May 192015
 

Andrea Cortellessa

Temo che il Signor Jourdain si stia facendo fama d’incontentabile (chi si ricorda il carosello di Luciano Emmer, con la faccia di pietra di Giampiero Albertini?). Aborrisce la romanzeria industriale, non gli vanno bene le «chicche» prodotte in serie; che dovrebbero fare, poveri editori? Beh, borbotta Jourdain, potrebbero prendere esempio da chi l’editore continua a farlo davvero. Si stupisce, Jourdain, tutte le volte che incontra un gruppo di giovani curiosi, colti e coraggiosi. Uno è nella sua città, Roma, ma lui se ne è accorto tardi. Ha un nome irridente, aristofanesco forse: Le Nubi. Filosofia contemporanea «contro» da un lato, recuperi dal passato dall’altro. Benissimo, si dirà: l’ennesimo chiccodromo. E invece no, protesta Jourdain: anche quello che si «ripesca» dal passato serve all’archeologia del presente. A spazzolarlo contropelo – per parafrasare Walter Benjamin.

Esemplare Biribi. Disciplina militare di Georges Darien (pp. XV-262, € 14,00). Come Jarry, Roussel o Vaché (i cui disegni sono riprodotti in copertina), Darien è una scheggia impazzita degli albori della modernità (nasce nel 1862 e muore nel 1921). Emblematico che, di questo personaggio unico (ne fa un bel ritratto il traduttore Gianluca Reddavide), l’editoria italiana abbia tradotto due volte – Longanesi negli anni Cinquanta, Einaudi nei Settanta – il libro più famoso, Il ladro. E poi stop. Lasciando da parte opere come Bas les coeurs!, l’immagine più disincantata della Comune del ’71, o appunto questo Biribi: il più impressionante documento antimilitarista prima della Grande Guerra (uscì nel 1890). Come altri romanzi di Darien, Biribi è scritto in prima persona: il che fa schiacciare la voce narrante sui casi dell’autore (il quale davvero s’era fatto cinque anni di servizio militare, e quasi tre nella terribile Compagnia di Disciplina di Gafsa, in Tunisia, confidenzialmente appellata «Biribi» appunto) ma a lui permette di inserire – nella sequenza di angherie, sopraffazioni e vere e proprie torture inflitte ai malcapitati soldati – monologhi di forsennata accusa al meccanismo repressivo. Con qualche eccesso di verbosità, impressionano in Biribi la requisitoria violenta e la coltivazione dell’«odio» come strumento di resistenza: «ho sete di dolore, perché il dolore mi dà la rabbia e sono abbastanza forte per superare l’abbattimento». Continue reading »

May 112015
 

di Raffaella D’Elia

Il  mondo di Clarice Lispector, la visione da cui riemerge “come in trance” la scrittrice brasiliana originaria dell’Ucraina, non può che vivere di dettagli, particolari, occhiali dalle lenti sgranate al massimo, perché  tutti i frammenti di un paesaggio muto, opaco, possano risaltare, e sopravvivere alla loro stessa natura labile, fragile. Non potrebbe essere altrimenti, forse: perché il nucleo della sua indagine esistenziale ed artistica, il suo ferro da battere e mantenuto caldo  fino alla morte, il Destino umano indagato nei suoi vibrati più soavi, atroci, rischierebbe di annacquare lo sguardo, e rendere ogni individuo sostituibile all’altro, ogni condizione sovrapponibile o facilmente riducibile a un’altra. Continue reading »

May 052015
 

Andrea Cortellessa

Al Signor Jourdain sono sempre piaciute le «guide» che, su certe città, tutto fanno meno che dare informazioni turisticamente utili. Se le guide «vere» servono a orientarsi, queste servono a perdersi con gusto: disguide, si dovrebbero piuttosto chiamare. Jourdain pensa per esempio a un vecchio libretto di Diego Valeri, Guida sentimentale di Venezia; l’aggettivo in genere lo insospettisce ma sentimentale, qui, s’intende nel senso del Sentimental Journey di Lawrence Sterne: capostipite della tribù dei perdigiorno – o dei perdiluogo. Da qualche tempo, però, l’industria del libro è riuscita nell’impresa di fare format anche di libri come questi che, per loro natura, sono senza forma. Senza fissa dimora, cioè.

