Giorgio Mascitelli

 

Se dovessi indirizzarmi su una riflessione sui rapporti tra poesia e un generico presente storico, avrei buon gioco a dire, come quel comico di alcuni anni fa in televisione, che “oggi c’è molta crisi” e nessuno potrebbe obiettare alcunché. Sarebbe facile dire che nessuno legge la poesia e che le sue capacità di intervenire sulla realtà e di organizzare un rapporto simbolico, recepito collettivamente, con le esperienze del presente sono pressoché nulle. Ma queste cose sono già state dette circa un secolo fa da Aldo Palazzeschi, per limitarci agli scrittori patri, in una società che aveva solo in parte caratteristiche simili alla nostra. Credo infatti che questo tipo di problemi non sia relativo al nostro presente, ma sia implicito nel concetto stesso di poesia. Per avere un’idea di ciò basta prendere un manuale di retorica e teoria letteraria, nel quale si può leggere che la poesia appartiene ai discorsi di riuso ( cioè a quei discorsi, contrapposti  a quelli di consumo, che non sono rivolti al contesto comunicativo immediato, ma  a una memorabilità anche futura). Ora questa memorabilità per sua natura contiene un elemento di distanza dal presente che può venire riconosciuta solo dall’instaurarsi di una tradizione di lettura, appunto nel tempo successivo, oppure certificata immediatamente da un’autorità particolarmente significativa, condizione avutasi molto raramente nella storia. Insomma ogni poesia ha un rapporto di crisi con il proprio presente dovuto al fatto che solo con difficoltà trova in esso le prove della propria memorabilità. In questo senso le cose scritte da Palazzeschi sono più o meno simili a quelle scritte da Persio circo duemila anni prima in una società radicalmente diversa dalla nostra. La marginalità e la centralità della poesia non sono necessariamente situazioni alternative, ma spesso complementari perché la centralità della poesia frequentemente è una costruzione a posteriori o meglio è un effetto di distorsione ottica della stessa tradizione di lettori che ne ha determinato la memorabilità. Per esempio questo effetto ottico è diffuso in molti di quei lettori che leggono la poesia secondo estetiche che vedono nella poesia un riflesso oggettivo del suo presente storico: la capacità del poeta di cogliere in profondità determinati tratti del proprio presente viene talvolta implicitamente ( e ingenuamente) scambiata con una centralità sociologica della poesia e del poeta in quell’epoca. Continue reading »

Marco Giovenale

Si direbbe: “ritorna la poesia assertiva”, se non fosse vero che non se n’è mai andata. Non chiede ma impone un’eco o ritorno di attribuzione di senso in verità già presente in pieno nei punti di trama, di sintassi, di racconto, di metafora, di suono modulato, di maschere grammaticalizzate (tu, voi; perfino al vocativo): non ha pause (non si era mai defilata) e allo stesso tempo non sa di essere sfondo e spettacolo, ossia il tutto, su una scena continuamente presa e disordinata da ben altre maceriacce di storia. Non lo sa, perché è linguaggio-strumento. (Intende essere tale).

Ognuno dei tanti troppi utenti che picchiano sul tasto “strumento”, con coerenza, usa il linguaggio. Dunque – con stretegie più o meno affilate avvertite scaltre – ognuno di loro asserisce. Armeggia e manovra con maggiore o minore fortuna al tavolo verde della retorica.

Proietta sulla distanza tra testo e lettore quel che il lettore sa già di dover simulare di godere/intuire.

Se tutti stanno ai patti, ai patti stabiliti, la comunicazione passa; gli strumenti funzionano. La legge è salva. Lo spettacolo non cambia. È la tv educativa, ti mostra come si recitava, per insegnarti come si è ascoltati e seguiti, come e cosa bisogna fare.

 

[già, in versione lievemente differente, in slowforward]

Camilla Miglio

 

“Gedichte sind Durchgänge: À toi de passer, Vie!” [1] – lo scrive Paul Celan in un aforisma datato 26. X. 1957. Se la metaphora è translatio, passaggio, trasporto, trasferimento, in questo caso ciò che si sposta è la vita, e ciò che “sta”, è fermo, è la poesia, anzi, al plurale, le poesie; ciascuna nella propria individualità.

