May 232013
 

Yves Citton

Che cosa si impara studiando letteratura? A farsi gioco di un’egemonia eludendone le trappole.
Ottenere un dottorato in lettere richiede l’acquisizione di una competenza ben precisa in grado di problematizzare una qualsiasi costruzione di senso attraverso l’utilizzazione di un certo numero di procedure ermeneutiche. Questa competenza consiste innanzitutto nella capacità di padroneggiare una serie di giochi: il gioco degli esami, della redazione e della discussione di una tesi di laurea o di dottorato, il gioco dei concorsi, della proposta di articoli scientifici, dei colloqui e delle job interviews – tutte pratiche fortemente ritualizzate che necessitano di una ginnastica mentale e dell’utilizzo di codici linguistici ben precisi. Al di là della capacità di gestire al meglio questi rituali accademici, la competenza letteraria consiste poi nel saper far giocare la parola di un testo per ricavarne interpretazioni di un certo interesse – interpretazioni che possono derivare da una vasta gamma di metodologie e di schieramenti epistemologici a volte del tutto incompatibili tra loro.

La sperimentazione letteraria come gioco di trasduzione incontrollata

Che cosa realmente “si ottiene” con un dottorato in lettere? In che cosa consiste questo “gioco con la parola” che fa la specificità della competenza letteraria?[1] La gestione delle procedure di costruzione di senso comporta una forte dimensione tecnica, e merita per questo di rientrare a pieno titolo nella categoria dei saperi (ai confini con la lessicologia, l’etimologia, la grammatica, la retorica, la pragmatica e la semiologia). Se possiamo distinguere un critico da un linguista, lo dobbiamo tuttavia al fatto che chi si occupa di letteratura instaura con il proprio testo non tanto un rapporto di sapere quanto di sperimentazione. E pur non essendo affatto incompatibile con il sapere (dal momento che costituisce un momento preciso della ricerca “scientifica”), la sperimentazione interpretativa praticata dal critico partecipa di un gioco di trasduzione incontrollata in grado di far esplodere il quadro rassicurante nel quale si trova a svilupparsi ogni sapere di ordine scientifico o tecnico. Continue reading »

May 202013
 

trad. it. di Isabella Mattazzi, :duepunti edizioni, Palermo 2010 (pp. 195-206)

Isabella Mattazzi

Nel presentare per la prima volta in Italia un autore come Yves Citton, potrebbe risultare di una certa praticità inserirlo tra i numi tutelari di quel nuovo genere saggistico che è, di fatto, il “trattato in difesa degli studî letterari”. Nell’ultimo decennio, la moltiplicazione esponenziale di testi in difesa dello studio e dell’insegnamento della letteratura ha dato vita a un vero e proprio “fronte comune”, una sorta di barricata teorica trans-nazionale contro i continui attacchi politici, i tagli alla ricerca, o semplicemente il disperante stato di perdita dell’aura in cui versano oggi, con ogni evidenza, le discipline umanistiche. Da Tzvetan Todorov, Antoine Compagnon, Vincent Jouve, Jean-Marie Schaeffer in ambito francese, a David McCallam o Martha Nussbaum negli Stati Uniti[1], in molti sembrano aver sentito il bisogno di affondare la lama del proprio discorso all’interno del corpo variamente articolato delle Humanities cercando da una parte di salvare il malato dai continui attacchi esterni di un mondo per lui evidentemente tossico e, dall’altra, di ricompattarne le membra in una ridefinizione, il più attuale e funzionale possibile, delle sue precise peculiarità. Che diversi segnali di pericolo per gli studî letterari stiano suonando da tempo, del resto, è del tutto vero (se si tratti poi di semplici campanelli d’allarme o di vere e proprie campane a morto, saranno le prossime generazioni a dirlo), e non soltanto da un punto di vista strettamente politico o economico, ma anche – cosa forse ancora più preoccupante – all’interno di un radicale mutamento dell’orizzonte sociale e antropologico contemporaneo. Anche limitandosi al preciso ambito culturale che fa da sfondo ai testi di Citton, basta dare un veloce sguardo alla recente ridefinizione degli assetti universitari francesi – travestita da operazione di modernizzazione e snellimento della macchina accademica – per farsi un’idea del concreto stato di svantaggio in cui versano oggi gli organi deputati a trasmettere e salvaguardare il sapere letterario. Ma non si tratta solo di questo. Al di là della situazione politica oggettivamente difficile, il malato sembra soffrire con ogni evidenza anche di un male interno. Di fronte all’urgenza di dimostrare l’“utilità” del proprio lavoro a un mondo economico il cui unico criterio di valore sembra essere quello di una “possibilità di quantificazione” in termini di profitto e di vendita, le discipline umanistiche hanno subito, negli ultimi tre decenni, una forte messa in crisi e una radicale trasformazione dei valori e delle pratiche stesse su cui fondare il proprio statuto identitario. Dinanzi a un evidente livellamento della doxa politica e istituzionale sul lessico utilitaristico di un capitalismo industriale applicato alla gestione della ricerca, hanno dovuto crearsi un nuovo “spazio di credibilità”, mutando letteralmente di volto, barricandosi dietro una specializzazione esasperata, riducendo il proprio sapere a un insieme di dati circoscritti, brevettabili, immediatamente spendibili, e sottoponendosi a una continua rendicontazione dei propri risultati secondo sistemi di valutazione presi di peso e direttamente importati dalle cosiddette “scienze dure”. Continue reading »