Modena è piccolissima (72 pp. di 30 cm di larghezza per 21 d’altezza, tutte stampate a colori da EDT, € 35,00), di Ugo Cornia e Giuliano Della Casa, rinverdisce tuttavia gli antichi fasti. Sarà perché al Signor Jourdain Modena fa venire sempre in mente uno che formattato non lo sarà mai, uno che gli italiani (dovessero imparare troppo sul loro conto) proprio non vogliono saperne di leggere: Antonio Delfini. Il quale, l’anno prima di morire, si tolse uno sfizio a lungo covato: sottrarre all’odiata Parma il vanto della Certosa di Parma (appunto) di Stendhal – che si sarebbe ispirato, invece, proprio alla «sua» Modena. Così dice, Delfini, in un libriccino deliziosamente folle dal titolo Modena 1831 città della Chartreuse. E da quando l’ha letto per Jourdain Modena è una città mezza matta, proprio come Delfini: stralunata e tutta fantasticata. Continue reading »

Apr 292015
 
Yves Pagès e altre ‘brevità’

Marco Giovenale

Leggendo il libro di Yves Pagès, Ricordarmi di, pubblicato da L’orma nella traduzione di Massimiliano Manganelli ed Eusebio Trabucchi, uno dei nomi che non può non affiorare è quello di Félix Fénéon, geniale figura – pressoché archetipica – di quelle scritture francesi non solo brevi brevissime ma addirittura fulminee, se non fulminanti.

Di fatto Fénéon poi sbuca davvero, improvviso, ed è collocato – per esplicita dichiarazione di Pagès – fra le voci ispiratrici della raccolta di microprose:

Di non dimenticare che, non ricordando e non avendo annotato il suo numero d’immatricolazione cineraria, non sono riuscito, nella mia ultima visita al colombario del Père-Lachaise, a ritrovare il loculo in cui riposa l’urna di mio padre, ma mentre lo cercavo ho scoperto quello di Félix Fénéon, pioniere della scrittura per frammenti, al quale devo tante «novelle in tre righe», tra cui questa.

Ecco ben chiarito di cosa si tratta: frammenti. Il libro è una sequenza di fatti, cose da non dimenticare (ogni prosa si allaccia al titolo “Ricordarmi di” iniziando con “Di non dimenticare”), disegnate in pochi tratti e offerte in felice disordine e continui bisticci fra memoria e oblio, senza che felicità o sorriso eludano né però disertino il taglio anzi la sostanza grave di alcuni brani, particolarmente se politici, o relativi alla Shoah: Continue reading »

Apr 212015
 

Andrea Cortellessa

Nelle librerie d’oggidì il Signor Jourdain si trova a disagio. Non è così remoto il tempo della sua formazione: quando spesso capitava di fare, appunto in libreria, autentiche scoperte. Libri insospettati, autori incònditi, titoli sfingei. Le famose «chicche»: trouvailles che confermavano come niente di più inedito ci sia dell’edito. Erano il vanto degli editor d’antan, prove di un buon uso della serendipity. Ed erano lo spasso dei recensori, già allora aduggiati dall’ammorbante colluvie di romanzesse boccolose, programmate per sgranare gli occhioni sui divani televisivi. Ma soprattutto erano la consolazione dei lettori malinconici, quelli che davvero avevano «letto tutti i libri». Beh, borbotta accigliato Jourdain, oggi anche le «chicche» sono prodotte in serie: impilate nei pressi del sancta sanctorum della cassa.

