Oct 162014
 

Stefano Raimondi

Dopo due raccolte che hanno il mare come personaggio/sfondo di un procedere per tentativi umani (“Dal cuore di Daguerre  2001, “Lettere nomadi” 2010” ), ora saranno le territorialità omeriche di un Mediterraneo interrogante e sconfinato, a dettare al poeta parole ancorate ai loro confini e alle loro storie: “Il confine non ha nome/dorme in chi lo ha perduto/vive nell’altro appartato […]”. Sono versi calco di un perdersi e di un ritrovarsi, quelli che Luciano Neri, nella sua terza opera imbastisce, per condurci in un percorso scritturale fatto di luoghi, d’incontri ma anche di esperienze e scene che, all’“inverosimile” chiedono la forza e al “vero” l’autenticità.  È una raccolta che sembra continuare, immaginalmente e simbolicamente, la precedente -“Lettere nomadi”(2010),-come fosse un messaggio trovato e rispedito dalle retrovie dell’abbandono e della sparizione. Tentativi umani lasciati tra le acque di un Mediterraneo “epocale” e tormentato.  “Figure mancanti” sono le voci/corpi che riemergono dall’erranza per empatia e desiderio; che diventano “parlanti” per troppa abbondanza di dolore e scarnificazione dell’esistere. Le notizie/scene che Neri raccoglie durante il suo incamminarsi (Grecia ed ex Jugoslavia), si impiantano nella poesia come “gesta” di rincarnazione, come “atti” intenzionali di un passaggio/paesaggio reale dell’esistente, reso evidente dalla morte/vita, che si espone dai residui di un’umanità sola, incontrata e incrociata destinalmente. Qui l’occhio ritraente/scrivente del poeta, evidenzia una desolazione e nel contempo, una fascinazione territoriale ed umana che domandano ai viandanti – a chi si fa ancora incontrare –   un segno di riconoscimento, un gesto di memoria. Una traccia che deve trasformarsi in testimonianza oculare per divenire reale: esistente. Le voci che Neri interroga sono, infatti, simulacri che chiedono realistica udienza: corpi e membra per continuare a “dirsi” e ad “esistere”. Continue reading »

Oct 112014
 

di Cristina Babino

I bambini non buttano mai nulla. Si affezionano agli oggetti come a parti di sé, non ne percepiscono il deteriorarsi, la perdita di utilità, li accumulano in modo caotico, apparentemente indiscriminato.  La scrittura di Francesca Matteoni, che di infanzia vive e si alimenta, è piena di oggetti, di richiami e associazioni, di immagini conseguenti e sovrapposte, di suoni inseguiti, ricercati: io la ascolto come il tonfo profondo e cupo del sasso lanciato in uno specchio mosso d’acqua, la leggo come il rincorrersi concentrico dei cerchi che quella caduta eccita, produce.

Le cose popolano le case, le abitano come/insieme a noi. Lasciano segni, evidenze, di presenza come assenza. Il loro ingombro è un corpo che esibisce il suo esserci pacato, che ci rammenta il trascorrere del tempo, il suo agire silenzioso e necessario. La bellezza delle cose che ogni giorno ci circondano sta nel rapporto che con esse instauriamo, nell’allaccio stretto dei ricordi con cui a queste ci agganciamo. Nel modo che abbiamo di renderle familiari, addomesticarle.

Se le cose non si buttano, allora si accantonano. Tra i motivi ricorrenti nella poesia di Francesca, rintracciabile in più di un testo e in più di un libro, c’è allora quello del ripostiglio[1], del posto dove si accatastano gli oggetti smessi, i giochi, i quaderni esauriti, gli indumenti: deposito del tempo che può assumere le forme più diverse: il vecchio cassettone di Appunti dal parco[2] e di Un’altra Alice[3], la cantina, un armadio, la soffitta. Pure la borsa (di Mary Poppins verde[4]), purché capiente abbastanza da perderci dentro almeno un braccio, le tasche, gli astucci delle matite colorate, le giare, i barattoli di vetro. Contenitori che non si accontentano di figurare per metonimia, affermando il contenente e intendendo il contenuto, ma che nell’apparire elencano, inventariandoli, gli oggetti di cui sono custodi e nascondigli. Le cose rimosse, scansate e messe via, eppure mai buttate, sono ancora e sempre parti di noi stessi: sono stratificazioni materiali che ci costruiscono come persone, ci rammentano le nostre identità. Continue reading »