Per Celan il lavoro, lo sforzo estremo di scrittura, ma anche di vita, è concentrato su questo “stare”. Stehen in tedesco è lo stare in piedi. Fermi e verticali nel vento della storia: “bene se senti il vento, però anche lui deve sentire te”, scrive ancora, in rumeno, Celan in un frammento giovanile [2]. In tutti i carteggi, soprattutto con la moglie Gisèle e le amiche-amate Ingeborg Bachmann e Ilana Shmueli, e in moltissime poesie torna questo lemma della salvezza, dell’ancoraggio alla vita.

Il lavoro intorno alla poesia è dunque rivolto a farne un luogo attraverso il quale poter passare, una soglia, una grata, che “sta” e chiama la vita all’attraversamento, come di una porta stretta. Alla poesia spetterebbe lo spazio tradizionalmente attribuito alla vita, e viceversa. Continue reading »

Enrico Capodaglio 

 “Lenin ha definito la rivoluzione la festa delle classi oppresse. Lenin aspettava bramosamente il dì festivo. La rivoluzione può farla solo gente che non ha niente da perdere.” Soltanto Luigi Di Ruscio poteva incrociare Il sabato del villaggio e la lotta del proletariato: “Aspetto la festa bramosamente aspettata da mille anni.” L’intuizione spregiudicata, che innesta il bisogno di un piacere utopico in una militanza politica anarchica, la scopriamo nel suo romanzo Palmiro, pubblicato nel 1986 grazie a Massimo Canalini, e appena ristampato dalla casa editrice Ediesse (con una prefazione di Massimo Raffaeli, nella collana diretta da Angelo Ferracuti).

L’accostamento esistenziale di Marx e Leopardi, che con toni più austeri è stato al centro delle riflessioni di Sebastiano Timpanaro, ci dice molto del sentimento tragico della storia nel poeta che si è spento, ottantenne, nel mese di febbraio del 2011, scrivendo fino agli ultimi giorni di una vita estrema, operaio per quarant’anni in una fabbrica di Oslo. Egli ha pubblicato una ricca sequenza di libri di poesia e di prosa, l’una invertendosi di continuo nell’altra: dai versi di Non possiamo abituarci a morire (Schwarz, 1953) al romanzo Cristi polverizzati (Le Lettere, 2009), a cura di Andrea Cortellessa. Ma questo sentimento tragico non genera una dizione cupa e severa, tutt’altro, se grazie alla coscienza che tutto è perduto, sgorga una comicità da umanismo popolare, visto che i personaggi ne acquistano un’esuberanza bizzarra e patetica, ma anche una propensione a godere caoticamente il sabato della vita. Continue reading »

Camilla Miglio

Quest’avventarsi contro i limiti del linguaggio è l’etica
[Ludwig Wittgenstein]

 
1. Un meridiano libertario

Interrogo in queste pagine il Meridian di Paul Celan in cerca di una sua importante sebbene non molto frequentata traiettoria libertaria [1].

    Il Meridian (Il Meridiano, 1960) esprime una poetica e nello stesso tempo è una prosa poetica. Caratteristica, questa del wittgensteiniano gesto del mostrare [zeigen] più che del dire (Wittgenstein, Lezioni, p. 22), che resta a connotare ogni scritto e forse ogni gesto di Paul Celan.  Anche la centralità del gesto, fondata filosoficamente da Ludwig Wittgenstein e ripercorribile letterariamente almeno a partire da Heinrich von Kleist e da Georg Büchner, va a incontrare – incontro nel senso celaniano di una Begegnung, di un rispondersi tra spazio-tempi lontani improvvisamente connessi – la profonda ispirazione politica di Celan. Politica, in Celan, significa soprattutto etica. Celan aveva esperito tempeste d’acciaio ben poco trasfigurabili letterariamente: le invasioni e persecuzioni naziste, la delusione e la fuga di fronte all’avanzare dell’Armata Rossa e la spartizione ovvero sparizione della sua terra, la Bucovina, tra Romania e Ucraina. In pochi mesi aveva sperimentato la libera primavera surrealista della Bucarest dell’immediato dopoguerra e il successivo calare della cappa di un regime più che staliniano. Aveva toccato con mano, fuggendo a Occidente, la falsa buona coscienza delle democrazie occidentali a Vienna e in Germania. Non si era neppure nascosto le difficoltà della Francia che aveva nel 1958 incoronato ‘re’ laico il generale De Gaulle. Avrebbe, nel 1968-69, riconosciuto nel movimento studentesco, che sulle prime gli aveva suscitato tante speranze, una deriva autoritaria da «Linksnibelungen» (Die Gedichte aus dem Nachlass, pp. 104-105) [2]. La sua ispirazione politica ed etica, che diventa una pratica poetica, resta fedele a un’idea libertaria che si alimenta delle letture giovanili, soprattutto di Pietr Kropotkin e Gustav Landauer. Entrambi vengono chiamati in causa in un passaggio chiave del Meridian, in cui Celan presenta se stesso come un «auch mit den Schriften Peter Kropotkins und Gustav Landauer Aufgewachsener» (Meridian, p. 194) [3], e su cui dovremo tornare più lungamente. Per Celan il socialismo libertario di impronta anarchica e comunitaria è un orizzonte, mai realizzabile ma per questo efficace, di resistenza contro le ipocrisie dell’Occidente e contro l’autoritarismo post-stalinista a Est, oltre la cortina di ferro. Continue reading »