Una volta tanto, però, si dà ancora il caso di una sorpresa «vera». È il caso dei Romanzi in tre righe di Félix Fénéon, che Matteo Codignola ha curato per la «Biblioteca minima» di Adelphi (pp. 58, euro 5,50). Fénéon, chi era costui? Gli storici della letteratura e dell’arte lo conoscono come direttore della «Revue Blanche», centrale letteraria della fin de siècle (vi vennero lanciati i giovani Schwob, Jarry, Apollinaire e Proust), e come autore di un cruciale saggio sugli Impressionisti nel 1886. Uno che non scriveva quasi mai: ma che quando si decideva a metter mano alla penna non lasciava nessuno indifferente. (L’archetipo, insomma, di uno cui Adelphi deve molto: Bobi Bazlen.) Quando nel 1944 il vecchio Fénéon – con la sua discrezione da ectoplasma – prenderà congedo, Jean Paulhan, che aveva preso il suo posto di arbiter delle lettere francesi, deciderà di raccogliere i suoi scritti (volgarità cui mai l’aristocratico Fénéon si sarebbe abbassato). Continue reading »

Apr 102015
 

Fiammetta Cirilli

Il primo dei testi rari del Novecento letterario riproposti nella collana à rebours, diretta da Cecilia Bello Minciacchi per l’editore Oèdipus, è Il grande angolo di Giulia Niccolai: «romanzo limbo», come lo ha definito per un ventennio l’autrice; oppure – è sempre Niccolai a suggerirlo nella nota che chiude/commenta il libro a quarantasette anni dalla sua uscita – sorta di «confessione» (p. 189), frutto dell’incastro di frammenti di vissuto molto distanti nel tempo e nei luoghi, sì, ma anche ben “distanziati” rispetto a una eventuale prospettiva di racconto piattamente autobiografica. Il grande angolo, scritto e pubblicato la prima volta in piena stagione di sperimentalismo, per troppe ragioni non può del resto che sottrarsi a modalità canoniche di narrazione: per il contesto letterario di origine, appunto, come pure per le ragioni a monte della scelta dell’autrice – in precedenza, fotoreporter – di tentare la scrittura letteraria. Ancora, per l’incidenza – dichiarata – che su Niccolai ha esercitato un antecedente come Barcelona di Germano Lombardi. «Da parte mia, dopo dieci anni di lavoro come fotografa […] desideravo impegnarmi anch’io nella scrittura, in una scrittura letteraria, non giornalistica […]. Mi chiedevo quale potesse essere una scrittura attuale, non banale, in sintonia con il momento» (pp. 169-70), spiega Niccolai. Che individua poi nello sforzo di ridurre l’io fino ad annullarlo – giusta la lezione dell’École du regard – l’elemento più coinvolgente (e più significativo da riprendere/rielaborare/riproporre) del libro di Lombardi: Continue reading »

Apr 072015
 

Come si ricorda nel primo di questi pezzi, il signor Jourdain è un personaggio di Molière preso per i fondelli nel Borghese gentiluomo per la sua infatuazione per la “prosa”; un’infatuazione che, da allora, certo non m’è passata. Questo e i nove pezzi successivi in cui prende la parola questo avatar, e che grazie alla gentilezza di Marco Giovenale verranno qui riproposti (in considerazione della scarsa circolazione di allora – nonché appunto della testardaggine del signore in questione) con cadenza quindicinale (in qualche caso in versioni un po’ più ampie di quelle originariamente pubblicate, a loro volta comunque scritte all’epoca), uscirono dunque per la prima volta, dal febbraio al dicembre del 2010, in una rubrica che mi aveva chiesto di tenere Gianni Bonina sulla nuova serie di «Stilos». Dal 2002 al 2005 avevo già collaborato una quindicina di volte a una testata con questo nome, Continue reading »

Feb 222015
 

Martina Daraio

Scrisse Volponi: “chi è partito ha ragione” ma “chi fugge salva solo se stesso / come un passero, se un passero / si salva fuori del branco”. C’è qualcosa di molto simile in questa tentazione alla “fuga” degli anni raccontati da Volponi e quelli in corso, che vedono sempre più giovani italiani partire per l’estero. Sono anni di profonda mutazione, in cui il cambiamento scuote ogni ambito dell’esistenza: dalla politica, al lavoro, al rapporto degli uomini con se stessi e con gli spazi che vivono.