May 182013
 

Marco Giovenale 

Recensione a
Vincenzo Ostuni, Faldone zero-venti. Poesie 1992-2006,
Ponte Sisto, Roma 2012, pp. 272. Postfazione di A.Inglese

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Testo inesauribile, sempre ripreso e rielaborato dunque nuovo, nastro sovrainciso, il Faldone di Vincenzo Ostuni (in edizione Faldone zero-otto presso Oèdipus, 2004; poi in rete in fieri in files separati: www.faldone.it) esce ulteriormente variato, e non solo accresciuto ma “più che raddoppiato”, come Faldone zero-venti, nella nuova collana Quaderni di poesia del Caffè illustrato, dell’editore Ponte Sisto.

Qualche anno fa parlavo della poesia di Ostuni come inquadrabile (con altre scritture) entro continue – e non pacificate – contrattazioni e appressamenti a una sorta di patto linguistico di visibilità e dicibilità del mondo (dato come intreccio, ostinato e riprovato) fra contraenti in verità indefinibili, inafferrabili per tradizione ormai secolare – riandando a due nomi che aprono anzi spalancano il Novecento: l’inventato Chandos e l’inventariante Wittgenstein (quest’ultimo citato da entrambi i prefatori dei due faldoni: Gabriele Pedullà e Andrea Inglese). La situazione di patto mancato (e di manque del collante sociale, linguistico) – di contesto che si afferra e insieme sfugge e si sfalda – è proprio tematizzata frontalmente da Ostuni come flusso verbale ininterrotto, sinusoidale, di ricerca-dubbio-ricerca, entro la cornice costante data dalla forma dialogica / monologica (indistinguibili le due, annota Inglese). Continue reading »

May 152013
 

Gianluca D’Andrea 

Un’epoca sorgerà carica di sole

W. Benjamin

Infanzia e immaginazione vivono nel reale, l’affermazione, pur mantenendo ancora una valenza filosofica, ci permette di assaggiare porzioni di mondo, spartanamente, senza appesantirci con concettualizzazioni indigeribili.

Pochi libri danno un senso di conforto e accoglienza; questa sensazione deriva dall’incontro tra la persona che legge e un’atmosfera che la stessa ritiene “familiare”, laddove quest’ultimo termine può essere inteso come un particolare momento in cui la vita del lettore si lega alle esigenze che lo stesso momento richiede, rintracciandole nella lettura. Se si tiene fede a questa interpretazione, allora, ogni essere cambia innumerevoli dimore e la casa muta continuamente locazione e panorama, confondendosi con lo stato mentale del soggetto. Infanzia e immaginazione sono i due processi fondanti della futura ricerca di quella dimensione personale che può focalizzarsi nel bisogno d’appartenenza rappresentato dalla casa. Forse la poesia è questa dimora in continuo divenire, questa costruzione resa possibile dalla plasticità del linguaggio, dalla capacità dello stesso di trasformarsi insieme all’essere. Continue reading »

May 092013
 

voided_Marco Giovenale

A mio avviso, nell’idea di glitch, ovvero di improvviso malfunzionamento, o disturbo, si raccolgono o non è insensato raccogliere – in letteratura e in arte – fenomeni singoli, separati e diversi ma non estranei l’uno all’altro, e da leggere e osservare complessivamente orientati in direzione di una particolare produzione di senso o, come direbbe Emilio Garroni, senso-non-senso. Intenderei cioè gli ambiti dell’asemic writing (= scrittura asemantica), dei video astratti (o: musica e video precisamente glitch, disturbati… e suoni lobit = a bassa qualità di produzione e riproduzione), e di alcune nuove scritture di ricerca – tra cui lo stesso flarf.