Francesco Filia

 

“Di nuovo! Ti ricordo una felice  sintesi di Giovanni dall’Orto: “Omosessuali non si nasce né si diventa. Omosessuali si è”. È la risposta lucida, pragmatica, fenomenologica da replicarsi alle posizioni essenzialistiche e idealistiche. Perché nel momento in cui si chiede se si ‘nasce’ o si ‘diventa’ omosessuali (mancini) si sottintende che ci sia una ‘causa’: come per le patologie, per le malattie. Se si ‘è’, si smette di cercare ‘cause’ e ci si limita –al più- alla descrizione dei fenomeni.”  E potremmo aggiungere il descrivere fenomenologico come lasciar apparire la “cosa”, il fenomeno, per quel che è, al massimo cercando di interpretarlo nei rimandi che esso apre all’interno del mondo in cui si va ad inserire. Questo mi sembra il nucleo concettuale e la proposta teorica-pratica di Zamel – “frocio” in arabo- romanzo, epistolario, saggio, dialogo filosofico di Franco BuffoniEdizioni Marcos y Marcos, 2009 - libro sorprendente nello stile, nella struttura e nel contenuto. È un testo che sembra parlare solo dell’omosessualità, dell’identità gay e della sua storia, con riferimenti letterari cospicui e straordinari, ma che in realtà affronta un questione che ne va al di là e che riguarda la radice dell’umano: il rapporto tra sessualità, desiderio e identità. Continue reading »

Marco Giovenale

Un libro che fosse “il” libro di Adriano Spatola, con tutte o quasi tutte le sue poesie, si attendeva in Italia da anni. Bene: non senza logica, viene pubblicato negli USA, da Green Integer (www.greeninteger.com): i testi italiani sono accompagnati dalla fedele-acuta traduzione inglese a fronte di Paul Vangelisti, che con Beppe Cavatorta ha curato il progetto. Il titolo della raccolta è The Position of Things. Collected Poems 1961-1992, porta il numero 165 del catalogo G.I. e costa poco meno di 16 dollari (diciamo 10 euro e spiccioli). È l’occasione migliore, per i lettori italiani e anglofoni, per (ri)confrontarsi con una delle voci poetiche più articolate, complesse e insieme generose dell’ultimo mezzo secolo. Qui, a eccezione della primissima raccolta del 1961, i libri di “poesia lineare” di Spatola ci sono tutti: Reattivo per la vedova nera (1964), L’ebreo negro (1966), Majakovskiiiiiiij (1971), Diversi accorgimenti (1975), Considerazioni sulla poesia nera (1976-77), La piegatura del foglio (1982), La definizione del prezzo (1992). Come scrive Beppe Cavatorta nel saggio conclusivo del volume, questa traduzione inglese «rappresenta il culmine di un viaggio iniziato nel 1975 con l’edizione americana di Majakovskiiiiiiij, seguita nel 1977 da Zeroglyphics e, l’anno successivo, Various Devices [Diversi accorgimenti], sempre presso Red Hill Press, la casa editrice diretta e creata da John McBride e Vangelisti», a cui – si ricorda – dobbiamo versioni anche da Continue reading »

