Aug 182014
 

Gianluca D’Andrea

A Natàlia

La fede, poiché secondo la Legge tutti sono maledetti.

G. Calvino

Tribunale della mente è un libro religioso. Le concrezioni verbali che i testi della raccolta sono, mettono in scena l’anelito, la tensione “sacerdotale” verso un nuovo responso.

Sacro, avvinto al seguito di una maledizione che la storia novecentesca ha scoperchiato e squadernato, capovolgendo ogni orientamento etico, rendendone inevitabile il ripensamento. Tribunale della mente si svolge proprio in questo disorientamento, costatando la rottura dell’alleanza dell’azione umana col mondo e, visto che di poesia e scrittura si tratta, meditando su un “verbo” che ha perso l’aderenza del contatto, la possibilità di nominare:

I

Nulla è segnato e un’alleanza si rompe

dove in principio era il verbo.

Rimetti al cielo i tuoi debiti

come l’invisibile li rimette a te.

- Questi testimoni a colmare bocche

di nessuna verità, un rito di toghe rinvii -.

Accetta questo disordine, luogo che non ha luogo,

da un punto decrepito qualcuno ascolterà.

II

Consegna tu il colpevole all’errore,

se il sonno qui ci divide le mani

e l’aria ha molte crepe,

libera questi nomi sulle pietre,

riporta esattamente i fatti

sillaba su sillaba, forma tu la ragione,

inconsapevole delle leggi che la negano.

(p. 9).

L’atmosfera del libro, occorre evidenziarlo, non è condensata in un rigore lucido e asettico, nessuna geometria progettuale ne conforma i lineamenti, bensì un respiro contenuto, il soffio del pensiero che è anelito a una nuova chiarezza: il desiderio di perforare la nebulosa del nichilismo, per cui è valido tutto e il contrario di tutto, in termini etici.

Lo stile di Benigni si fa interrogativo, l’intera prima sezione, Onere della prova, è costellata di punti di domanda, nella retorica della stessa che si apre alla reticenza di qualunque risposta, che è, appunto, il vuoto della nominazione. Atarassia d’infingimento messa in campo da chi ha digerito un codice, cioè la fissazione di una norma.

I

«Antigone, è vero quello che dicono? È vero?

Dove sono le prove?»

Non si trova la formula, non si trova,

per non avere commesso il fatto,

siamo comunque responsabili

in questo non luogo a procedere;

chi decide ha occhi bendati

e l’ombra di una mano chiede pietà.

«Chi torna indenne dall’orto degli ulivi?»

II

Cos’è questa verità che ci arriva

in piena fronte come un’accusa?

Osserva, nulla è difeso,

esci dal sonno di quest’acqua lentissima,

c’è una parola che schiude le crepe

e scava verso l’esterno; seguila

fino al volto bendato, dove

non è scritto ancora il verdetto

e clandestini chiedono il conto.

Non ha proroga questo termine,

vittime senza innocenza,

dentro un grande paradigma

tutto sarà riscattato.

(pp. 11-12).

Ma la reticenza stessa, l’impossibile risposta, coincidono in quel vuoto che si apre alla ri-creazione, attraverso cui sarà inevitabile rintracciare altre norme verso un nuovo «grande paradigma», appunto, in cui «tutto sarà riscattato».

L’insieme di regole, di codici, non ha altro modello se non lo scardinamento della norma. La giustizia deve riconoscersi fuori dalla giustizia, rischiando la sua fine, come in Dürrenmatt, la figura di Traps – personaggio sintomatico perché giudicato fuori dall’aula, sul palcoscenico della vita – sembra dimostrare: «Traps non era un delinquente, ma una vittima del nostro tempo, della nostra civiltà occidentale che, ahimè!, era venuta perdendo a poco a poco la fede […], il cristianesimo, i valori universali, ed era caduta nel caos: il singolo non aveva più una stella che lo guidasse, non si vedevano che disordine e abbrutimento, violenza e immoralità» (F. Dürrenmatt, La panne, Adelphi, Milano 2014, p. 78). Il singolo non ha una «stella» a guidarlo, la stella della cabala che, come in Nerval, non è che la poesia, cioè l’alfabeto che ne compone la struttura. Tutto il percorso di Benigni è ricerca di questo nuovo alfabeto, partendo dalla costrizione di chi deve testimoniare le ceneri del vecchio, cioè la tradizione (il titolo della precedente raccolta è indicativo in tal senso: Alfabeto di cenere). Così «Una lingua ammutolita si fa strada tra le parole» (come recita l’incipit del testo a p. 13), cercando nella sacralità (la maledizione) la sua origine.

