mag 092013
 

voided_Marco Giovenale

A mio avviso, nell’idea di glitch, ovvero di improvviso malfunzionamento, o disturbo, si raccolgono o non è insensato raccogliere – in letteratura e in arte – fenomeni singoli, separati e diversi ma non estranei l’uno all’altro, e da leggere e osservare complessivamente orientati in direzione di una particolare produzione di senso o, come direbbe Emilio Garroni, senso-non-senso. Intenderei cioè gli ambiti dell’asemic writing (= scrittura asemantica), dei video astratti (o: musica e video precisamente glitch, disturbati… e suoni lobit = a bassa qualità di produzione e riproduzione), e di alcune nuove scritture di ricerca – tra cui lo stesso flarf.

Se prendiamo l’alterazione e il malfunzionamento, la parziale non transitività, come possibili elementi unificanti, il filo comune risulta, per le aree appena nominate, evidente. Non chiede altra spiegazione che un semplice elenco.

Sono omogenei, affini, il disturbo della ricezione, un più o meno marcato ostacolo alla decodifica, l’assente o imprecisa traduzione, il fuori luogo, l’errore voluto, l’alterazione occasionale o sistematica, la ricerca intenzionale (nella sought poetry) di elementi in attrito, l’assemblaggio e riuso disturbato di fonti a loro volta magari già corrotte, e così la disposizione in sintagma ri(dis)ordinato di fenomeni in partenza già eterogenei e scomposti, l’accumulo ossessivo compulsivo che però si rastrema e riduce improvvisamente, il vuoto comunicativo (che non è vuoto di senso), la frattura che è insieme sutura.

Se si volesse aggiungere una nota sul quid di politicità che alterazione disturbo e malfunzionamento possono non vantare ma implicare o almeno suggerire, si potrebbe far cenno a (o addirittura far teoria di) una sorta di luddismo rivolto a software e hardware della società dello spettacolo e del mercato globale. Ma – meglio – si dirà che queste forme d’arte o interrogazione del senso sono semmai il punto e crocevia d’incontro non assertivo (non ‘frontalmente’ politico, nei codici; ma biograficamente politico, nelle prassi di condivisione di alcuni artisti) di identità diverse non necessariamente interessate a ‘insegnare’ o ‘mostrare’ percorsi politici. (Semmai a incarnarli).

Quali le differenze rispetto al testo modernista in genere, e a quello clus in particolare?

Il testo modernista complesso, perfino ermetico (arretrando), plurilinguistico, sintatticamente franto, surreale, onirico, nonsensical, dada, spiazzante, laborintico, frammentario (eliotiano), assurdo (Beckett, Kafka), tragico (Rosselli, Mesa), materialistico-oracolare (Villa) condivide con i glitch delle nuove scritture alcuni caratteri di straniamento, sorpresa, imprevedibilità, negazione, buio.

L’opera modernista è tuttavia infine coesa, costruzione architettonicamente solida (ed è libro: volume), esibisce coerenze. Sta usando l’alterazione, il guasto, per produrre un’opera, appunto. E una necessità. (Oppone quindi un’ecologia alla semiosfera che il tardo capitalismo manifesta tanto nel livellamento linguistico quanto nelle superfetazioni burocratiche o nel kitsch). In altre occasioni, il testo modernista sta reincorniciando un frammento staccato – aleatorio – che appunto in quanto incorniciato fa opera.

Le nuove occorrenze di senso-non-senso che vediamo invece in atto negli anni recenti, siano grafiche (asemic writing) visive o musicali (lobit) o verbali (direi di nuovo e sinteticamente glitch, in alcuni casi), hanno l’opera spesso solo come soluzione di ripiego. O non diventano/inventano mai un’opera, nell’accezione detta: sono forse solo arcipelaghi di microstrutture, video da un minuto, dichiarazioni isolate, post, gif virali, foto in jpg su flickr, tumblr, stringhe spezzate di testo. Vivono per altro quasi sempre e quasi soltanto in rete, o ‘live’, nei festival, negli incontri (ampi o ristretti che siano). (Figli tutto sommato legittimi di una dépense da ciclostile che vanta oltre mezzo secolo di vita).

Anche “in un secondo momento”, le occasioni in cui si dissemina (piuttosto che ‘dispiegarsi’) il senso di questi processi sono, così, non necessariamente da circoscrivere alla forma libro: collab works (opere collettive o perfino anonime: pensiamo anche alle insistenze di alcuni writers sui muri delle città); interi archivi di pdf, mp3, file .avi, liberamente scaricabili o fruibili in streaming; videoconcerti, festival e incontri a metà fra il rave e la scena teatrale (penso a occasioni come http://gli.tc/h/); attraversamenti di tratti di tempo conviviali informali, di condivisione di testi e contesti (garage, piccoli centri culturali, incontri non ‘organizzati’, passeggiate).

La situazione configurata dalla realtà di migliaia e decine di migliaia di siti, spazi, autori, ebook, libri, riviste, festival, blog, incontri, incroci, collaborazioni, fogli volanti, pessime fotocopie, centri culturali, case occupate, riunioni via skype, è tale da mettere seriamente in crisi ogni ipotesi di storiografia accurata, e certo cancellare ogni idea di mappa. In sintonia con la difficoltà di chiudere le nuove testualità in una teoria critica, e in linee facilmente designabili e disegnabili, tanto le nuove scritture e anti-opere quanto le occasioni e i contesti della loro condivisione (che non è senz’altro “=distribuzione”, non è “=diffusione”) non si prestano a inquadramenti da parte della critica, se per critica intendiamo solo una ‘critica degli stili’, delle forme.

