani: esplodono quando s’incrina e si spezza, appunto, la «crosta» terrestre. Per Bordini, però, i poeti sono proprio coloro che lasciano scorrere la lava della lingua, con tutte le sue ctonie impurità e le sue scorie corrusche, una volta che si sia prodotto uno squarcio nell’autocontrollo razionale, ideologico, utilitario che domina l’esistenza (quella che la sua generazione amava chiamare «esistenza borghese»). Come scrive Bordini in una pagina di poetica del 2002 posta in appendice alla sua ultima raccolta, Sasso, e qui riportata, «è come se durante la scrittura ci fossero in me improvvise rotture dell’inconscio». La parola poetica è per Bordini ciò che eccede da ogni forma di controllo, a partire da quello formale esercitato dal soggetto: «Io non creo, ma sono creato. Non scrivo, ma sono scritto». Continue reading »