Anche il rigore metrico è in funzione di una riformulazione (ri-forma) dei valori, cioè la ri-formazione del testo. In questa direzione, l’impatto linguistico, metrico e formale riflettono l’impronta territoriale d’appartenenza: la Lombardia non può essere slegata dalle ripercussioni riformistiche di radice calvinista e l’area bergamasca non è esclusa da un impianto culturale eticamente rigoroso e, in senso ancora etico, conservatore (in questo modo potremmo riconsiderare l’economia testuale di Tribunale della mente, la sua sobrietà spicciola, la ruvidità nell’utilizzo di pochi termini e semplici, nonché la linearità della sintassi, in direzione di un appianamento delle asperità, a volte affioranti nel dettato).

Tornerei, adesso, alla tensione “sacrale” del libro, all’evidenza, cioè, di un’ambivalenza che produce le Sententiae della seconda sezione. Il modo “sensibile” del dire che, dal singolo – dall’opinione individuale – si trasforma in “sentire” comune, in una parola, norma. Il percorso in direzione del senso, attraversando il pensiero, può comunicarsi solo “responsabilizzando” la parola:

Il giudice legge la sentenza: «Pena sospesa». Eppure nessuna udienza è tolta, nessun verbale è redatto. Il cancelliere ha una mano invisibile e trascrive immobile le nostre parole. Che cos’è la verità, giudice? Questa corteccia che brucia ancora. Il dolore è verità, tutto il resto è dubbio. La verità riposa nella calce, animale rapace. «Prima bugie, poi pressione, poi ancora bugie, ancora pressione, quindi il crollo, e alla fine la verità», sentenzia il pubblico ministero. È così che si arriva alla verità? La parola ora ci consegna all’evidenza.

(p. 21).

Il mondo dell’opinione, della sentenza, pur contribuendo al legame collettivo, va oltrepassato. Si manifesta, anche in questa sezione, la tensione del linguaggio a una “religiosità”, a un rinforzo del legame che superi la norma costituita, rifacendosi al perenne inesprimibile, cioè la saggezza reticente che non giudica ma si limita a testimoniare un fatto. Come ebbe modo di affermare Simone Weil: «Ogni spirito prigioniero del linguaggio è capace soltanto di opinioni. Ogni spirito divenuto capace di cogliere pensieri inesprimibili a causa della moltitudine di rapporti che vi si combinano, seppure più rigorosi e luminosi rispetto a quanto il linguaggio più preciso esprime, ogni spirito pervenuto a questo punto abita già nella verità» (S. Weil, La persona e il sacro, Adelphi, Milano 2012, p. 42), la verità cui anche Tribunale della mente aspira, così come, attraversando un altro passo de La persona e il sacro, ci è possibile intuire la necessità del rigore linguistico (quindi morale) che si fa tensione all’alterità: «Il linguaggio enuncia relazioni. Tuttavia ne enuncia poche, giacché si svolge nel tempo. Se è confuso, vago, poco rigoroso, privo di ordine, e se lo spirito che lo emette o lo ascolta possiede una debole capacità di tenere presente un pensiero, è vuoto o pressoché svuotato di ogni reale contenuto di relazioni. Se è perfettamente chiaro, preciso, rigoroso, ordinato; se si rivolge a uno spirito capace, una volta concepito un pensiero, di tenerlo presente mentre ne concepisce un altro, di tenere poi entrambi presenti mentre ne concepisce un terzo e così via; in tal caso il linguaggio può essere relativamente ricco di relazioni» (S. Weil, cit., p. 40).

Il linguaggio di Benigni è in cerca di relazioni, di ristabilire il contatto in un legame assiduo in cui la parola, aprendosi al suo vuoto (crepa e piega, concetti così cari al pensiero secondo novecentesco), riattiva la verità del mondo in tutta la sua “nientità”:

Nessuna colpa ricadrà sui figli, perché le parole come il tempo sono contate e la natura non sa attendere. Acqua che beve se stessa. Come placare questa sete? Non c’è altra misura, non c’è altro peso, più del corpo. Universo e niente. Dentro l’evidenza della materia non è persa ancora la possibilità di una crepa, geometria di una promessa. Ogni nome nasce da una legge che lentamente dice chi siamo, mentre una luce si estingue per tornare nel giudizio di ciò che è già stato.

