Jun 072013
 

Gian Luca Picconi

La recente pubblicazione di Poesie 1973-2008 (La Camera Verde, Roma 2010, d’ora in avanti P), volume consuntivo di quasi tutto il corpus poetico di Giuliano Mesa, induce a interrogasi su un percorso autoriale eccezionale nel panorama della poesia italiana, e a salutare con gratitudine l’iniziativa di offrire all’intelligenza dei lettori, con evidenza anche fisica, un oggetto per alcuni forse poco noto (nonostante la data ormai alta del suo esordio: il 1978)[1]: la poesia di Mesa.
Per meglio comprendere che poeta sia il Mesa di questo libro, che ne altera ovviamente la fisionomia in modo irrimediabile – e rinunciando da subito a seguire le evoluzioni del suo percorso interno –, si può trarre dalle sue riflessioni poetologiche un quadro, sintetizzabile in pochi punti, di quali principi animino il suo lavoro:
1) La scrittura poetica deve puntare alla dimensione della verità etica: tale dimensione è possibile solo in opere che si tengano giustamente equidistanti da un tipo di scrittura autotelica o eterotelica[2].
2) La verità etica si realizza attraverso un rapporto dialettico con il linguaggio del proprio tempo, in cui il vero non è diventato che un momento del falso: data la capacità di questo tempo di fagocitare ogni forma, Mesa si avvale, per (s)marcare il suo discorso, non di uno stile, ma di stili («”gli” stili di volta in volta ritenuti più consoni»[3]); la ricerca del poeta deve essere anzitutto una ricerca di forme, disincagliata tuttavia dalla ricerca del nuovo a tutti i costi[4].
3) L’arte dev’essere, nel suo rapporto antagonistico con il presente, un’arte non serena (concetto derivato da Adorno[5]). Il suo momento positivo consiste nella rimotivazione delle parole e nella costruzione di forme dialettiche vòlte alla critica del negativo, in cui la dimensione di conoscenza scaturisce (ancora Adorno) dalla sua qualità di enigma[6].
4) La lingua poetica deve pervenire a un azzeramento storico, ridisegnando la mappa del proprio passato[7]. Continue reading »

May 202013
 

trad. it. di Isabella Mattazzi, :duepunti edizioni, Palermo 2010 (pp. 195-206)

Isabella Mattazzi

Nel presentare per la prima volta in Italia un autore come Yves Citton, potrebbe risultare di una certa praticità inserirlo tra i numi tutelari di quel nuovo genere saggistico che è, di fatto, il “trattato in difesa degli studî letterari”. Nell’ultimo decennio, la moltiplicazione esponenziale di testi in difesa dello studio e dell’insegnamento della letteratura ha dato vita a un vero e proprio “fronte comune”, una sorta di barricata teorica trans-nazionale contro i continui attacchi politici, i tagli alla ricerca, o semplicemente il disperante stato di perdita dell’aura in cui versano oggi, con ogni evidenza, le discipline umanistiche. Da Tzvetan Todorov, Antoine Compagnon, Vincent Jouve, Jean-Marie Schaeffer in ambito francese, a David McCallam o Martha Nussbaum negli Stati Uniti[1], in molti sembrano aver sentito il bisogno di affondare la lama del proprio discorso all’interno del corpo variamente articolato delle Humanities cercando da una parte di salvare il malato dai continui attacchi esterni di un mondo per lui evidentemente tossico e, dall’altra, di ricompattarne le membra in una ridefinizione, il più attuale e funzionale possibile, delle sue precise peculiarità. Che diversi segnali di pericolo per gli studî letterari stiano suonando da tempo, del resto, è del tutto vero (se si tratti poi di semplici campanelli d’allarme o di vere e proprie campane a morto, saranno le prossime generazioni a dirlo), e non soltanto da un punto di vista strettamente politico o economico, ma anche – cosa forse ancora più preoccupante – all’interno di un radicale mutamento dell’orizzonte sociale e antropologico contemporaneo. Anche limitandosi al preciso ambito culturale che fa da sfondo ai testi di Citton, basta dare un veloce sguardo alla recente ridefinizione degli assetti universitari francesi – travestita da operazione di modernizzazione e snellimento della macchina accademica – per farsi un’idea del concreto stato di svantaggio in cui versano oggi gli organi deputati a trasmettere e salvaguardare il sapere letterario. Ma non si tratta solo di questo. Al di là della situazione politica oggettivamente difficile, il malato sembra soffrire con ogni evidenza anche di un male interno. Di fronte all’urgenza di dimostrare l’“utilità” del proprio lavoro a un mondo economico il cui unico criterio di valore sembra essere quello di una “possibilità di quantificazione” in termini di profitto e di vendita, le discipline umanistiche hanno subito, negli ultimi tre decenni, una forte messa in crisi e una radicale trasformazione dei valori e delle pratiche stesse su cui fondare il proprio statuto identitario. Dinanzi a un evidente livellamento della doxa politica e istituzionale sul lessico utilitaristico di un capitalismo industriale applicato alla gestione della ricerca, hanno dovuto crearsi un nuovo “spazio di credibilità”, mutando letteralmente di volto, barricandosi dietro una specializzazione esasperata, riducendo il proprio sapere a un insieme di dati circoscritti, brevettabili, immediatamente spendibili, e sottoponendosi a una continua rendicontazione dei propri risultati secondo sistemi di valutazione presi di peso e direttamente importati dalle cosiddette “scienze dure”. Continue reading »