Se prendiamo l’alterazione e il malfunzionamento, la parziale non transitività, come possibili elementi unificanti, il filo comune risulta, per le aree appena nominate, evidente. Non chiede altra spiegazione che un semplice elenco.

Sono omogenei, affini, il disturbo della ricezione, un più o meno marcato ostacolo alla decodifica, l’assente o imprecisa traduzione, il fuori luogo, l’errore voluto, l’alterazione occasionale o sistematica, la ricerca intenzionale (nella sought poetry) di elementi in attrito, l’assemblaggio e riuso disturbato di fonti a loro volta magari già corrotte, e così la disposizione in sintagma ri(dis)ordinato di fenomeni in partenza già eterogenei e scomposti, l’accumulo ossessivo compulsivo che però si rastrema e riduce improvvisamente, il vuoto comunicativo (che non è vuoto di senso), la frattura che è insieme sutura.

Se si volesse aggiungere una nota sul quid di politicità che alterazione disturbo e malfunzionamento possono non vantare ma implicare o almeno suggerire, si potrebbe far cenno a (o addirittura far teoria di) Continue reading »

May 052013
 

Gherardo Bortolotti

Fino all’aprile del 2004, la mia conoscenza della poesia degli Stati Uniti era meno che scolastica e consisteva, negli effetti, in una frammentaria lettura dell’antologia della New American Poetry, in un corso seguito al primo anno di lingue su The Waste Land ed in poche citazioni da Whitman e da Dickinson.

Nell’aprile del 2004, però, iniziai a lavorare come documentalista presso un piccolo centro di documentazione di Brescia. La mia mansione consisteva per lo più nella redazione di abstract e, a conti fatti, riusciva ad occupare solo una parte delle ore che trascorrevo in ufficio. Per il resto, avendo a disposizione un accesso ad internet a banda larga e nessuna limitazione nell’uso, passavo il tempo navigando in rete.

Ho iniziato così a visitare i siti ed i blog di poesia statunitensi. L’impatto è stato da subito spiazzante: sul web, la quantità di testi letterari in lingua inglese scritti da autori degli Stati Uniti è enorme. Gli autori reperibili sono nell’ordine delle centinaia, ed i siti, le riviste, i blog nell’ordine delle decine. Si aggiunga che una gran parte di essi è legata da una fitta rete di link, che rimanda gli uni agli altri in una vera e propria poetrynet, e si può capire come davvero ho avuto l’impressione di essere arrivato in Continue reading »

May 032013
 

 Andrea Cortellessa

Si registra un curioso cortocircuito, in queste prime avvisaglie di cinquantennale del 63. Nella celebre foto di Ugo Mulas che vede Ungaretti, a Venezia, allegramente circondato dai neoavanguardisti, non è stato riconosciuto il volto luminoso di Carla Vasio (appena compiuti novant’anni e ancora in piena attività). E ci si ricorda che Edoardo Sanguineti, in un suo Atlante del Novecento, accolse cento intellettuali italiani. Cento maschi. Il Gruppo aveva un problema col femminile? Più verosimile che ce l’avesse, in generale, la cultura degli anni Sessanta… (si tende a dimenticare che il diritto di voto c’era da meno di vent’anni). Di certo manca, per la seconda avanguardia italiana, una ricerca simile a quella di Cecilia Bello Minciacchi sulla prima (Scrittrici della prima avanguardia, Le Lettere, pp. 506, € 38) o a quella pionieristica sulle arti visive, di Lea Vergine trent’anni fa, L’altra metà dell’avanguardia. Ma scrittrici importanti, al Gruppo, parteciparono eccome. In uno studio sulla narrativa del periodo (Prose dal dissesto, Mucchi, pp. 269, € 20), Massimilino Borelli ha dedicato due dei suoi dieci medaglioni – accanto agli Arbasino, ai Balestrini e ai Malerba – appunto a Carla Vasio e ad Alice Ceresa.

