Camilla Miglio
La traduzione come attività, come prassi linguistica, intellettuale e politica, come modo di leggere e ascoltare l’Altro in senso lato, negli ultimi dieci anni ha rivoluzionato un mondo, quello dei traduttori stessi, che proprio in virtù della loro presunta, forzata “invisibilità” (così Lawrence Venuti ne L’invisibilità del traduttore) hanno sviluppato incredibili capacità e strategie di agire nella terra di mezzo delle differenze.
Nel frattempo, a dispetto delle tariffe sempre troppo basse per i traduttori – soprattutto in Italia – la cultura contemporanea ha attraversato un vero “translational turn” legato al “transnational turn” in atto nella critica della cultura, nella sociologia, nella stessa politica.
Proviamo a fare mente locale.
Ci imbattiamo in traduttori protagonisti di romanzi. E’ ormai un sottogenere quello della translator’s novel. Basti pensare alla Vendetta del traduttore di Brice Matthieussent (Bompiani). Ma è un genere di cui abbiamo avuto, qualche anno fa, un precoce esempio in Italia con Laura Bocci, Di seconda mano. Né un saggio né un racconto sul tradurre letteratura (Rizzoli).
A loro modo traduttori sono anche la maggior parte dei poeti del Novecento. Continue reading »