(p. 31).

Se è corretta l’accennata conversione del libro in direzione relazionale, è spiegabile anche l’apparizione di Figure, nella terza sezione, ovvero degli attori della scena processuale. Si mostra, ancora in termini di neo-formazione, la finzione maneggiabile dal «tribunale all’interno dell’anima» (ancora Weil; cfr. la prossimità etimologica esistente tra anima e mente, la quale converge sul concetto di spirito. Il soffio del legame tanto potente perché imponderabile come, d’altronde, la sua possibile scomparsa).

Il giudice

Non c’è colpevolezza senza prova, qui

dove assoluzione e delitto hanno lo stesso movente.

Reato o peccato, siamo tutti parte. Comunque.

Tutto è già stato

e ci chiama,

mentre un giudice impone il suo nome.

Qualcuno completerà il nostro gesto.

Tempo senza voce che scrivi la sentenza,

nulla corregge nulla.

Un vizio di forma forse ci salverà.

(p. 38).

Abbiamo accennato, riferendoci alla prima sezione del libro, Onere della prova, all’esigenza interrogante di Benigni. Se la domanda è alle origini del percorso che ogni soggetto avvia, esponendosi al mondo, l’ultima sezione, Giustizia, ha toni iussivi, nel senso implicito della giunzione, del vincolo che il singolo richiede per legarsi all’alterità, in una relazione che tenti di colmare la crepa, evento che si verifica solo abbandonandosi a essa. Per questo, forse, pur non potendo «riparare/ una voce spezzata, ripristinare/ il bianco della domanda» (Scrivi la sentenza – giudice -, p. 65, vv. 6-8), occorre insistere su «Quel che rimane […] diviso», senza facili consolazioni, perché l’unica possibilità “comunitaria” risiede, come monito reciso, proprio in quel «nulla» che non «ha più riparo» (tutte le citazioni testuali sono in Quel che rimane è diviso, nulla ha più riparo, p. 66, v. 1).

A proposito della poesia di Franco Fortini, Mengaldo ebbe a dire: «Il senso tragico della storia – in cui l’ipotesi rivoluzionaria non nasce dall’ottimismo del progressista ma dalla contemplazione inorridita della negatività» (P. V. Mengaldo, introduzione a F. Fortini, Poesie scelte (1938-1973), Mondadori, Milano 1974). Chi tenti di avvicinarsi al mondo attraverso le parole, oggi, non può non confrontarsi con la negatività, cioè con il rischio che il mondo non sia accessibile attraverso la nominazione. Parte costituente la verità di un mondo giunto a maturazione solo dopo aver attraversato l’immane esperienza del dolore novecentesca, la negatività non è punto di arresto, ma, come lo stesso Fortini ci ricorda, «una fine che sia anche un principio» (F. Fortini, Extrema ratio. Note per un buon uso delle rovine, Garzanti, Milano 1990, cit. in B. Frabotta, Composita solvantur. Le ultime verità di un poeta, in «L’illuminista», n. 12, a. IV, settembre – dicembre 2004, pp. 75 – 108). Per giungere alla pienezza dell’esistere, è necessario affrontare il dolore, la concrezione momentanea degli elementi fino al rilascio della gioia:

La gioia avvenire

Potrebbe essere un fiume grandissimo

Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore

Una rabbia strappata uno stelo sbranato

Un urlo altissimo.

Ma anche una minuscola erba per i ritorni

Il crollo d’una pigna nella fiamma

Una mano che sfiora al passaggio

O l’indecisione fissando senza vedere.

Qualcosa comunque che non possiamo perdere

Anche se ogni altra cosa è perduta

E che perpetuamente celebreremo

Perché ogni cosa nasce da quella soltanto.

Ma prima di giungervi

Prima la miseria profonda come la lebbra

E le maledizioni imbrogliate e la vera morte.

Tu che credi dimenticare vanitoso

O mascherato di rivoluzione

La scuola della gioia è piena di pianto e sangue

Ma anche di eternità

E dalle bocche sparite dei santi

Come le siepi del marzo brillano le verità.

(F. Fortini, in Foglio di via e altri versi, Einaudi, Torino 1946).