Oct 032014
 

di Davide Castiglione

La pulizia descrittiva e il modesto understatement del titolo (Oroscopi) e del sottotitolo (E altre minute ossessioni) dell’ultima raccolta di Veronica Fallini possono di prima battuta trarre in inganno anche il lettore di poesia più navigato: un inganno in realtà dovuto a eccesso di sincerità da parte dell’autrice. Cerco di sciogliere l’apparente paradosso, di tramutarlo da frase di facile effetto a effettivo ma difficile punto d’ancoraggio critico: se infatti – come spesso accade nei titoli dei libri di poesia – “oroscopi” è sostituzione metonimica per “poesie”, e “minute ossessioni” una loro ulteriore caratterizzazione, allora verrà di leggere queste poesie come qualcosa di irrilevante: dopotutto, complice le nostre associazioni automatizzate e perciò acritiche, per noi gli “oroscopi? sono i prodotti di un’arte divinatoria fallace, ingannatrice e commercializzata; non miglior sorte sembrano avere le “minute ossessioni? del sottotitolo, che richiamano alla pratica diaristica, all’annotazione privata e pertanto, ancora una volta e implicitamente, irrilevante. Il titolo ci dice dunque, alla lettera: “qui non troverai niente di vero, né di rilevante, passa oltre se vuoi”.

La lettura dell’intero libro inganna però almeno due volte questa attesa: da un lato, ciò che Fallini fa con la poesia è rilevante e le corrisponde un senso di verità estrema, che corteggia gli abissi della sparizione e della morte; dall’altro, queste poesie sono davvero arte divinatoria per la lucidità e l’ansia con cui interrogano il dopo, mentre ossessivamente tornano su pochi fulcri tematici che illustrerò in seguito. Infine, la loro misura sia versale sia testuale ne fa oggetti linguistici minuti, per l’appunto. Quindi, verità nell’inganno, e viceversa. Continue reading »

Sep 272014
 

Franca Mancinelli

Semprevivi sono fiori che non hanno bisogno di acqua e di cure e per questo spesso vengono posti accanto alle lapidi. Adelelmo Ruggieri intitola così il suo terzo libro di versi (Semprevivi, peQuod, 2009) riprendendo il titolo di un poemetto in tre parti dedicato proprio alla visita del camposanto e al sentimento che lo guida ad occuparsi dei morti, adempiendo piccoli e semplici gesti. La poesia è per lui un “atto di parola” (questo il titolo della prima parte del libro), un mantenersi fedeli alla vita, alla responsabilità di proteggerla con la propria attenzione, la propria presenza. I suoi versi vorrebbero dunque essere fiori freschi, un dono ripetuto contro il corrompersi, un rito che sospende l’azione del tempo. Continue reading »

Sep 202014
 

Franca Mancinelli

Le Microfiabe di Claudio Recalcati (Mondadori, 2010) non appartengono al tempo remoto e dislocato del “c’era una volta”, ma al tempo del rimpianto, della colpa, di una coscienza che s’accende dopo, quando non può più agire sulla vita se non attraverso il corpo frammentato e  incandescente della poesia. «Avremmo potuto», «Avremmo dovuto» ripete più volte Recalcati, scandendo i movimenti del rimorso, nella poesia d’apertura e in altri due testi in cui riprende il tema dell’uomo “addomesticato” (a cui aveva dedicato un poemetto nel suo libro precedente, Un altrove qualunque), sferzando di amara ironia il suo allontanarsi fiero e vanitoso dagli istinti, dal calore animale che «cova nel ventre». Continue reading »