 Niccolò Scaffai

Modernità italiana. Cultura, lingua e letteratura dagli anni settanta a oggi  è un libro di cui vale la pena discutere, perché invita a porsi domande importanti. Che cosa significa ‘moderno’? Il volume si concentra sul periodo dagli anni settanta (in realtà dal ’68) a oggi: un’epoca, cioè, che è più usuale definire ‘postmoderna’. Sennonché – lasciano intendere Afribo e Zinato nella Premessa – la modernità o la tardiva «modernizzazione» italiana interagiscono con i caratteri del postmoderno. A meno che il moderno non fosse «già postmoderno fin dall’inizio». Se è così, c’è un problema di fondo: come conciliare la consustanzialità di moderno e postmoderno con l’idea di una crisi, di una svolta collocata «a cavallo del 1970»?

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Antonio Loreto

Il progetto letterario di Laura Pugno è, come i migliori, unitario: dalle sue poesie discendono i suoi romanzi e ogni narrazione deriva quella successiva. Così Antartide è l’ultima di una serie di opere che poggia – anche ripescando singoli motivi particolari – su pochi fondamentali temi: la morte, più o meno nascostamente desiderata; il corpo, perlopiù guasto e comunque destinato a degradarsi in cibo o in cenere; il linguaggio, nella sua negazione afasica: il tutto nel campo di forze che attraggono umanità e bestialità. Continue reading »

Giampiero Marano

 

Nicola Ponzio pubblica la sua raccolta d’esordio, Gli ospiti e i luoghi, all’età di quarantaquattro anni. In effetti, e sia detto prescindendo dal semplice dato biografico, una peculiarità certa di questo poeta è la paziente determinazione nell’attendere, o meglio nel costruirsi il momento indiscutibilmente giusto per parlare, soppesando in modo quasi ossessivo le parole, la loro collocazione nello spazio geometrico del verso. Continue reading »

di Massimo Gezzi

«L’esperienza è la messa in questione (alla prova), nella febbre e nell’angoscia, di ciò che un uomo sa del fatto di essere». Così scriveva Georges Bataille nelle prime pagine dell’Esperienza interiore (1943) e così, semplificando un po’, potremmo definire questi Materiali di un’identità di Mario Benedetti (Transeuropa 2010), libro spurio e composito che segue l’enigmatico Pitture nere su carta del 2008. Partendo dal pensiero di Bataille e dell’amato Michelstaedter, nonché dai versi e dalle esperienze umane e tragiche di Apollinaire, Rilke, Celan, Salvia, Benedetti compone in queste pagine un mosaico di riflessioni, versi inediti, prose o materiali ibridi come l’intervista, disponendoli in una forma al contempo conchiusa e inafferrabile, in un progetto che nega se stesso nel momento in cui si realizza. Lo sfondo teorico da cui emerge questo libro è da una parte, dunque, il concetto di dépense di Bataille (l’erotismo e la poesia – e per Benedetti tutti i Materiali che compongono questa opera – come sacrificio di sé o della parola nel dispendio improduttivo); dall’altra la «pretesa dell’assoluto» di Michaelstaedter che conduce alla persuasione, distruggendo le illusioni della rettorica, prima fra tutte l’«illusione della persuasione». Continue reading »


Niva Lorenzini

Mi si chiede di tanto in tanto di indicare quel che penso della poesia che si produce in questo difficile, protratto avvio degli anni 2000 (e siamo già al 2011, con un decennio abbondante alle spalle), e ogni volta mi trovo a rispondere che è la poesia dei giovani o giovanissimi quella che più mi interessa. Ne sono sempre più convinta.