Anche dalla scomparsa, dalla negatività, la verità, dunque, è questo il messaggio che le nuove generazioni accolgono e che Tribunale della mente rilancia, tendendo a una parola che si elevi alla seconda potenza, che superi in modo maturo l’illusione d’innocenza del nominare, portando sempre su di sé il fardello della falsificazione, sempre pressante, del dato (cfr. ancora il titolo della terza sezione, Figure appunto):

Nessuna verità è interamente verità

se ogni colpa custodisce il segreto di un giudizio

e non c’è redenzione fuori dall’attesa,

rinuncia alla regola della certezza

una parete bianca riconoscerà i nostri volti,

intanto

voce contro voce, la materia della parola

è la sola forza che abbiamo,

nel sonno che sorveglia,

il bene di non essere innocenti.

(p. 79).

Proprio in quel «bene di non essere innocenti», abbiamo visto, abita tutta la potenzialità dell’esistere, con i suoi timori e tremori, poiché continuando a sostare nella vecchia «Legge, esclusi da ogni benedizione, […] avvolti nella maledizione» (G. Calvino, Istituzione della religione cristiana, Mondadori, Milano 2009, p. 958), affermando passivamente l’alleanza col mondo, non giungeremo mai al legame ulteriore offertoci dalla capacità del mondo stesso di ritrarsi davanti alle nostre parole, alla crepa, allo «scisma» che può, in ogni momento, frantumare la fede, la comunità.

Leggi nella cenere,

nessun filo qui garantisce il ritorno

e dal freddo innocenti chiamano a salvarli –

Lingue affilate assolvono lo scempio, scavano nel buio

mentre il buio ingrossa dentro le parole –

Non giurare sul silenzio, non giurare, nulla ti è estraneo,

quello che cede ti appartiene, è tuo

nelle vene, giudicati da uno scisma.

(p. 80).

Tribunale della mente si richiude sulla separazione, dopo essersi interrogato sulla plausibilità del silenzio. Eppure le parole («la materia della parola») mantengono fede al patto della relazione e se, «voce contro voce», resistono alla tentazione del silenzio, tentano a loro volta di innalzarsi, se non per cantare il mondo, almeno per ri-nominarlo: «Maledetto chi non mantiene in vigore le parole di questa legge, per metterla in pratica!» (Deuteronomio, XXVII, 26).

(Luglio 2014)

Gianluca D’Andrea

 

Aug 142014
 

Massimo Raffaeli

 

È difficile per un poeta lirico mantenere il tono e il timbro della propria voce nel momento in cui recepisce, dall’esterno, una pluralità di altre voci, è difficile mantenere la cadenza di una partitura metrica quando in tale polifonia esplode l’acustica dell’affollamento, negli spazi aperti ovvero in quelli costipati e reclusi: è difficile ma non è impossibile, come adesso testimonia un libro poetico di Renata Morresi, Bagnanti (Giulio Perrone editore, postfazione di Adelelmo Ruggieri, pp. 79, euro 12), scandito in quattro poemetti che alludono tanto ai luoghi come ai cosiddetti non-luoghi della Polis postmoderna. Morresi è marchigiana, docente di letteratura angloamericana, firmataria finora di un unico libro poetico, Cuore comune, uscito nel 2010 da peQuod, che l’aveva segnalata sia per la voce sempre netta, e a tratti percussiva, sia per la sicurezza con cui alludeva allo stato di cosiddetta normalità che oggi corrisponde, dentro e fuori dagli individui, all’inferno dominante. Continue reading »