Sep 072014
 

Stelvio Di Spigno

Sono molti e svariati i modi nei quali la poesia e la musica possono intersecarsi e creare una sinergia creativa positiva. Vi è la musicalità del verso, valutabile e misurabile con la metrica e la posizione di accenti e pause. C’è il richiamo che, attraverso l’andamento dei versi, alcuni fortunati testi poetici esercitano, tanto che leggendoli, nella mente si forma come una traiettoria melodica netta, un pezzo chiaro e riconoscibile. Vi è la formazione di alcuni poeti, che in gioventù o durante tutto il corso della loro vita hanno studiato musica o canto, tanto che l’influenza di queste discipline è ancora palpabile nell’intonazione e nella dinamica di singoli testi o nell’andamento sussultorio, sezione dopo sezione, di interi libri. Mimetiche di Eugenio Lucrezi sembra assommare tutte e tre queste eredità musicali, tanto che, sin dal titolo, le poesie del suo nuovo lavoro possono essere lette come il caleidoscopio al rovescio di molteplici influssi sonori, oltre che letterari. Continue reading »

Sep 012014
 

Italo Testa

Opera dell’abbandono. Così si presenta questo nuova, importante raccolta di Stefano Raimondi. Per una volta la scelta dei versi che nella quarta di copertina accompagnano il libro ne coglie esattamente il centro irradiante:“La guerra e l’abbandono stanno facendo opere. Quali riconoscere?”

Come approssimarsi a questo centro, alla ferita da cui stillano i versi di Per restare fedeli? Opera dell’abbandono e della guerra. Il campo semantico del libro è definito in questa tensione, nel cortocirtuito temporale, metaforico, carnale, che scatta tra la guerra – le immagini della violenza del potere, decifrata nelle tracce degli anni settanta iscritte sulle pietre di Milano, vista in volto al G8 di Genova, sentita nel bombardamento televisivo e giornalistico della guerra in Iraq e dell’11 settembre – e l’esperienza personale dell’abbandono amoroso. “Quando sento il bollettino di guerra non capisco se stiano parlando anche di me, da quando te ne sei andata, o di entrambi” (p. 36).

Non si tratta qui di un semplice accostamento metaforico, né dell’uso, dell’abuso privato di un immaginario collettivo per illustrare strumentalmente una vicenda tutta personale. La forza di Per restare federli sta proprio nel condurre il lettore a questa esperienza dell’indistizione, in cui il fatto privato, e pure l’immaginario pubblico, si spogliano della loro evidenza ordinaria, lasciando affiorare quella sottesa opera dell’abbandono che con la sua evidenza universale giustifica il libro stesso e il cortocircuito da cui prende fuoco. “Ci sono storie simili dappertutto / perché dappertutto ci sono degli abbandoni” (p. 83).

Che cos’è mai l’opera dell’abbandono? La manifestazione di una vulnerabilità, di una disponibilità, un’esposizone alla ferita. L’abbandono, così, non è una figura della solitudine, del trovarsi in un isolamento angoscioso, della non-appartenenza. L’esser lasciati, la malinconia e la sofferenza che ne derivano, sono qui invece l’agnizione dolorosa di una dipendenza costitutiva, che ci espone all’altro nella nostra carne, nella nostra feribilità; una dipendenza che ci espone a qualcosa, a qualcuno, che non potremo mai afferrare, che è sempre perduto eppure presente in questa sua assenza. Continue reading »