Dinanzi ad un disorientamento tanto forte il comportamento più naturale è quello di provare a razionalizzare ciò che accade. Prima ancora, è però necessario trovare un punto di riferimento solido e stabile su cui poter agganciare i ragionamenti. Numerose discipline, dalla critica letteraria, alla storia, alla geografia, negli ultimi anni sono arrivate a convergere sullo stesso punto di partenza: il territorio. La coordinata spaziale sembra l’unica ad aver conservato la sua “realtà” dopo che quella temporale ha iniziato a sfaldarsi e relativizzarsi con mezzi di trasporto e comunicazione sempre più veloci. Continue reading »

Feb 182015
 

Francesco Filia

 

 

L’uomo non si rassegna/ ad una vita senza storia,/ lascia tracce sul suo percorso,/ anche se si è appena mosso. Il cane di Pavlov (resoconto di una perizia), Edizioni D’If , 2013 – ultima opera di Vincenzo Frungillo – è un’altra magnifica esplorazione nel rapporto tra bios e storia, questa volta visto nell’ottica del rapporto traeros e scienza, o, meglio, Continue reading »

Feb 162015
 

Marco Giovenale

Andrea Inglese, nel suo libro di versi e prose La grande anitra (Oèdipus, 2013), elabora e articola=ramifica una struttura intenzionalmente contraddittoria più che complessa; un ecosistema chiuso e insieme infinito, pieno di cose: la struttura o teatro in cui tutto si ambienta è una sorprendente grande «anitra cotta» dentro il cui ventre svuotato e reso abitabile tre personaggi non solo si muovono fra gesti ed elucubrazioni ma anche scrivono (scrive «meditazioni» il primo, A.I.; scrive «visioni» la seconda, Minnie; scrive «poesie» il terzo, Guardiano notturno), e si impossessano – da auctores – delle tre sezioni in cui il volume appunto si divide.

Questo ecosistema (o anti-egosistema) prende le distanze dall’allegorizzare e metaforizzare; non perché eviti di accumulare in sé (e sia in sé) allegoria, figura, metafore. È inevitabile che accumuli rinvii e profili così pensati. Il linguaggio ne è tessuto, di fatto, e così questo libro. Ma il loro accatastamento è scientemente quasi scientificamente finalizzato proprio alla vaporizzazione di ogni tensione rigida all’allegorizzare (e metaforizzare) solito, transitivo, diretto. È semmai una freccia lanciata contro le frecce biunivoche troppo facili che in qualsiasi manuale uniscono due punti A e B noiosamente distanti.

L’efflorescenza verbale ossessiva, la lista, l’elencazione (fin dalla prima raccolta organica, Inventari, 2001), l’irraggiamento semantico, i frequenti rapidi spostamenti di focus dell’attenzione: Continue reading »

Feb 142015
 

Vincenzo Frungillo

 

L’ultimo libro di Arturo Mazzarella, Il male necessario (Bollati&Boringhieri, anno 2014), si propone un compito delicato: analizzare il senso del male nella produzione artistico-letteraria dei nostri giorni. L’intuizione davvero notevole di questo saggio sta nell’aver riportato l’esperienza del male dalla dimensione etica a quella estetica. Così il Don Giovanni mozartiano, affrontato da Kierkegaard in Enter-Eller, diventa un modello per i nostri tempi. “Egli non apparteneva alla realtà, e tuttavia con essa aveva molto a che fare […] Non soccombe sotto il peso della realtà, non era troppo debole per sostenerlo, no, era troppo forte; ma questa forza era una malattia. Appena la realtà aveva perso il suo significato di stimolo, era disarmato; stava qui il male. Continue reading »

Feb 102015
 

Vincenzo Bagnoli

Francesca Matteoni scrive principalmente poesie, ma è anche autrice di saggi densi e interessanti; in rete ha pubblicato interventi sulla cultura contemporanea e soprattutto, essendo studiosa di queste materie, su fiabe e folklore, temi anche del suo saggio Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (l’ho definita una volta «fiabologa», ma non se questo dica tutto delle sue ampie competenze antropologiche). Di fiabe, in particolare di riletture (e riscritture) di fiabe, è anche autrice e promotrice (sul blog fiabesca.org): infaticabile organizzatrice di eventi, ha la capacità non comune di indurre gli altri a dare il meglio si sé.