Aug 082014
 

Manuel Cohen

Se si considerano le antologie degli ultimi decenni, comprese quelle più serie o esposte a recenti tentativi canonizzanti (Testa, 2005; Piccini, 2005) o quelle di establishment (Cucchi, Giovanardi, 1996; ed.ac. 2004) si scopre con non poco stupore che una delle voci più originali (viene da dire: irriducibili) della poesia nostrana ne sia rimasta fuori. La cosa pone qualche interrogativo e più di un dubbio su come le crestomazie siano state curate, in base a quali criteri, a quali logiche, a quale gusto; perché è lecito chiedersi come mai le vengano talvolta preferite voci palesemente più modeste, o comunque di pari dignità, quali Cavalli, Copioli, Frabotta, Lamarque, Merini, Spaziani. Certo è che dal suo tellurico, mercuriale, babelico esordio con Sciarra amara (Guanda, 1977), la nostra autrice ha continuato, dritta per la tangente, a marcare un solco di originalità e arguzia, tenendosi bellamente sopra le righe, al di fuori da orbite o linee (innamorate, orfiche, araldiche, minimaliste, neometriciste, materialiste), elaborando una lingua unica, di sostanziale diversità,  attraversata com’è in lungo e in largo da recursività, periodicità e ritorni sonori, riprese e allitterazioni, tra arcaismi, idiotismi, hapax e neologismi, innestata a continui esercizi di surrealtà e corporalità, di deformazione espressionista, mescidando scrittura in versi a teatro di parola, prosaicizzando aulicismi in lingua dell’oralità. Turbativa d’incanto, è il nuovo libro di Jolanda Insana (1937), impareggiabile traduttrice di Saffo (1985), con cui la poeta festeggia con effetti speciali tra Barlumi di storia il settantacinquesimo genetliaco ed il ponderoso traguardo di 14 libri di versi. Festeggia, a suo modo, con Versi guerrieri e amorosi, parafrasando un altro titolo di Raboni, suo grande mallevadore. Continue reading »

Aug 012014
 

Elena Frontaloni

La realtà che puntualmente nega il proprio abbraccio nel quotidiano è Roma, la città in Voce fuori coro amata e torturata dal moderno; la realtà che puntualmente nega il proprio abbraccio nel passato, e un compimento nel presente (non vi si ritorna, quando vi si ritorna si rimane delusi), è Treia. Così Dolores Prato trasforma la scrittura in una sorta di vendetta sul destino, un modo per guardar meglio, da una prospettiva per così dire contemporanea a se stessa, e con più profondità, tanto il mito storiografico su Roma quanto il mito della memoria costruito su Treia: il collegio diventa ricettacolo di corpi malati e vogliosi di sesso omosessuale delle monache fin dagli anni Cinquanta; già a questa altezza, la spettrale  “casa del mistero” che tanta parte avrà nelle pagine di Giù la piazza è una prigione dove sarebbe impossibile vivere e tornare a vivere; negli anni Settanta (27 ottobre 1974) si registra un lungo sogno dove appare Eugenia Valentini, ambientato in una “Treja dove manco dall’infanzia” e che nega ancora una volta il ritrovamento della tomba dei Ciaramponi, della famiglia d’origine degli zii. L’entrata al cimitero di Treia si trasforma così in una faticosa scalata a una parete (“quell’ascesa la sentivo come una vittoria della vita sul mio destino”) e poi in una corsa libera, quasi un volo per il cimitero, dove si trova una lapide che assomiglia a quella dei Ciaramponi ma non riusciamo a capire se lo è o meno, al pari dell’io che sogna: come a dire che il mondo nuovo costruito nei sogni consente una rivincita sui luoghi, consente di superarne la mitologia incantata dell’infanzia, cioè permette di guardarli meglio, ma solo per confermare l’impossibilità di ripescare compiutamente le radici, il filo della propria esistenza. Continue reading »

Jul 262014
 

Elena Frontaloni

Parto da Nabokov, dalle Lezioni di letteratura: “Non dimentichiamo che l’opera d’arte è sempre la creazione di un mondo nuovo”; e ancora: “l’arte dello scrivere è un’attività assai futile se non comporta anzitutto l’arte di vedere il mondo come potenzialità narrativa”. Il problema individuato da Nabokov era se ci si potesse aspettare o no, da un romanzo, e in generale dall’opera di un vero autore, informazioni affidabili su un luogo o un periodo storico, e la risposta era sostanzialmente negativa, o almeno negativa in prima battuta: da buoni lettori, infatti, occorrerebbe anzitutto osservare da vicino questo nuovo mondo creato dal grande autore, se lo ha creato, poi chinarvisi sopra, vederne la miracolosa unità sotto le metamorfosi, le ricostruzioni, le effrazioni e rifrazioni derivate dall’atto del narrare. Solo dopo, dice Nabokov, sarebbe il caso andare ad analizzare i legami con altri mondi e settori della conoscenza.