Aug 212014
 

Martina Daraio

Per Alessandra Carnaroli la poesia è un’operazione di “scrosto”: consiste, cioè, in quella «passione insana che dimostrano i bambini nel levarsi le croste dalle ferite, quel farsi male con piacere, per vedere cosa c’è sotto, per amor del Cicatrene». Pressoché priva di artifici retorici o di abbellimenti lirici, la sua ultima raccolta si propone allora di scrostare l’apparente civiltà della società italiana contemporanea lasciando emergere tutta la bestialità sottostante.
Il titolo, Animalier, è in questo senso già parecchio esplicativo: il termine rimanda infatti al campo tessile, e in particolare a quegli abiti leopardati, zebrati, tigrati, pitonati che rappresentano lo stile di chi si sente aggressivo, felino, e allo stesso tempo capace di cambiar pelle e di immedesimarsi in ruoli differenti purché interni a dinamiche animali del tipo preda-predatore.
Dalla fashion-jungle alla jungle-e-basta, come mostra Alessandra Carnaroli, il passo è però più breve di quanto si creda: Animalier è infatti il racconto di una società, la nostra, ancora descrivibile a pieno titolo attraverso logiche darwiniane basate su rapporti di forza e squilibri intrinseci anche alle più banali interazioni quotidiane. Continue reading »

Aug 182014
 

Gianluca D’Andrea

A Natàlia

La fede, poiché secondo la Legge tutti sono maledetti.

G. Calvino

Tribunale della mente è un libro religioso. Le concrezioni verbali che i testi della raccolta sono, mettono in scena l’anelito, la tensione “sacerdotale” verso un nuovo responso.

Sacro, avvinto al seguito di una maledizione che la storia novecentesca ha scoperchiato e squadernato, capovolgendo ogni orientamento etico, rendendone inevitabile il ripensamento. Tribunale della mente si svolge proprio in questo disorientamento, costatando la rottura dell’alleanza dell’azione umana col mondo e, visto che di poesia e scrittura si tratta, meditando su un “verbo” che ha perso l’aderenza del contatto, la possibilità di nominare:

I

Nulla è segnato e un’alleanza si rompe

dove in principio era il verbo.

Rimetti al cielo i tuoi debiti

come l’invisibile li rimette a te.

- Questi testimoni a colmare bocche

di nessuna verità, un rito di toghe rinvii -.

Accetta questo disordine, luogo che non ha luogo,

da un punto decrepito qualcuno ascolterà. Continue reading »

Aug 142014
 

Massimo Raffaeli

 

È difficile per un poeta lirico mantenere il tono e il timbro della propria voce nel momento in cui recepisce, dall’esterno, una pluralità di altre voci, è difficile mantenere la cadenza di una partitura metrica quando in tale polifonia esplode l’acustica dell’affollamento, negli spazi aperti ovvero in quelli costipati e reclusi: è difficile ma non è impossibile, come adesso testimonia un libro poetico di Renata Morresi, Bagnanti (Giulio Perrone editore, postfazione di Adelelmo Ruggieri, pp. 79, euro 12), scandito in quattro poemetti che alludono tanto ai luoghi come ai cosiddetti non-luoghi della Polis postmoderna. Morresi è marchigiana, docente di letteratura angloamericana, firmataria finora di un unico libro poetico, Cuore comune, uscito nel 2010 da peQuod, che l’aveva segnalata sia per la voce sempre netta, e a tratti percussiva, sia per la sicurezza con cui alludeva allo stato di cosiddetta normalità che oggi corrisponde, dentro e fuori dagli individui, all’inferno dominante. Continue reading »