Nata a Basilea, morta a 78 anni nel 2001, Ceresa ha pubblicato Continue reading »

May 012013
 

Marco Giovenale

temo non ci sia modo di spiegarsi se non ostensivamente, in tema di scritture dopo il paradigma.

al momento dunque si fa (si può fare) (anche) così:

si prende un oggetto testuale, o verbovisivo, oppure delle opere grafiche asemantiche, o interventi di carattere installativo, anche performativo, sonoro eccetera, e si passa alla condivisione: si mostra quanto si sta facendo, o si è fatto (magari, per esempio in Francia, negli ultimi trent’anni e più). si mostra quello che c’è.

si fa una lettura, un post, un incontro. (o, al limite, una serie di incontri, come nel caso di EX.IT). si fa un sito, un blog. si organizza un reading.

si mostra al lettore, all’osservatore, quel che c’è da vedere. (volendo vedere).

costui – il lettore – ne chiederà ragione. Continue reading »

Apr 292013
 

Recensione a Brunella Antomarini, Pensare con l’errore. Il bersaglio mobile della conosceza, Codice Edizioni, Torino 2007

Giulio Marzaioli

Il postulato da cui prende spunto la riflessione di Brunella Antomarini sembra essere l’incertezza. In Pensare con l’errore, edito da Codice Edizioni, l’autrice potrebbe infatti apparire come ulteriore paladina di un pensiero debole. Tuttavia, proprio la concezione di “postulato” sfugge al pensiero esplorato dalla Antomarini, così da rendere l’incertezza, ovvero la consapevolezza di quanto possa mutare ogni certezza, metodo e non verità.

Accostandosi alle intuizioni di questo libro viene da pensare alla balistica, disciplina che studia il moto di un proiettile, corpo inerte sottoposto alla forza di gravità e all’attrito viscoso. Per “tarare” la mira e considerare la giusta traiettoria, vengono effettuati lanci di gittata maggiore e minore rispetto al bersaglio conosciuto. Brunella Antomarini insinua il dubbio che, anche a minore o maggiore distanza rispetto al bersaglio possano trovarsi risposte, soprattutto nel caso in cui, mutuando un titolo cinematografico, ci si trovi in presenza di un bersaglio mobile, ovvero la percezione del reale. In altri termini, la conoscenza. Continue reading »

Apr 262013
 

Manuel Cohen

     Di Marilena Renda, leggiamo finalmente per intero l’articolato poemetto Ruggine, un testo dalla lunga gestazione, già apparso in rete nel 2009, rappresentato a teatro, e qui proposto in una stesura ulteriormente rivista in cui si è sistematicamente provveduto a uniformare il tutto, a renderlo continuum, narrazione quanto più possibile coerente e organica: è probabilmente in ragione di ciò che l’autrice ha eliminato quegli inserti nell’idioma di Erice, che ci era stato possibile leggere precedentemente.

     Ruggine è un testo che narra, ritorna e riverbera o riparte dalle e sulle vicende drammatiche che seguirono la notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, quando una vasta area della Sicilia occidentale fu colpita dal sisma tristemente noto come ‘il terremoto del Belice’: una ventina i comuni colpiti, di cui 4 interamente distrutti: Gibellina, Salaparuta, Montevago, Poggioreale: 370 vittime, oltre 1000 feriti, 70.000 senzatetto. Ora, anche volendo sorvolare sulle numerose testimonianze in versi lasciate dai neodialettali a proposito del terremoto del Friuli del 1976, non apparirà casuale la coincidenza per cui nella poesia dell’ultimo lustro vari titoli sembrano ispirarsi o riferirsi a fatti analoghi. Come dire che l’immaginario collettivo e la memoria di numerosi autori in versi ne siano stati segnati irredimibilmente. O forse è in un presente inquieto, precario, da ricostruire quasi, che è da ricercare il tratto di similarità o di una Stimmung: l’istanza di raccordo e documento che muove e accomuna autori molto divaricati tra loro per orientamento e gusto: è il caso di Jolanda Insana, che ha scritto la suite Frammenti di un oratorio. Nel centenario del terremoto di Messina (2009); o di Domenico Cipriano, che con Novembre (2010) ritorna a fare capolino intorno ai numeri, quasi una cabala, di quella fatidica sera del 1980 del terremoto dell’Irpinia. Per non dire del Viaggio nel cratere (2003) narrazione di Franco Arminio, o dei testi carsici e lavici scritti a partire dal 1980 di un altro lucano, Salvatore Pagliuca, ed ora raccolti nel volume Lengh’ r’ terr’, Lingua di terra (Le Voci della Luna, Milano 2012). Continue reading »

Apr 242013
 

Marco Giovenale

1.