Mi sembra un approccio adeguato ai testi di Dolores Prato: pochi autori, infatti, hanno voluto vedere più di lei il mondo, e la propria vicenda nel mondo, come autentica “potenzialità narrativa”; pochi hanno preso tanto sul serio il dato di realtà col solo scopo di eluderlo continuamente, sprofondare nella descrizione dettagliata di oggetti, paesaggi, episodi esistenziali per farne perdere le tracce, e quindi ricreare un mondo nuovo, con pochi punti di riferimento certi al di là delle decisioni imperiose della narrazione, queste ultime versate sempre dentro opere che potremmo definire “aperte”. Continue reading »

Jul 192014
 

 

Manuel Cohen 

Nel Novecento è accaduto frequentemente che gli esordi in volume abbiano coinciso con l’avvento dell’età matura degli autori: così è stato, ad esempio, per Lello Baldini, per Franco Scataglini e per Giampiero Neri e Franco Loi, per citarne alcuni tra i più notevoli, con opere prime che per quiddità di stile si rivelano compiute e mature.  Mario Bertasa, nato nel 1967, giunge al primo, interessante libro dopo un lungo apprentissage attestato da apparizioni su riviste cartacee e nel web: anche per questo, forse, più che di un esordio, si potrebbe dire di una conferma o accasamento del precipitato cartaceo di Tiro con l’arco nella interessante collana diretta da Valentino Ronchi. Ma accasarsi dove? In quale lingua? Secondo quale procedimento? Il suo accasarsi porta in sè i germi e gli stigmi della riscrittura continua, dello straniamento e della deterritorializzazione semantica e culturale, una istanza di ricerca mai appagata che valica il gioco linguistico, tra hapax e neologismi (compufonini, tacinotturno, autunnatico, grettitudini), allitterante e assillabante, che ingenera spesso ironie e bisticci verbali e de-verbali: «uno strappo negli stracci dei sensi stressati», o nel climax amplificato dall’allitterazione: « la città e il fumo/ che esala, che esalta/ che esulta nella bella luce delle alogene/ rovesciata sull’asfalto divelto». Un processo di espansione linguistica e di ‘dislocazione’ fonica e semantica della parola (e per interposta voce, dell’io repertuale, inquietamente illirico) che avviene per contrasto, per iperbole o per paradosso a forte valenza aforismatica: «espandersi provoca ristrettezze»; o si pensi alla venatura sarcastica «Mi peso spesso/ ma non ingrasso (sono 2 quinari assonanti)» che accompagna la rilettura di testi (uno su tutti: Montale) o la rivisitazione dei topos e motivi di tradizione letteraria e l’annesso frasario e vocabolario più trito: «qui/ centellinare il miele del mattino / raccogliere conchiglie /stare sulla panchina di una stazione / versi gesti omaggi faremo un Gran Finale al poetese unto e bisunto al più / scapicollato versificare occasionale pulsionale sciamannato» .  Continue reading »

Jul 122014
 

 Nadia Agustoni

Se la parola catastrofi, rigorosamente al plurale, ha per chi è relativamente giovane, sempre evocato epoche passate, ormai da non pochi anni la si associa al presente. La realtà delle medie catastrofi ci sta addosso, ma si dà il caso che nascondano qualcosa di ben peggiore o di maggiore, come le guerre e il venire meno dell’umano.

Rosaria Lo Russo ci dà con Crolli pagine che scavalcano le macerie e parole che danno fiato a una speranza sotterranea, quasi dicendo al lettore che noi siamo oltre le disfatte, più resistenti del nostro nudo resistere agli eventi nefasti, perché in noi bruciano le immagini di un mondo che brucia, ma altre immagini si ricreano, come se ognuno portato dallo sguardo fino alle porte di Tannhauser, non pensasse di morirne ma a rifondere ogni cosa vista e cercarvi quel significato che l’autrice ci restituisce nei gesti minimi del vivere. Continue reading »