May 152013
 

Gianluca D’Andrea 

Un’epoca sorgerà carica di sole

W. Benjamin

Infanzia e immaginazione vivono nel reale, l’affermazione, pur mantenendo ancora una valenza filosofica, ci permette di assaggiare porzioni di mondo, spartanamente, senza appesantirci con concettualizzazioni indigeribili.

Pochi libri danno un senso di conforto e accoglienza; questa sensazione deriva dall’incontro tra la persona che legge e un’atmosfera che la stessa ritiene “familiare”, laddove quest’ultimo termine può essere inteso come un particolare momento in cui la vita del lettore si lega alle esigenze che lo stesso momento richiede, rintracciandole nella lettura. Se si tiene fede a questa interpretazione, allora, ogni essere cambia innumerevoli dimore e la casa muta continuamente locazione e panorama, confondendosi con lo stato mentale del soggetto. Infanzia e immaginazione sono i due processi fondanti della futura ricerca di quella dimensione personale che può focalizzarsi nel bisogno d’appartenenza rappresentato dalla casa. Forse la poesia è questa dimora in continuo divenire, questa costruzione resa possibile dalla plasticità del linguaggio, dalla capacità dello stesso di trasformarsi insieme all’essere. Continue reading »

Apr 052013
 

Guido Guglielmi

Ogni situazione chiusa chiede che si inventi una via d’uscita. Se è vero (trasponendo liberamente Benjamin) che il pessimismo sulle circostanze non autorizza il pessimismo sulla cosa. E poiché il discorso che qui si deve fare riguarda la possibilità della poesia, oggi, in una situazione post-novissima, non sembrerà del tutto sconveniente, da parte mia, richiamare l’archeologia del problema e riferirmi ad alcune riflessioni di Baudelaire. La regressione alle origini di un asse problematico dovrebbe essere giustificata, posto che esso continui a riguardarci. Nella sezione di apertura Méthode de critique del Salon del 1855, Baudelaire si chiede che cosa un Winckelmann moderno avrebbe avuto da dire di un prodotto cinese. Ogni sistema – secondo Baudelaire – per quanto «beau, vaste, spacieux, commode, propre et lisse surtout», sta indietro rispetto alla novità delle situazioni; per cui il miglior partito da prendere resta quello della modestia, della rinuncia ad ogni sistema, ad ogni «science enfantine et vieillotte, fille déplorable de l’utopie». Naturalmente, presentata così, una tale posizione deve parere insoddisfacente, nella misura in cui ogni discorso sottintende una costruzione, quindi una regola di formazione. Ma ci si potrebbe richiamare – lo ha fatto ripetutamente Anceschi – al Salon del 1846 (A quoi bon la critique?) dove si dice «la critique doit être partiale, passionnée, politique, c’est-à-dire faite à un point de vue exclusif, mais au point de vue qui ouvre le plus d’horizons». La critica, dunque, non come interpretazione, ma come disciplina di frontiera, attenzione portata ai luoghi di confine, disposta a quel nuovo che è poi la forza della poesia di Baudelaire. Continue reading »

