Tiberia De Matteis
La centralità della parola come unico corpo materico e sonoro da frapporre all’afasia e al silenzio dell’ineluttabilità della morte è la risposta concreta della poetica teatrale di Giovanni Testori alle tendenze sceniche degli anni Sessanta. Una drammaturgia intesa come il tentativo «di ‘verbalizzare’ il grumo dell’esistenza» (1) costituisce una reazione al dominio della fisicità, dell’improvvisazione e dell’immagine che aveva contrassegnato l’impegno laboratoriale e collettivo di tanti artisti contemporanei alla ricerca di inedite, ataviche e universali forme di comunicazione antitetiche o divergenti rispetto alla natura convenzionale del linguaggio parlato. In un rappel à l’ordre condiviso anche da Pasolini nel Manifesto per un nuovo teatro (2), Testori riscatta la dimensione verbale dall’ormai imperante soggezione agli altri codici espressivi dell’allestimento, propugnata con convinzione e pervicacia dalle avanguardie, e le attribuisce la missione primaria e fondante di una teatralità concepita come trasformazione della carne in materia dicibile. Continue reading »