Jul 052014
 

Tommaso Di Dio

Il primo libro di Franca Mancinelli (Mala Kruna, Manni, 2007) si concludeva con questi due versi: “entrare con i piedi su una terra \ morbida e pestata molte volte”. Il piccolo romanzo di formazione trovava il proprio primo approdo sulla consapevolezza che la terra su cui si anima la nostra parola e i nostri gesti non è un supporto ideologico, granitico, immobile; ma una sostanza viva, organica e morbida come la carne di cui siamo fatti, lavorata e sostanziata da un lavoro comune e collettivo che, se ci schiaccia e ci offende, sa rivelare, nella propria malleabilità, la nostra condizione umana più profonda. A distanza di sei anni, il nuovo libro della autrice di Fano riprende e amplia e porta al centro questa intuizione fondamentale. Pasta madre (Nino Aragno, 2013), fin dal titolo, intende mettere al centro quella sostanza indifferenziata e lavorabile, vergine eppure sempre gravida, di cui ogni nostra azione e ogni nostra espressione non è che una forma, un passaggio, un’ipotesi: una protrusione. Incominciare la lettura di questa opera richiede che ci si immerga dentro una dimensione che precede la veglia e precede il raziocinante valutare e porre in giudizio le cose del mondo; il lettore, pur tenendo desta la percezione attiva, è obbligato a concedersi la possibilità di trovare, al fondo della propria intelligenza logica, la forza di torcersi e inchinarsi fino all’esperienza limitare del trapasso di ogni cosa in ogni cosa. Qui, l’umano (e il soggetto lirico con lui) è solo un transito variabile, una traiettoria fra le traiettorie; fra le quali uomo cosa animale perdono i propri caratteri fissi e sovrani e ogni condizione apre all’altra la possibilità di una metamorfosi continua: “cucchiaio nel sonno, il corpo\ raccoglie la notte. Si alzano sciami\ sepolti nel petto, stendono\ ali”. Continue reading »

Jun 302014
 
Paolo Zublena

P.Zublena_ Postfazione a QUASI TUTTI (di M.Giovenale) by Punto critico

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Jun 092014
 

Eugenio Lucrezi

Poesia come genere letterario autonomo, definito dall’utilizzo del verso e del pensiero analogico? Oppure poesia come linea avanzata, élite, corpo scelto nell’esercito delle arti scrittorie, punta di diamante in grado di frantumare le inerzie della lingua d’uso per pura forza di figura, per insistenza del battito, per sperdimento del senso comune? Né l’una né l’altra, ci dice Andrea Inglese, autore italiano che vive in Francia, con questo libro edito in una collana intitolata “La punta della lingua” e diretta da Luigi Socci, che esce in compagnia di un CD del disegnatore di suoni Stefano Delle Monache e delle linee e dei colori della illustratrice Marina Delle Monache. Il libro è diviso in due parti: la prima, che dà il titolo al volume, è un romanzo epistolare ad una sola voce, incidentalmente scritto in versi; la seconda è un lemmario ristretto (elenca infatti soltanto quindici voci) presentato in apparenza di prosa. Le circostanze della frase (è questo il titolo della sezione) sono delle frasi di  circostanza capovolte, e prima ancora le Lettere, indirizzata come sono ad un’entità astratta quale la reinserzione, rappresentano anch’esse una capriola rispetto alle corrispondenza cui siamo abituati, che tradizionalmente sono o commerciali o di affetti, tanto più che la reinserzione (la quale, se mai queste lettere le riceve, le riceve mutamente, impassibilmente e impietosamente; da vera carogna, insomma; sempre, beninteso, che le riceva), la reinserzione cui le missive sono dirette non è la stessa cosa del pur non poco drammatico, problematico e ansiogeno reinserimento in una qualche, se pur vagamente e forse beffardamente definita culturale, attività lavorativa, facendo pensare invece, più che a una raccomandata con avviso di ricevimento o a una email certificata, ad un intervento chirurgico sull’apparato muscolo-tendineo: come se la disperazione dell’attendente, abbandonati una volta per sempre i batticuore romantici di uno Jacopo Ortis, dimenticate le ricevute di ritorno, affidasse alle parti più sorde del proprio corpo i cupi contraccolpi d’inesistenza dell’entità cui lo scrivente si rivolge, cadenzati soltanto, nella desolazione astratta del resoconto, dalla scorata conta dei giorni e dall’accendersi di semplici visioni appena delineate: «un giorno, dopo averti scritto, mi è capitato di vedere una croce. // Erano frasi stampate su di un manifesto, / proprio contro una porta, / una scritta orizzontale lunga, noiosa, /e una serie di segni verticali, di un altro colore, / insensati. // “Ecco la croce” mi sono detto. / “proprio contro una porta.”».
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May 052014
 
Gianluca D’Andrea

Ancora non era morto.