Sep 052012
 

Francesco Filia

 

 “Sapersi mutazione costante,/oltre la divisione delle caste,/anche se il mondo, orfano del sublime,/vede ogni cosa senza la sua fine.” (La fine di Lucrezio). C’è una faglia che interrompe la continuità tra animale e uomo ed è la coscienza (Sapersi mutazione costante) che dà vita al linguaggio e al simbolo, la vita dell’uomo è simbolica – attribuire un nome a una cosa è già snaturalizzarla – e per questo il suo orizzonte è di gran lunga più vasto di quello animale (il mondo che vede ogni cosa senza la sua fine), tanto vasto da portare a domandarsi sul senso della propria esistenza attraverso il mito, la religione, l’arte, la filosofia. In altre parole l’uomo prova angoscia per la sua fine e ne chiede continuamente il perché (la condizione sublime dell’uomo), l’analogia tra animali e uomini non sarà arbitraria quando gli animali ci risponderanno, ma a quel punto saranno altro, avranno la stessa nostra angoscia. Per dirla con Max Scheler: “nel medesimo istante in cui l’<uomo> si è posto ‘fuori’ dalla <natura> per fare di questa l’oggetto del suo dominio e del nuovo principio dell’arte e dei segni: ‘proprio in quel medesimo istante’, l’uomo ha dovuto incontrare il suo centro fuori di e di là dal mondo. Essendosi posto tanto audacemente al di sopra del mondo, egli non poteva più considerarsi come un semplice <elemento> e una semplice <parte> di esso!”[1] Continue reading »

Apr 222012
 

Domenico Pinto

«Non sapersi orientare in una città non vuol dir molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare.» Cominciava così il quadernino di tableaux che Benjamin mise insieme nell’Infanzia berlinese, il cuore segreto e favoloso della propria immagine da fanciullo. Il Tiergarten, la Colonna della Vittoria, il mercato di Piazza Magdeburgo, per un uomo cui le strade di questa città erano «familiari come i nomi della Genesi», appaiono ancora oggi nell’indistruttibile luce del sogno, irradiano fino a noi gli inizi del Novecento.

Com’è mutata Berlino, ora che da quei ricordi ci separa la distanza di un secolo, le guerre mondiali, i totalitarismi di carica contraria, adesso che la sua mente ha ripreso a comunicare fra i due emisferi? È noto che la città vive da tempo una stagione d’euforia, con una capillare circolazione di idee in ogni àmbito; si fondano teatri, animano riviste, e non è per avventura che Suhrkamp – l’editore di maggior tradizione – l’abbia scelta per trasferirvi la storica sede di Francoforte. Conosciamo le sue cupole strallate, la Museumsinsel, le sue università, gli artisti, le sue mostre. Ma come ci si smarrisce, veramente, in questa foresta? L’occasione è prestata dall’antologia a cura di Theresia Prammer (Ricostruzioni. Nuovi poeti di Berlino, Scheiwiller 2011, p. 656, € 29,00), che per i tramiti della poesia disegna una minutissima mappa del pensiero e del milieu berlinese. Continue reading »

Apr 192012
 

di   Vincenzo  Frungillo 

 

