Renata Morresi
Che la poesia di Luigi Socci sia tutta animata da una sferzante ironia e da uno scherno addolorato è stato detto in altre sedi e da voci ben autorevoli. Come pure saranno noti ai lettori più attenti alla scena poetica contemporanea l’eleganza performativa di questo autore e il garbo con cui gioca con la voce e la parola. Non a caso una delle sillogi che raccolgono il suo lavoro si intitola Freddo da palco (d’if, 2009), a ricordare la corrente d’aria che d’improvviso scende sugli spettatori quando s’apre il sipario e ha inizio lo spettacolo, e ad evocare un altro, ben più rigido, freddo… Anche nei tre testi qui raccolti il corto circuito tra le maschere (quella carnascialesca, quella mortuaria), tra arte e artificio, tra finzione ed essenza, si fonda su una delle metafore più care alla storia delle umane lettere: la vita è un teatro, e chi vive – ricorda Macbeth – non è che “un povero attorucolo, che s’agita ed esalta sopra un palco per il tempo convenuto, e poi di lui nessuno udrà più nulla”. Socci rifugge però sia il dramma che la predica: dotato degli abili strumenti del comico, del suo ritmo accuratissimo, e della lingua tagliente del fool, coi suoi bisticci linguistici e i giochi di parole, ci offre tre sketches, tre freddure irresistibili.
[Raccontaci una storia poche storie] è il colmo della meta-lirica: una poesia che parla di una poesia che non comincia mai. Ispirata da quello scompaginatore di limiti poetici che fu Corrado Costa, essa si prende gioco del pubblico dei lettori (e dei poeti) che reclamano a gran voce senso, storie, significato, pretendendo l’epifania senza mai lasciarla accadere.
Anche I have a dream gioca, amaramente, con ciò che è esterno, che è straniero: il sogno dei diritti civili di Martin Luther King Jr. si riduce alla coniugazione del verbo ‘avere’ in tutte le persone del presente, come in un esercizio di grammatica per l’apprendimento dell’altra lingua che non sa mai diventare acquisizione della sua utopia. La ‘traduzione’ dall’inglese all’italiano, già comicamente mescolati in “They have parecchi dreams”, mostra il segno di questo svuotamento: il “dream” americano del cambiamento sociale in italiano (in Italia?) rimane intraducibile, diventa al massimo un “sogno” come fenomeno psichico individuale, valido tutt’al più in un irreale mondo onirico. Anche nella chiusa, un poco staccata, l’allusione al “sogno” che non è “ordigno” ci ricorda un passato non lontano in cui nel nostro paese, in nome di funeste ideologie, scoppiavano le bombe vere. La poesia allora continua a tentare di sognare un ossimoro: un “dream” fedelmente tradotto in opere, il sogno di un risveglio responsabile.
[Ci sono certi bui], infine, deforma il luogo comune della visione poetica, raccontandoci esplicitamente una anti-illuminazione. Questo buio pesto non ha nulla del sublime alla Merini di “superba è la notte”, né il cinismo di un Bukowski con la sua “notte imbecille”. Non è “il colore delle tenebre”, né dell’io profondo, né della passione. Forse è il colore della morte, ma una morte senza eroi, né enfasi, né trascendente. Dice di un aldilà alquanto piccolo, e per questo più beffardo e crudele, fatto solo del “retro delle palpebre”.
Raccontaci una storia poche storie
non cominciare che non si capisce
non fare come al solito
tuo che dopo finisce che finisce
di quella volta come per esempio
svelto prenditi pure tutto il tempo
che ti ci vuole dillo con parole
tue come puoi come tu sai se vuoi
com’era dai cosa succede poi
—
I have a dream
I have a dream
You have a dream?
He, she, it has a dream
We have some dreams
You have a lot of dreams
They have parecchi dreams
Io ho un sogno
così almeno mi pare quando dormo
è che quando mi sveglio
me lo scordo.
***
Ma il sogno non è ordigno
e non sa ticchettare.
Sogno (e son desto) il sogno
che ci viene a svegliare.
—
Ci sono certi bui
che non ricordi gli occhi
se sono o no aperti
bui cosiddetti pesti
tra i cui contorni incerti
vedi o credi di farlo
ignaro se quel nero sia il primario
colore delle tenebre
o il retro delle palpebre.
—
[già nell'antologia Poesia di Strada XIII, Vydia, 2011, pp. 72-77]
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