Ma già aveva accesa in mente

la cecità del veggente

G. Caproni

 

I 19 testi di quest’unico poemetto che è I camminatori valgono innanzitutto come risposta audace in termini di possibilità tecniche della parola poetica in tempi di ibridazione prosaica e mescolanza dei generi. Le scelte di Italo Testa, infatti, sembrano convertire le «impurità» dell’anti-stile di marca tardo-novecentesca (questo è uno dei motivi che permettono, in epigrafe, l’inserimento di alcuni versi del Caproni postumo) in una nuova ricerca di funzione per quelle accortezze retoriche (e quindi stilistiche), riconducibili soprattutto all’aspetto ritmico e sonoro. Per questo, pur sapendo di correre un bel rischio, mi accingo a definire l’ultimo lavoro di Testa come un’operazione neo-melica, perché riesce a riconsiderare l’elemento primigenio del linguaggio, il canto, alla base dell’espressione poetica. Certo, la musica de I camminatori è litanica, sia in senso stretto, religioso (e l’ultimo componimento della raccolta, agendo da monito per il lettore, sembra confermarlo, ma lo vedremo in seguito), agendo da invocazione all’attenzione per le presenze fantasmatiche, senza nome e tratti, di questi attori urbani – eppure così concreti, infatti «abbattono/ le protezioni/ scavalcano/ i cancelli le reti/ e entrano/ dentro i cantieri» (p. 28, vv. 8-13) –, sia in senso figurato: la serie di componimenti tratta ininterrottamente di questi camminatori, cantandone ipnoticamente le gesta (il movimento ipnotico, realizzato attraverso l’utilizzo delle sdrucciole e del ritmo ternario, è stato ottimamente compreso da Paolo Maccari nella nota finale), i gesti, di questi piccoli eroi in nuce, e per questo ancora indefiniti, che si stagliano dal niente, dalla più grigia e comune dis-identificazione. Continue reading »

Apr 272014
 

Italo Testa

“Evidentemente”, scriveva Roberto Bolaño, “la storia, una volta rimontata, diventa qualcos’altro”. Sottoponendo a un procedimento di montaggio e rimontaggio una serie di appunti, frammenti testuali, micronarrazioni, versi – a volte prelevati da organismi testuali precedenti e trapiantati nel nuovo tessuto verbale – Valerio Magrelli ci offre con Geologia di un padre un originale saggio di “storia scomposta”, ove le schegge della biografia paterna, sezionate e ricomposte con cura amorevole ma allarmata, si riaggregano in forme instabile e metamorfica. Accostati come tessere musive, i lacerti della vita del padre sono dapprima attratti dall’autopsi nevrotica del figlio, trasformandosi in altrettanti capitoli di un’autobiografia sui generis. Ma questa tensione anamnestica conduce i materiali biografici a un grado d’incandescenza tale da eccedere la vicenda personale, lasciando affiorare, per scorci potenti, strati profondi, colate laviche che affondano non solo nella storia collettiva recente – come quando, negli esercizi ginnici del padre, il figlio riconosce l’eredità involontaria delle posture corporee e delle retoriche del Ventennio – ma anche nell’antropologia e nella pre-istoria psichica. Rievocando scene d’infanzia, segnate dalla predisposizione all’ira e alla noia mercuriale del padre, seguendo l’evoluzione della sua malattia senile – l’opera di decostruzione del morbo di Parkinson –, Magrelli decifra nella memoria del genitore le traiettorie ek-statiche del tempo, quel diventar altro, uscire da sé, che è proprio del divenire, degli esseri soggetti a Cronos. Continue reading »

Apr 052014
 

Alessandra Cava

Cosa portano con sé queste Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, poesie-missive che Andrea Inglese raccoglie sotto un titolo un po’ sinistro, eppure così evidente, quasi ridicolo nella sua familiarità straniata? Una lettera è la traccia di una presenza mobile, che si progetta verso il destinatario desiderato, ma qui la voce del mittente, le «lettere che la sostengono, e portano / avanti nello spazio», restano nel movimento del messaggio, nel tentativo di raggiungere un lettore inorganico e silenzioso, senza «voce / corde vocali / trachea / polmoni / aria dentro o fuori / da far vibrare». I pensieri del Disoccupato, nella necessità di lanciarsi verso qualcuno (o qualcosa), diventano deliri di salvezza globale («con quelle risorse io sarei calmo / saprei addirittura rendere il mondo / migliore»), deviano in tormentoni sul controllo delle proprie relazioni sociali («sempre più implose in perfetto / precipitoso ottimizzarsi»), mentre seguono il filo dell’ossessione per un succedersi di «guarigioni», necessarie quanto sgradite, conservando il sospetto di essere «nonostante le quasi irrecusabili evidenze, / meno vivi». Continue reading »