Mentre si attende l’uscita del suo ultimo lavoro in prosa, Il servo di Byron, possiamo leggere il nuovo Quaderno di traduzioni di Franco Buffoni, dal titolo Una piccola tabaccheria, edito dalla casa editrice Marcos y Marcos nel mese di Febbraio, 2012. Un quaderno che segue di tredici anni Songs of Spring, prima raccolta di traduzioni d’autore. Come lo stesso poeta ci ricorda e ci chiarisce nella premessa al testo, nel suo caso non si può parlare di sole traduzioni, ma di “imitazioni (certamen, aemulatio, imitatio)”, perché, scrive Buffoni, “l’unico modo che conosco per rapportarmi a un altro poeta è quello di incontrarlo ‘poieticamente’ su un dato testo”. Simile in questo a quanto diceva il filosofo e saggista tedesco Benjamin a proposito del compito del traduttore: “Perciò la sua lingua [del traduttore] può, anzi deve agire liberamente nei confronti del senso, per non riprodurre l’intentio di quello, ma come armonia, come integrazione alla lingua in cui quell’intentio si comunica, far risuonare il proprio genere di intentio“. Infatti, per esprimere il suo tipo di relazione con gli autori tradotti, Buffoni usa il termine “lealtà” e non “fedeltà”, perché “il termine fedeltà connota guanciali, lenzuola e sotterfugi; il termine lealtà due occhi che fissando altri occhi dichiarano amore ammettendo un momentaneo tradimento. Sono stato leale alla tua altezza poetica, tradendoti qui e qui e qui: l’ho fatto per restare il più lealmente possibile alla tua altezza. Questo è ciò che dico ogni sera ai poeti vivi e morti coi quali cerco di intessere il dialogo poetico”. E le poesie e le prose che Buffoni incontra in questo Quaderno sono tra le più varie: dagli amati poeti in lingua inglese, Shakespeare, Byron, Wilde, Kipling, Auden, Joyce, all’irlandese Heaney (bello e intenso il saggio di quest’ultimo dedicato ad Osip Mandelstam), dallo svedese Transtroemer (che Buffoni ha contribuito a far conoscere in Italia prima ancora che fosse insignito del Nobel per la letteratura nel 2011), ai francesi Rimbaud, Verlaine, dagli spagnoli Neruda e de Ibarbourou, al portoghese Saramago, fino all’arabo Hafez.

Feb 032011
 

Isabella Mattazzi


In uno dei passi più intimi di Infanzia berlinese, in mezzo agli oggetti del suo mondo di bambino, ai libri rilegati, all’Isola dei pavoni, all’“omino con la gobba” delle sue sere d’inverno, Walter Benjamin racconta di un certo armadio di cui bastava soltanto tirare a sè il pomello per farne scattare, senza sforzo, il gioco meccanico dell’apertura. Un luogo meraviglioso, pieno di lane morbide e di camicie stirate dove affondare le mani fino a trovare, sul fondo, le piccole uova arrotolate dei calzini. Da qui il gioco infantile di Benjamin di srotolare tutti i suoi tesori uno dopo l’altro, fermandosi ogni volta stupefatto di fronte al continuo disfarsi dell’uovo in calzino, atto inarrestabile di metamorfosi e di distruzione, inspiegabilmente legato a ogni suo tentativo, sempre manchevole, di scoprire l’interno misterioso di quella sorta di piccolo universo compatto. “Lo tiravo sempre più verso di me, sino a quando lo sconcerto era al colmo: avevo estratto il “regalo”, ma la “borsa” in cui era stato custodito non c’era più. Ripetevo di continuo la dimostrazione di questo avvenimento. Mi insegnò che forma e contenuto, custodia e custodito sono la stessa cosa. Mi educò a estrarre la verità dalla poesia con la stessa cautela con cui la mano infantile estraeva il calzino dalla borsa ”.

Che la poesia sia un affare di guardaroba, soltanto l’esprit de finesse di Walter Benjamin poteva capirlo. La compattezza armonica del linguaggio poetico, condannata ogni volta a uscire dai propri cardini e a volare via come una costruzione di paglia davanti al soffio ermeneutico della critica, non poteva in lui che trovare immagine più icastica – evidenza del dettaglio di matrice tipicamente ebraica – in un paio di calzini arrotolati. Il gesto di “svolgere il calzino”, il tentativo, condannato al fallimento per sua stessa natura, di aprire un testo poetico cercando di estrarne il nucleo e liberarne così la parte più riposta, non appartiene però soltanto all’atto critico in quanto tale. Ogni intervento diretto su un testo, di qualsiasi natura sia, sembra avere a che fare con il gioco di Benjamin bambino. Prima tra tutti la traduzione. Continue reading »