Aug 082014
 

Manuel Cohen

Se si considerano le antologie degli ultimi decenni, comprese quelle più serie o esposte a recenti tentativi canonizzanti (Testa, 2005; Piccini, 2005) o quelle di establishment (Cucchi, Giovanardi, 1996; ed.ac. 2004) si scopre con non poco stupore che una delle voci più originali (viene da dire: irriducibili) della poesia nostrana ne sia rimasta fuori. La cosa pone qualche interrogativo e più di un dubbio su come le crestomazie siano state curate, in base a quali criteri, a quali logiche, a quale gusto; perché è lecito chiedersi come mai le vengano talvolta preferite voci palesemente più modeste, o comunque di pari dignità, quali Cavalli, Copioli, Frabotta, Lamarque, Merini, Spaziani. Certo è che dal suo tellurico, mercuriale, babelico esordio con Sciarra amara (Guanda, 1977), la nostra autrice ha continuato, dritta per la tangente, a marcare un solco di originalità e arguzia, tenendosi bellamente sopra le righe, al di fuori da orbite o linee (innamorate, orfiche, araldiche, minimaliste, neometriciste, materialiste), elaborando una lingua unica, di sostanziale diversità,  attraversata com’è in lungo e in largo da recursività, periodicità e ritorni sonori, riprese e allitterazioni, tra arcaismi, idiotismi, hapax e neologismi, innestata a continui esercizi di surrealtà e corporalità, di deformazione espressionista, mescidando scrittura in versi a teatro di parola, prosaicizzando aulicismi in lingua dell’oralità. Turbativa d’incanto, è il nuovo libro di Jolanda Insana (1937), impareggiabile traduttrice di Saffo (1985), con cui la poeta festeggia con effetti speciali tra Barlumi di storia il settantacinquesimo genetliaco ed il ponderoso traguardo di 14 libri di versi. Festeggia, a suo modo, con Versi guerrieri e amorosi, parafrasando un altro titolo di Raboni, suo grande mallevadore. Continue reading »

Aug 012014
 

Elena Frontaloni

La realtà che puntualmente nega il proprio abbraccio nel quotidiano è Roma, la città in Voce fuori coro amata e torturata dal moderno; la realtà che puntualmente nega il proprio abbraccio nel passato, e un compimento nel presente (non vi si ritorna, quando vi si ritorna si rimane delusi), è Treia. Così Dolores Prato trasforma la scrittura in una sorta di vendetta sul destino, un modo per guardar meglio, da una prospettiva per così dire contemporanea a se stessa, e con più profondità, tanto il mito storiografico su Roma quanto il mito della memoria costruito su Treia: il collegio diventa ricettacolo di corpi malati e vogliosi di sesso omosessuale delle monache fin dagli anni Cinquanta; già a questa altezza, la spettrale  “casa del mistero” che tanta parte avrà nelle pagine di Giù la piazza è una prigione dove sarebbe impossibile vivere e tornare a vivere; negli anni Settanta (27 ottobre 1974) si registra un lungo sogno dove appare Eugenia Valentini, ambientato in una “Treja dove manco dall’infanzia” e che nega ancora una volta il ritrovamento della tomba dei Ciaramponi, della famiglia d’origine degli zii. L’entrata al cimitero di Treia si trasforma così in una faticosa scalata a una parete (“quell’ascesa la sentivo come una vittoria della vita sul mio destino”) e poi in una corsa libera, quasi un volo per il cimitero, dove si trova una lapide che assomiglia a quella dei Ciaramponi ma non riusciamo a capire se lo è o meno, al pari dell’io che sogna: come a dire che il mondo nuovo costruito nei sogni consente una rivincita sui luoghi, consente di superarne la mitologia incantata dell’infanzia, cioè permette di guardarli meglio, ma solo per confermare l’impossibilità di ripescare compiutamente le radici, il filo della propria esistenza. Continue reading »

Jul 262014
 

Elena Frontaloni

Parto da Nabokov, dalle Lezioni di letteratura: “Non dimentichiamo che l’opera d’arte è sempre la creazione di un mondo nuovo”; e ancora: “l’arte dello scrivere è un’attività assai futile se non comporta anzitutto l’arte di vedere il mondo come potenzialità narrativa”. Il problema individuato da Nabokov era se ci si potesse aspettare o no, da un romanzo, e in generale dall’opera di un vero autore, informazioni affidabili su un luogo o un periodo storico, e la risposta era sostanzialmente negativa, o almeno negativa in prima battuta: da buoni lettori, infatti, occorrerebbe anzitutto osservare da vicino questo nuovo mondo creato dal grande autore, se lo ha creato, poi chinarvisi sopra, vederne la miracolosa unità sotto le metamorfosi, le ricostruzioni, le effrazioni e rifrazioni derivate dall’atto del narrare. Solo dopo, dice Nabokov, sarebbe il caso andare ad analizzare i legami con altri mondi e settori della conoscenza.