Sufficientemente lontani dai nonni, dai padri, dai fratelli maggiori, che però hanno letto e metabolizzato a dovere, sufficientemente esperti di ciò che capita nell’orizzonte italiano e internazionale, sufficientemente pratici del rapporto tra diversi linguaggi espressivi, che spaziano dalla letteratura al cinema, dalla musica al fumetto, dalla filosofia alla scienza alle arti, la loro scrittura è spesso spiazzante rispetto a categorie in auge ancora a fine Novecento, e resta in buona parte da indagare. E’ una scrittura tutt’altro che naïve, tutt’altro che immediata e irriflessa, tutt’altro che ‘innamorata’ della parola, sia che interferisca con la prosa (non lo scrivo a caso, sto proprio pensando alla Prosa in prosa di Inglese, Bortolotti, Broggi, Giovenale, Zaffarano, Raos, e a molti tra i testi antologizzati nel recente spoglio dei Poeti degli Anno Zero presentato da Ostuni sul numero 30 della rivista “L’illuminista”), sia che si dia parcellizzata in versicoli mutili, in schemi contratti pronti a disgregarsi. Continue reading »

 Antonio Loreto

È nella paralisi, in un tempo e in uno spazio impediti, che la poesia di Gilda Policastro proposta in Antiprodigi e passi falsi (per “Inaudita” di Transeuropa), trova la sua dimensione. Uno spazio bidimensionale e patologicamente ospitale, quello disteso di un corpo malato costretto a letto (M’ama non m’ama, tra le altre), o di un corpo d’inetto che sceglie – per sfuggire alle costrizioni sociali o biologiche, per non (saper) aderire alla vita comandata – di aderire immobile ad un pavimento (Hora). E il tempo, per parte sua, consiste nello scorrere molto rallentato del cursore: avanti e indietro a contemplare una pretesa reversibilità, dove le cose che accadono, i rapporti che si stringono, si percepiscono accaduti e stretti in un’ora magari dilazionata, come si legge, ma continuamente rovesciata, colma di “incontrarii”, e di umori – non diciamo quali – che ancora mentre inondano sono rappresi. Lassi di tempo che si contraggono così in un punto, cioè in uno spazio finalmente invivibile. Continue reading »

Marco Giovenale

Che cos’è un “coffee-table book”? Un libro assimilabile alle riviste da aeroporto, da sala d’aspetto, sostanzialmente l’equivalente del modo di essere di certa ambient music. Non proprio o non soltanto un “oggetto d’arredamento”, ma pure l’installazione di un concetto o di una procedura al posto di un textus, un’inclinazione o modo (appunto), invece di un oggetto, invece di una tessitura che si pretenda conclusa-profonda, durevole, complessa. Non sarà allora un… volume da scaffale-scrigno, ma una superficie da consumo veloce e distratto, da sfogliare al caffè, precisamente. È allora questo, anche, il senso del testo più recente di Alessandro Broggi, autore già noto per diverse avventure testuali nel campo di una sperimentazione che – in poesia come in prosa – abbassa a zero o sotto zero la temperatura narrativa, e al più mima una (apparenza di) lirica soltanto per mostrarne le nervature fragili, elevando al quadrato l’ironia dei versi, il tono neutro, la natura epidermica di opere all’apparenza non strutturate. “Mi piace l’idea che tu non debba raggiungere alcuna profondità per godere di qualcosa”, recita – fra l’altro – l’epigrafe da Tobias Rehberger che apre la sequenza di poesie coffee-table book, fascicolo di testi che proprio con questo titolo Broggi pubblica ora nella collana Inaudita, di Transeuropa (accompagnato da un geniale-giocoso cd di Gianluca Codeghini, There’s nothing better than producing sounds, in sintonia e dialogo – sul fronte sonoro – con le pagine del testo).

Quelle che Broggi propone sono “ventisei quartine regolari, costruite con versi stringa che sono sintagmi-stemmi Continue reading »

Antonio Loreto

Per vivere molto, bisogna
vivere la vita altrui.
(C. Dossi, Note azzurre, 68)

opinioni differenti circa l’azzurro.
(G. Bortolotti, Tracce, 10635)

 

Il dinamico lavoro letterario di Gherardo Bortolotti, iniziato in rete una decina di anni fa e tuttora online[1], si concede di tanto in tanto qualche istantanea, di stabilirsi cioè nella forma del libro, come quando nel 2008 viene autoprodotto l’e-book Tracce, che trascrive i post pubblicati pressoché giornalmente dal luglio 2005 al settembre 2008 sul blog Canopo. La pagina si offre come una successione di brevi frasi perlopiù prive di autonomia sintattica[2] (ché di una frase di tal fatta consisteva il singolo post) progressivamente numerate a partire da 10067. Quelle che seguono rappresentano qualche caso esemplificativo:

10079. donne che attraversavano, come amazzoni, il mio campo visivo.
10442. guy debord.
10568. la realtà, i suoi operatori autorizzati.
10676. evergreen concettuali, standard di pensiero buoni per ogni occasione, come: «è colpa loro», «se potessi fare quello che voglio», «non meritavo di soffrire».[3]

Un linguaggio insolito per le lettere italiane, come si vedrà, che tuttavia rimanda – prima che ad altri più o meno recenti, in particolare di lingua inglese[4] – a un modello nostrano di un secolo, un secolo e mezzo fa, mostrando una somiglianza formale piuttosto sicura con qualche non rarissima nota azzurra di Carlo Dossi, di quelle che si sottraggono al predicato diaristico da una parte e aforistico dall’altra, risparmiando al lettore sia vicende strettamente particolari sia pretese di sapienze universali (con il loro valore di verità), per rimanere constatazioni, annotazioni, essenziali appunti di lettura e di scrittura ad uso dell’autore: Continue reading »

Marco Giovenale

Il piccolo libro di prose che Giulio Marzaioli pubblica nella collana ChapBook delle edizioni Arcipelago, intitolato Voci di seconda fase, fa riferimento al progetto – appunto in “fasi” – iniziato dall’autore circa due anni fa con la plaquette Moduli di prima fase (La camera verde) e proseguito recentemente con un ulteriore segmento, non cartaceo ma online: Fusione di terza fase (http://www.fusionediterzafase.it), opera costituita da un video – a cura di Michele Zaffarano – in cui compaiono frammenti in asincrona lettura d’autore, provenienti dai precedenti passaggi della macro-opera testuale.

Come è esattamente configurato il progetto? Quello delle Fasi è un lavoro che si struttura (e destruttura – e riplasma) nel tempo. È un’installazione verbale che agisce sui propri elementi ricombinandoli, riconfigurando sé a ogni nuova uscita. Il primo libro, con le prose del citato Moduli, era costituito da frasi e cellule nominali ripetute, variate, mutanti. La seconda fase, quella appunto del libretto di nuove prose brevissime intitolato Voci, pubblicato da Arcipelago, ha portato Marzaioli a confrontarsi non più (non solo e non tanto) con le tecniche di cut-up e riscrittura che pure connotavano i Moduli, ma addirittura con una perdita di identità soggettiva, autoriale, dello scritto. Le “voci” che intervengono sono infatti  – in lacerti e accenni – quelle che l’autore ha intervistato, registrato e trascritto, per poi montarle riducendo drasticamente (ma non interamente) la propria azione appunto autoriale, ‘creativa’, assertiva. Continue reading »

 

Massimo Orgiazzi

Tra la considerevole produzione letteraria che ci è dato di affrontare, incontriamo pubblicazioni di poesia il cui percorso è fortemente intriso di citazione, recupero, trasposizione. Molte di esse sono concepite in questo modo per darne un aspetto colto e spesso vi si avverte una componente artificiale, di fattori giustapposti e non bene integrati. Poche altre sono le opere che sanno fare della scrittura un lavoro autentico e al contempo profondo, capace di ospitare; di essere plurali e di cogliere, con modestia ma onestà intellettuale, un respiro ampio di tematiche che rendono l’ensemble un proficuo grano di attualità dell’umano. Una di queste è senz’altro l’opera prima di Nicola Ponzio, poeta e artista visivo. Continue reading »

Alessandro De Francesco

Pubblico qui di seguito un saggio inedito di teoria letteraria a partire dall’opera del poeta francese André du Bouchet (1924-2001), scritto per l’edizione 2010 della convention annuale degli studiosi di letteratura francese del XX e XXI secolo, tenutasi a Toronto, Canada. Continue reading »

Alessandro De Francesco

Pubblico qui di seguito un saggetto scritto nel 2006 sull’opera del maestro per una giornata di studi a Paris X – Nanterre organizzata da Claude Cazalé Bérard. Il testo è uscito in cartaceo nel 2008 sulla rivista Écritures, co-diretta dalla stessa Claude, in un numero intitolato Je et Tu dans la poésie contemporaine.

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