May 292013
 

Vincenzo Ostuni 

Che cosa sono le res nelle quali il titolo situa l’ultimo libro di Marco Giovenale? Una prima risposta è: le merci, suffragata dall’esergo debordiano: «Il capitale non è più il centro invisibile che dirige il modo di produzione: la sua accumulazione lo diffonde fino alla periferia sotto forma di oggetti sensibili. Tutta l’estensione della società è il suo ritratto». Le res dendriti del Capitale; ma di più: ogni sezione della società, e dunque tutti gli oggetti (almeno in quanto oggetti sociali) ne sono ritratto, descrizione. L’esergo mostra una sfuggente duplicità: se ogni frammento della vita associata è metonimia del suo funzionamento profondo; o meglio, se la natura di ogni frammento del Capitale nega la stessa profondità, ovvero trascendenza, del funzionamento del Capitale – se dunque il Capitale è intensamente diffuso, ogni oggetto è assieme «finestra» sul Capitale e «occhio» che tramite essa lo vede. Quest’immanenza maligna è la stessa che, con un rovesciamento quasi blochiano, fonda la possibilità di ritrarre il Capitale, e, nel campo lungo, di tradirlo. Dunque, l’oggettività non è per Giovenale una scelta d’argomento (non un Zu den Sachen selbst!), ma di posizione visiva e politica: la cancellazione o oggettificazione storica del soggetto, merce-lavoro, cosa fra le cose («ragni in scatola dieci – tutti ii, che dicono | «io» un milione di volte, per tutte distese, || miglio per miglia, migliaii – sin dubio – | mugnai, e al séguito: mulino, sinus, tit, dóppiano «io» | tit tit, un milione di volte, fino a farlo | varo vero, vetri, veste, varice», p. 15) vizia la sua legittimità epistemica; l’unica visuale sul mondo del Capitale è quella delle cose stesse (incluse le persone-fatte-cose, certo); le cose vedono noi molto meglio di quanto noi riusciamo a vederle. In rebus – e in generale molta della poesia di Giovenale – mira a presentare questa teoria (in senso etimologico) senza vedente: non solo, dunque, ambisce a togliere il soggetto lirico ma lo stesso soggetto cartesiano, la stessa posizione moderna della soggettualità. Continue reading »

Mar 162012
 

Marco Giovenale

La componente di non-assertività della scrittura di ricerca che GAMMM persegue, e che il libro collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009) ha tra i suoi vari possibili fondamenti, è cruciale per marcare una distanza tra tali o analoghe esperienze di scrittura (recenti) e quelle di alcune avanguardie storiche (specie in riferimento al futurismo).

A.

Ma altri elementi possono essere elencati, e confini tracciati, anche attraverso alcune coppie oppositive: per GAMMM si parla di

  1. “Installazione” piuttosto che “performance”. (Il testo non viene – o non viene necessariamente – performato, sottolineato, convocato nell’agorà, esibito; viene semmai – al più – eseguito; non chiede dichter/poeta-dicitore “dittante”; a volte non chiede nemmeno un lettore particolarmente coinvolto, non vuole uno spettatore necessariamente-fittamente preso, o provocato, o convocato; anche considerando che, spesso, si ha in campo del materiale linguistico che non è pensato per una “lettura” lineare seriale ma per una “visione” anche superficiale e “a blocchi”, o per una lettura distratta, che salta, ecc.)
  2. Conseguenza: gradazioni di dissolvimento dell’autore=lettore, piuttosto che sua esposizione/esibizione (sia o meno spettacolare). (Questa identità è addirittura uno dei punti di fondazione del sito e ensemble di autori: si veda uno dei post con cui si inaugurava l’esperienza).
  3. Sequenza ed elenco piuttosto che narrazione; piuttosto che lirica; piuttosto che struttura (sia versale, poematica, o ragionativa, o appunto narrativa). Lo stesso paroliberismo futurista “impone” una libertà. L’elenco – freddo – ne è invece l’esatto rovescio: implica un vincolo, all’interno del quale si esperisce l’uscita da tutti i vincoli. (Manifestandosi cioè una sostanza aleatoria, volentieri, dei e dai contenuti dell’elenco).
  4. Griglia procedurale (fissa) piuttosto che dispersione/diffusione o distruzione delle forme. La procedura sostituisce le forme. Le istruzioni e gli elementi neutri annullano l’ego in tutti i modi, per altro. E, insieme, annullano il quantum di “garanzia” di “arte” (o “senso”) che l’ego del dichter volentieri emette (massime nel futurismo) a sigillo dell’opera.
  5. Concetto piuttosto che testo. Un’idea o sequenza di idee sostituisce l’“espressione”.
  6. Materiale solitamente – come detto – neutro (senza i marcatori del “poetico”) piuttosto che strutturato e connotato. Limpido, lineare, frequentemente.
  7. Freddezza gutenberghiana piuttosto che azione/agitazione teatrale e s(com)paginante.

B.

Se ci riflettiamo, il futurismo ha Continue reading »