Mi sembra un approccio adeguato ai testi di Dolores Prato: pochi autori, infatti, hanno voluto vedere più di lei il mondo, e la propria vicenda nel mondo, come autentica “potenzialità narrativa”; pochi hanno preso tanto sul serio il dato di realtà col solo scopo di eluderlo continuamente, sprofondare nella descrizione dettagliata di oggetti, paesaggi, episodi esistenziali per farne perdere le tracce, e quindi ricreare un mondo nuovo, con pochi punti di riferimento certi al di là delle decisioni imperiose della narrazione, queste ultime versate sempre dentro opere che potremmo definire “aperte”. Continue reading »

Jul 192014
 

 

Manuel Cohen 

Nel Novecento è accaduto frequentemente che gli esordi in volume abbiano coinciso con l’avvento dell’età matura degli autori: così è stato, ad esempio, per Lello Baldini, per Franco Scataglini e per Giampiero Neri e Franco Loi, per citarne alcuni tra i più notevoli, con opere prime che per quiddità di stile si rivelano compiute e mature.  Mario Bertasa, nato nel 1967, giunge al primo, interessante libro dopo un lungo apprentissage attestato da apparizioni su riviste cartacee e nel web: anche per questo, forse, più che di un esordio, si potrebbe dire di una conferma o accasamento del precipitato cartaceo di Tiro con l’arco nella interessante collana diretta da Valentino Ronchi. Ma accasarsi dove? In quale lingua? Secondo quale procedimento? Il suo accasarsi porta in sè i germi e gli stigmi della riscrittura continua, dello straniamento e della deterritorializzazione semantica e culturale, una istanza di ricerca mai appagata che valica il gioco linguistico, tra hapax e neologismi (compufonini, tacinotturno, autunnatico, grettitudini), allitterante e assillabante, che ingenera spesso ironie e bisticci verbali e de-verbali: «uno strappo negli stracci dei sensi stressati», o nel climax amplificato dall’allitterazione: « la città e il fumo/ che esala, che esalta/ che esulta nella bella luce delle alogene/ rovesciata sull’asfalto divelto». Un processo di espansione linguistica e di ‘dislocazione’ fonica e semantica della parola (e per interposta voce, dell’io repertuale, inquietamente illirico) che avviene per contrasto, per iperbole o per paradosso a forte valenza aforismatica: «espandersi provoca ristrettezze»; o si pensi alla venatura sarcastica «Mi peso spesso/ ma non ingrasso (sono 2 quinari assonanti)» che accompagna la rilettura di testi (uno su tutti: Montale) o la rivisitazione dei topos e motivi di tradizione letteraria e l’annesso frasario e vocabolario più trito: «qui/ centellinare il miele del mattino / raccogliere conchiglie /stare sulla panchina di una stazione / versi gesti omaggi faremo un Gran Finale al poetese unto e bisunto al più / scapicollato versificare occasionale pulsionale sciamannato» .  Continue reading »

Jul 122014
 

 Nadia Agustoni

Se la parola catastrofi, rigorosamente al plurale, ha per chi è relativamente giovane, sempre evocato epoche passate, ormai da non pochi anni la si associa al presente. La realtà delle medie catastrofi ci sta addosso, ma si dà il caso che nascondano qualcosa di ben peggiore o di maggiore, come le guerre e il venire meno dell’umano.

Rosaria Lo Russo ci dà con Crolli pagine che scavalcano le macerie e parole che danno fiato a una speranza sotterranea, quasi dicendo al lettore che noi siamo oltre le disfatte, più resistenti del nostro nudo resistere agli eventi nefasti, perché in noi bruciano le immagini di un mondo che brucia, ma altre immagini si ricreano, come se ognuno portato dallo sguardo fino alle porte di Tannhauser, non pensasse di morirne ma a rifondere ogni cosa vista e cercarvi quel significato che l’autrice ci restituisce nei gesti minimi del vivere. Continue reading »