Apr 072011
 

Stelvio Di Spigno

Ci sono libri di poesia il cui scriverne non solo non rende giustizia all’autore e all’opera, ma che per la loro rara, ineludibile natura andrebbero scandagliati con una perizia che il piccolo spazio di una recensione o di un articolo non permette, rischiando di dare – anche perché ciò che si va a dire è sempre preliminare alla lettura dei versi in oggetto – un’immagine ben lontana da quel senso di stravolgente ebbrezza che si proverà leggendoli. È il caso de L’ombra della salute di Alberto Pellegatta, giovane autore milanese che dopo anni di attesa propone finalmente una raccolta organica del suo lavoro poetico, finora reperibile solo in “assaggi” editoriali come Mattinata larga, edito da Lietocolle e Paratassi, uscito per le edizioni EDB di Milano. Continue reading »

Apr 032011
 

Gherardo Bortolotti

La raccolta si basa su un’evidente istanza di sintesi che risulta però sistematicamente dimidiata, diroccata. Il titolo, con l’apparente chiarezza del suo senso, ne è la cifra perfetta, tematico e rematico insieme, soprattutto una volta che ci si sia accorti che “quello che si vede”, quell’ovvia evidenza, è solo “quello che si vede”, solo una parte delle cose. Solo la superficie, cioè, e non una loro supposta essenza, e nemmeno la superficie completa, esaurientemente esplorabile. A conti fatti, è solo un qualche limite dell’occhio, un suo specchio.

Nel succedersi dei pezzi, si fonda un punto di vista e, quindi, ci si trova coinvolti in quella che si suppone essere un’operazione “forte”. Ma, appunto, alla vista ci si limita e, cioè, alla superficie: una superficie che si disfa in mille drappeggi, ornati, imperfezioni. Insomma, si dà luogo ad una presa visione che si rivela però irresolubile, essenzialmente incompleta: interminabile, cioè, per la natura specchiante e, quindi, perversa della superficie (v. testo 8: « Di qua stanno i limoni / […] Io colgo / le loro bucce deformi, strizzate, / guardo nei vani dov’era il succo, / guardo il loro piccolo vuoto / negli occhi »). Su questo tema, può essere un buon vademecum una citazione da Calvino ( Palomar. 2.1.1. Dal terrazzo ) che avrebbe funzionato benissimo da esergo: « Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, – conclude, – ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile ». Si noti, però, che l’esergo della raccolta è diverso: una citazione da Ghérasim Luca (« Je ne vois personne, je ne vois rien, je n’ai jamais rien vu. Plus j’y réfléchis, moins je vois des choses, et moins je vois des choses, plus elles me font frémir ») che ci illustra anche una dimensione ulteriore, una specie di cognizione negativa, che consuma e che ci ripiega su noi stessi, a vedere il nostro riflesso sulle superfici che percorriamo.

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