Dec 272011
 

Cecilia Bello Minciacchi

nella mia epoca non ho altra scelta se non il dolore

Georg Trakl

Il paziente travaso del vedere,
acquedotto d chiarore, strada
che porta l’essere a se stesso.

Valerio Magrelli

Per quanto la mira (della postfazione, s’intende, non certo del Criterio dei vetri) rischi di risultare troppo alta, ci sia lecito prendere a prestito, come dichiarazione liminare, l’esordio lampante con cui Foucault apre la sua prefazione a Nascita della clinica: «in questo libro si parla dello spazio, del linguaggio e della morte; si parla dello sguardo»[1].
Promette di essere, questo, un prestito assai utile, e di particolare pertinenza, essendo segnatamente spazio, linguaggio e morte, proprio nella condensazione dello sguardo, i temi focali della scrittura di Giovenale. Morte e sguardo, in particolare, si legano nel segno dell’ineluttabilità e del dolore patito in modo diretto, in prima persona, o invece riflesso, ossia avvertito e sofferto di rimando, visto nel suo incombere su altri.
Per il Foucault che s’interroga riguardo all’affermarsi della clinica, la medicina moderna ha la caratteristica di percepire e descrivere i suoi oggetti con una precisione qualitativa che «guida il nostro sguardo in un mondo di costante visibilità», quando invece la medicina precedente parlava «col linguaggio, senza sostegno percettivo, dei fantasmi»[2]. Foucault, per comprendere il mutamento occorso alla nascita della clinica moderna nel momento del suo farsi, si volge «verso la regione in cui le “cose” e le “parole” non sono ancora separate, là dove, a fior del linguaggio, modo di vedere e modo di dire si compenetrano ancora»[3], convinto che sia necessario porsi e mantenersi «al livello della spazializzazione e della verbalizzazione fondamentali del patologico, là ove prende origine e si raccoglie lo sguardo loquace che il medico posa sul cuore velenoso delle cose»[4].

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May 212011
 

Marco Giovenale


1. Corpo, gelo, tempo, oggetti


Il secondo termine del titolo scelto per questa piccola rassegna di voci poetiche, ossia il termine indistinto e plurale “generazioni”, riceve da tempo e da più parti critiche severe. Sono giustificate, a parere di chi scrive. Si parlerà qui di una generazione, meglio: quella dei nati nel decennio chiuso tra il 1968 e il 1977. Per due motivi: in primo luogo, perché alcune delle voci che ad essa appartengono, pur lette e studiate, meritano ulteriore approfondimento, attenzione e riscontro critico. E in secondo luogo perché può esser bene che il riscontro si svolga – da parte dei critici che vorranno accogliere le proposte di lettura – intorno ad alcune questioni precise e ricorrenti che i nati in quell’arco di tempo sembrano porre senza mezzi termini ai lettori.

Si viene così alla prima parte del titolo. Se parlando della poesia scritta e letta dagli anni Settanta in avanti non sono rari gli accenni a una polverizzazione delle tematiche e delle forme, tale da non permettere di ricondurre i poeti pubblicati nell’ultimo quarto di secolo a contorni troppo minutamente precisabili, è altrettanto vero che per gli autori giovani, ossia per chi giusto in anni di polverizzazione nasceva, si può ora – con esattezza difendibile – parlare di elementi di identità, coesivi di temi e stili. Si possono intravedere anzi vedere somiglianze, tracciare isoipse nel paesaggio variabilissimo delle scritture. Tanto i poeti chiamati in causa quanto i due campi tematici attorno a cui vengono raggruppati meriteranno poi approfondimenti, che qui si sollecitano: anche per ampliare la serie dei nomi in gioco; e per una – del tutto sperabile – estensione dei temi e delle categorie di riferimento.

L’ipotesi avanzata consiste nell’individuare, nel/dal complesso delle voci, alcuni nodi tematici e formali comuni, tra i quali due possono essere per il momento evidenziati: quello relativo a una nuova scrittura antirealistica fredda; e quello di una poesia della visibilità e dicibilità del mondo (senza neorealismo, e senza astrazione). In questa prima sezione Continue reading »

Jan 232011
 

Alessandro De Francesco

Dans les années 1960-70, le potentiel subversif de la poésie devient un véritable thème, une approche compositionnelle et théorique, en Italie comme en France. Le souhait, typique de la poésie de ces années, de définir une poétique autour du rapport entre le langage et le réel, un rapport interactif, problématique et problématisé, parfois contrastant, souvent voué à produire des paradigmes de modification radicale, est très lié à une prise de conscience du potentiel à la fois théorique et politique de l’écriture poétique dans la modernité. Le refus que certains auteurs ont manifesté à l’égard des poétiques et même de la poétique avant la poésie, n’a pas su limiter cette exigence pressante. Cette question s’est installée dans le langage, à savoir dans l’exigence de définir une géographie langagière subversive, de produire une, ou, plutôt, de multiples grammaires de la subversion. Continue reading »