ott 012013
 

Andrea Cortellessa

In copertina – così discreta da poter passare per un logo astratto – c’è un’immagine che vale invece, per il libro, come un’impresa perfetta. Una caffettiera rossa, dipinta col sussiego anodino di Magritte, che ha però manico e beccuccio dallo stesso lato.

La Caffettiera per masochisti fa parte degli Oggetti introvabili dell’artista francese Jacques Carelman: oggetti non solo antifunzionali ma deliziosamente persecutorî (una clessidra a ciottoli che non passano per il suo collo; un martello ricurvo su se stesso; una poltrona fatta di tubi di termosifone; una sedia a dondolo che dondola da destra a sinistra – eccetera).

Così è la scrittura di Luigi Socci, quarantasettenne marchigiano: masochista perché nel rovesciare il fiotto bruciante dell’esistere, ben lungi dal liberarsene, se lo versa ogni volta addosso. La prima volta che lessi suoi versi (poi apparsi, nel 2004, anche sull’Ottavo quaderno di poesia contemporanea curato da Franco Buffoni, con presentazione di Aldo Nove) fu addirittura sedici anni fa: e che solo ora venga alla luce l’opera prima la dice lunga, circa il Socci, tanto nell’antifunzionalità quanto nell’(auto)persecuzione.

Recavano lo stesso titolo di adesso, Il rovescio del dolore, ma il Socci non mi pareva aver ancora elaborato, allora, quel sorriso tirato, raggelato, che fa oggi di lui (tra l’altro) uno dei più efficaci performer in assoluto: a giorno la radice gaddiana del dolore, unico strumento di cognizione di sé e del mondo, non ancora la capacità di rovesciarlo, quel dolore, nel suo (apparente) contrario: quel «comico assoluto» baudelairiano che, ha ragione Massimo Raffaeli, è la sua cifra quietamente tragica.

E che in ambito italiano non può che far pensare a Palazzeschi. Su «Lacerba» si leggeva: «Schivare il dolore, fermarsi inorriditi alle sue soglie, è da vili. […] Entrarci e risolutamente andare […], è eroismo grande. Uscirne carbonizzato e guarito, con questo superbo fiore all’occhiello e un garbato sorriso sulle labbra. Sublime filtro: ironia».

Oggi quell’ironia, riposata nelle sezioni del libro come su tavole d’obitorio, fa l’effetto di una «bic […] lamarasoio» che squarcia ogni luogo comune sentimentale: al padre morto, topico oggi quanto mai, ci si rivolge così: «Non ho il tuo naso e te ne sono grato». Una scrittura insieme tutta nervi («Saldi, i nervi, di fine stagione») e minuziosamente esatta («Per scriverci in corsivo / finita la matita / la morte entra nel vivo / si tempera le dita»), fin quasi al minimalismo terminale della mirlitonnade beckettiana («Chiuso nel mio cunicolo. // Munito di binocolo. // Non cerco l’ironia, trovo il ridicolo»).

Ricorrono come controfigure – più dei clown della topica starobinskiana – i maghi da strapazzo, i prestidigitatori da tre carte o quelle figure incongruamente patetiche che sono i loro assistenti pescati dal pubblico («Ti ho amato da una sedia / in bilico, precario su uno zampo, / risvegliandomi al tre / io non in me»). Una poesia del tutto soggettiva ma, insieme, perfettamente impersonale; una poesia che «non odora di chiuso / e poi / non si fa i fatti miei»: una poesia, dunque, squisitamente teatrale. Che parla «in maschera» e, conia anzi il Socci, quel che ha da dire lo «vice dice».

Si ride a denti stretti, come di una freddura: ma questo gelo, il freddo da palcoche intitola una sezione, viene da una scena crudele dove le cose tremende che appaiono, in effetti, si producono davvero («è un tipo di teatro / che va oltre il suo orario»): come l’«effetto speciale reale» della morte della terrorista cecena, gasata al Teatro na Dubrovka dalle forze d’assalto di Putin ma che in una foto famosa pare solo addormentata al suo «posto 12 fila C»: «il teatro russo degli anni zero / è vero».

Perché poi dietro alla maschera della vita il dolore che si finge, come sapeva Pessoa, è quello che davvero si sente. O, come sigla il Socci: «Carne professionale / siamo del carnevale / del finto farsi male la ferita / che maschera la piaga». Applausi.

Andrea Cortellessa

[Dal “alfabeta2”, n. 32, e in http://www.alfabeta2.it/2013/09/17/il-rovescio-del-dolore/]

  One Response to “Recensione a Luigi Socci, “Il rovescio del dolore” (Pequod, 2013)”

  1. […] I testi sono tratti da Luigi Socci,  Il rovescio del dolore, uscito in questi giorni per la collana La Punta della Lingua, presso i tipi di Italic pequod, Ancona, 2013. Una bella recensione al libro è qui. […]

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