Un falso problema si aggira per redazioni e radar di siti, blog, giornali, e nei pensieri di editor di pagine web, o critici (per fortuna non in tutti): il problema della “mappatura” delle voci poetiche. Il problema del territorio intero. Luogo da possedere, évidemment, come nozione, o corpus ghiotto, da afferrare.

Se è il territorio intero, da sondare, va pur detto che percentuale altissima del dicibile e del detto è già in rete. O, meglio, è la rete: mappa pressoché coincidente con i suoi oggetti (almeno nella porzione di mondo occidentale/occidentalizzato adsl-munita, in grado dunque di promuovere se stessa – come fa, come facciamo –  alla dignità di soggetto rammemorante e memorabile). (Il possesso di uno specchio: segno di benessere economico, di facoltà..).

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…continua in Samgha (5 apr. 2013)

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Apr 222013
 

Andrea Inglese

Parrebbe che nella ricezione della poesia straniera gli automatismi intellettuali, le limitatezze di corporazione, le miopie critico-teoriche si palesino ingigantite e facciano “sintomo”. Per questo vale la pena decifrare questo particolare sintomo: l’assenza o l’estrema scarsità di Francis Ponge, nell’editoria italiana. Sì, perché è ben strano che un autore morto alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, la cui intera opera è stata raccolta in due volumi nella Pléiade, tra 1999 e 2002, non conosca ad oggi un’ampia traduzione nella nostra lingua. Quando appare, la traduzione di un poeta ha come premessa il variegato interesse che la sua opera ha suscitato presso altri poeti, specialisti della letteratura in questione, critici militanti. Per conseguenza, la mancata traduzione indica un vasto fronte di disinteresse. Ed è senza dubbio il destino di Ponge, in Italia.

Henri Michaux, ad esempio, belga naturalizzato francese, anche lui nato come Ponge nel 1899, comincerà ad essere tradotto nel corso degli anni Sessanta, e grosso modo conoscerà un’attenzione costante, dimostrata anche recentemente dalla casa editrice Quodlibet che ha proposto la traduzione di diversi libri ancora inediti in Italia. Nel caso di Ponge, bisogna attendere una prima traduzione in volume nel 1971. Ironia della sorte, ne è responsabile uno dei capofila dell’ermetismo fiorentino, Piero Bigongiari, che dimostra, da buon conoscitore della letteratura d’oltralpe, di apprezzare un’opera ormai imprescindibile nel panorama della poesia francese, nonostante sia molto lontana dalla sua sensibilità di autore. La traduzione successiva, a firma di Jacqueline Risset, appare solamente otto anni dopo. E mentre in Francia, a partire dagli anni Ottanta, l’interesse anche accademico per l’opera di Ponge cresce in maniera costante, producendo un numero sempre maggiore di studi critici, convegni e monografie, in Italia non accade più nulla di significativo, se si eccettua l’uscita di due volumetti tradotti dallo scrittore Daniele Gorret per la piccola casa editrice l’Obliquo: Testo sull’elettricità (1997) e Il sole in abisso (2003). Continue reading »

Apr 192013
 

Andrea Inglese

[trad. it.  Politica della letteratura, Sellerio, Palermo 2010]

Politique de la littérature di Jacques Rancière è un libro di teoria e critica letteraria fondamentale. Lo è certo per la ricchezza e la novità dell’articolazione concettuale, ma anche per gli effetti benefici che la sua riflessione potrebbe avere sui nostri studi letterari e il nostro dibattito critico. Come il titolo esplicita, il libro non verte sui rapporti tra letteratura e politica, ma su quelli tra una politica propria ad una certa arte dello scrivere (la “letteratura”) e la politica generalmente intesa, come pratica oratoria volta a ridefinire nell’arena pubblica lo statuto dei soggetti e la natura del loro mondo.