Con questo libro prova una misura che finora non aveva tentato, quella del romanzo. A dire il vero, le raccolte di poesia contemporanea spesso hanno il respiro del romanzo (anche se i lettori, che snobbano la poesia, colpevolmente, non lo sanno); e in particolare le raccolte di Francesca, per il suo tipo di scrittura poematica, contengono forti elementi narrativi. A rigore, quindi, non possiamo considerarlo un «debutto»…

E poi: cosa intendiamo in realtà oggi quando ci serviamo dell’etichetta «romanzo»? La definizione è infatti tutt’altro che ovvia, se si voglia andare appena un passo più in là della grossolana categoria «merceologica»… perché quello del romanzo è un genere attualmente in crisi, nel pieno di problemi d’identità, forse più della poesia stessa. E se da un lato l’editore ha collocato Tutti gli altri in una collana di romanzi, dall’altro a una prima vista si potrebbe anche dubitare che lo sia a pieno titolo: scorrendo infatti l’indice, ci si trova davanti a una serie di nomi di persona e questa eterogeneità, unitamente all’assenza di una scansione cronologica per capitoli, potrebbe far pensare piuttosto alla raccolta di racconti. È però vero che queste figure eponime, collocate ognuna al centro dei vari nuclei del romanzo, sono fortemente archetipiche, proprio come i personaggi degli arcani maggiori dei tarocchi (di cui Francesca è studiosa), e quindi, come tutti gli archetipi, rivelano subito la tendenza a non restarsene tranquilli al proprio posto, e anzi a combinarsi fra loro, a intrecciarsi in trame e storie. Inoltre, entrando di più nel testo, si nota in tutte le parti di cui esso è composto il ricorrere della stessa voce che dice «io», quindi la presenza ricorrente della medesima narratrice (che coincide parzialmente con l’autrice), la quale, attraverso le varie storie dei singoli personaggi, racconta il proprio crescere ed evolversi, da bambina ad adolescente, quindi a giovane adulta e infine adulta, ma un’adulta che continua sempre a mantenersi uguale alla bambina che era, per il modo di guardare e sentire il mondo, e in particolare certi aspetti del mondo: la fragilità corporea, animale davanti al dolore e alla morte, la tenera e «benevola» indifferenza del paesaggio davanti a questo dolore, la meraviglia della distanza e dell’uguaglianza/somiglianza che si ritrova attraverso tali distanze, spaziale o temporale. Continue reading »

Feb 062015
 

Vincenzo Frungillo

 

La critica è fatta di singole sensibilità letterarie che riescono ad ampliare la visione dei lettori. La capacità percettiva, la sensibilità, non è faccenda secondaria. A questa, va da sé, deve essere affiancata una conoscenza approfondita della produzione poetica o letteraria tout court, bisogna essere in possesso degli “strumenti umani”, per dirla con il titolo di un libro di Sereni. Preferisco parlare di critici, quindi, piuttosto che di critica, termine fin troppo astratto.

Bisogna puntare in ogni caso sulla centralità del testo, e sulla domande che da esso nascono. Discutiamo quindi di una critica che cerchi di essere un luogo dell’interrogazione radicale. Per questo motivo la relazionalità tra testo e autore è di per sé problematica. Continue reading »

Feb 022015
 

Italo Testa

Città utopiche. A partire dagli anni sessanta Nanni Balestrini si è mosso furiosamente tra forme artistiche diverse. E non solo nel senso delle molteplici collaborazioni con i più vari ambiti (pittura, scultura, musica, teatro, video…), ma anche giocando in prima persona, esponendosi sia come artista visivo che come artista della scrittura. Balestrini ha costantemente utilizzato all’interno di ciascuna forma espressive le procedure delle altre. Come poeta, romanziere, Balestrini ha fatto un uso costitutivo delle più disparate tecniche di manipolazione dell’immagine provenienti dall’arte d’avanguardia, ricombinandole costantemente: Continue reading »