Se la critica letteraria – specie italiana – è in ritardo di trent’anni rispetto alle sperimentazioni in altre lingue, non recupererà mai l’ulteriore gap rispetto a quanto si fa oggi, o da pochi anni, in queste particolari aree di ‘non transitività’. È forse impossibile, anche strutturalmente. (Perché il contesto che va evolvendo in questi anni passa per altri canali, coinvolge altre sensibilità; che possono essere e di fatto sono anche non interessate minimamente alle dimensioni della storiografia e della critica – diciamo – ‘stilistica’). La critica, con un immenso e ragionato ri-regolamento di tutti i suoi sesti sensi, può (se vuole) solo imparare un nuovo linguaggio, e una nuova umiltà di ascolto: mutando quasi interamente il proprio strumentario, per mettersi in grado di capire e registrare e analizzare questi fenomeni.

Ultima annotazione, sui canali distributivi.

Uno dei rami del robusto albero della crisi economica sociale culturale di questi anni è la crisi della ‘grande’ distribuzione delle merci. Al suo interno, è quanto mai evidente la crisi della distribuzione del libro.

Ebbene. Un chiodo che è puerile tentare di ficcare nella testa di molti (italiani, in ispecie) è il seguente:

la (o: l’idea di) distribuzione non appare solo fallimentare e falsamente democratica; rischia di essere spesso anche dannosa.

Una percentuale altissima di artisti contemporanei afferma chiaramente, semmai, questo: la ‘distribuzione’ (generalista) non è nei nostri piani.

Al contrario, come già detto, la condivisione è, anche politicamente e per milioni di persone, non una soluzione ma già il contesto e la vera e propria salvezza … della razza umana – addirittura – da millenni (condivisione di tecniche, di mezzi, di luoghi, di strumenti, di risultati, perfino di opere). (In agricoltura: lo scambio delle sementi, l’esatto opposto del tentativo di brevettarne mutazioni dannose..).

Il problema della condivisione, dal punto di vista degli intellettuali, è che tende a eludere o proprio non considerare prevedere formare avere soggetti forti. Se la distribuzione ha logicamente un distributore (che seleziona) e un prodotto distribuito (che vince su altri prodotti), la condivisione assume un carattere non utopicamente orizzontale (piatto) ma effettivamente reticolare. Fondato su rapporti (di fiducia, di scambio, di stima reciproca, di verifica tanto etica che estetica).

Senza certo essere né vendersi come ‘perfetta’, non si basa comunque su eccellenze, gestori unici, autorità-vertici, ma su linee di pensiero e cose messe in comune e ‘collaudate’ collettivamente, attraverso microcomunità. Queste ultime fanno la storia perché fanno la propria storia (e in seconda battuta, giocoforza, quella collettiva, dato che sempre più la storia collettiva, generale, ‘macro’, è formata da gruppi di questo tipo, e non da aree o soggetti presunti forti selezionati da altri soggetti sedicenti forti, che scolpiscono un marmo in una sola lingua).

 

* 4 link:

http://slowforward.wordpress.com/2012/09/03/replica-_-glitch-un-breve-sommario/
[aggiornato]

http://slowforward.wordpress.com/2012/08/10/texts-glitch-2/
[simile ma non identico al precedente: e anch’esso aggiornato]

http://poeticinvention.blogspot.it/2012/07/the-material-glitch-technoscience-gone.html

http://slowforward.wordpress.com/2012/08/10/the-art-of-glitch-off-book-pbs/

 

M4rc0 G10v3nal3

[ una versione più compatta, e ridotta/sintetica, di questo articolo
è uscita ne «l’immaginazione» n. 273, gen.-feb. 2013, p. 35,
nell’ambito della rubrica gammmatica ]
http://slowforward.wordpress.com/2013/04/05/glitch-alterazioni-disfunzioni/

  7 Responses to “Glitch, alterazioni, disfunzioni (e addenda ‘politici’)”

  1. […] articolo su “l’immaginazione” n. 273 e ora su Punto critico: http://puntocritico.eu/?p=5360 […]

  2. […] alla scrittura concettuale [cfr. anche l'antologia su UbuWeb], al flarf, alle poetiche glitch (o simili), alla scrittura asemantica, e – non diversamente – sbagliano a Parigi quelli di Double […]

  3. […] l’articolo sul glitch, oltre ai link qui raccolti, e l’articolo sulla scrittura asemantica comparso su Punto […]

  4. […] l’articolo sul glitch, oltre ai link qui raccolti, e l’articolo sulla scrittura asemantica comparso su Punto critico il […]

  5. […] alla scrittura concettuale [cfr. anche l'antologia su UbuWeb], al flarf, alle poetiche glitch (o simili), alla scrittura asemantica, e infine – non diversamente – cadono & sbagliano a Parigi […]

  6. […] alla scrittura concettuale [cfr. anche l'antologia su UbuWeb], al flarf, alle poetiche glitch (o simili), alla scrittura asemantica, e infine – non diversamente – cadono & sbagliano a Parigi […]

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