La riflessione di Rancière ha un carattere “telescopico”, ossia pensa la modernità letteraria nell’ottica della lunga durata. Ciò significa relativizzare il paradigma modernista (dal formalismo russo allo strutturalismo francese), per pensare diversamente quella pratica che da circa un paio di secoli definiamo “letteratura”. Quest’ultima indica un nuovo tipo di rapporto tra significati e cose, tra parole e corpi, che si oppone all’ordine classico e al suo edificio tradizionale di generi. Si tratta poi di un tipo di rapporto intimamente legato alle forme di vita del regime democratico, che va affermandosi sulle rovine dell’ancien régime. Continue reading »

Apr 182013
 

Luca Cristiano

 

Conosco bene Antonio Moresco. Abbiamo camminato appoggiandoci l’uno alla spalla dell’altro per duecento chilometri circa, tra le altre cose. Però di seguito lo chiamerò Moresco. Perché Moresco lo conosco meglio di quanto non conosca Antonio.

La prima domanda a cui bisognerebbe rispondere oggi, a metà dell’aprile 2013, è come mai Moresco ora va di moda. Pubblica con Mondadori, va da Fazio in televisione, le studentesse durante le sue conferenze disegnano cuoricini con scritto dentro “MORESCUCCIO”.

La domanda che naturalmente consegue dalla prima è: come mai ci ha messo così tanto ad andare di moda?

Per la maggior parte della critica italiana, rispondere alla seconda domanda vuol dire arrogarsi il diritto di non porsi la prima. Vale a dire: Moresco va di moda perché incarna il personaggio dello scrittore oltranzista e incompreso, si è guadagnato con la serie di rifiuti spietatamente e candidamente narrati in Lettere a nessuno un’aura romantica che attira gli allocchi. Continue reading »

Apr 162013
 

Marco Giovenale

Quello che è stato sempre in evidenza (e ha rappresentato e rappresenta la ricchezza) del particolare timbro di voce della scrittura di Andrea Raos, trova una conferma addirittura paradigmatica nel compatto, breve testo i cani dello Chott el-Jerid, ospitato dalla collana ChapBook diretta da M. Zaffarano e G. Bortolotti per l’editore Arcipelago. In cosa consiste la natura esemplare del libro? Nel portare a un estremo di incandescenza tutte le punte solo apparentemente divergenti dell’arco di stili che Raos ha presenti e impiega: lirica d’aspetto lineare, felicità aforistica, microracconto, scrittura della crudeltà (che registrava un picco verticale nel precedente Le api migratori, Oèdipus, 2007), espressionismo in nessun caso gratuito, elencazioni, gioco linguistico. Tutte linee, queste appena citate, a cui si aggiunge una netta presenza di (e forse fede nel) paradosso, e nella contraddizione.

Partiamo proprio da quest’ultima marca stilistica (singolarmente sottolineata in questo caso). Il libretto – composto di prose e poesie – prende avvio da un testo che, pur sintetico, agisce precisamente da vero e proprio accumulatore di contrasti, asserzioni in guerra fra loro (ma non con la lettura che è comunque possibile darne): “racchiudeva il dolore all’esterno”, “implodendo, schiuso in sé”, “accanto e ritornavi, accanto e stavi”. L’appressamento all’area desertica del Chott el-Jerid, in Tunisia, e il fissarvi sguardo tanto attento quanto indugiante e però mobile (come da telecamera, come nel video dedicato al medesimo luogo da Bill Viola nel 1979), sono atti e assenze di atti che ben si attagliano alla “linea del sale”, all’aridità del dolore, del male, del pane altrui, e all’attraversamento della mancanza, di un affetto scomparso, che il testo di Raos sembra avere nel centro, lacuna nodale, non detta in pieno e – proprio per paradosso – sempre in apice, esposta. La sofferenza – entità costante e costantemente paradossale nel suo motivare la percezione disintegrandola – trova proprio in un “paradossale sirratte” il correlativo e oggetto allegorico pressoché ideale. (Il sirratte è un uccello che ha il paradosso inscritto fin nel proprio nome scientifico: syrrhaptes paradoxus). Quella che si profila è la scultura o incisione in effetti indelimitabile di una solitudine, in buona sostanza. Così è il deserto, coi suoi margini imprecisi. Il deserto come cangiante elemento installativo chiama dunque le parole ad appropriarsi del suo proprio senso non in veste di simbolo, o codice e sintesi già dati, ma come struttura allegorica prensile, capace di molti vettori di significato. Continue reading »