Jun 172011
 

Tiberia De Matteis

La centralità della parola come unico corpo materico e sonoro da frapporre all’afasia e al silenzio dell’ineluttabilità della morte è la risposta concreta della poetica teatrale di Giovanni Testori alle tendenze sceniche degli anni Sessanta. Una drammaturgia intesa come il tentativo «di ‘verbalizzare’ il grumo dell’esistenza» (1) costituisce una reazione al dominio della fisicità, dell’improvvisazione e dell’immagine che aveva contrassegnato l’impegno laboratoriale e collettivo di tanti artisti contemporanei alla ricerca di inedite, ataviche e universali forme di comunicazione antitetiche o divergenti rispetto alla natura convenzionale del linguaggio parlato. In un rappel à l’ordre condiviso anche da Pasolini nel Manifesto per un nuovo teatro (2), Testori riscatta la dimensione verbale dall’ormai imperante soggezione agli altri codici espressivi dell’allestimento, propugnata con convinzione e pervicacia dalle avanguardie, e le attribuisce la missione primaria e fondante di una teatralità concepita come trasformazione della carne in materia dicibile. Continue reading »

Jun 142011
 

Tiziano Scarpa

La poesia è assoluta e inospitale. Non c’è posto per la voce, né per il poeta, che viene sfrattato dalla sua stessa poesia. Il lettore di poesia, con l’atto stesso della sua lettura, è come se dicesse: “Tu, poeta, non c’entri. No, non c’entri nemmeno con le tue poesie. Sta’ zitto: faccio da solo. Leggo da solo. Va’ via. Lasciami solo con la poesia. Non mi importa se l’hai scritta tu. Me la leggo da me.” È un atteggiamento legittimo, un’estetica della lettura, una concezione della poesia che anch’io pratico, come lettore silenzioso e solitario delle poesie altrui.

Ma se le cose stanno così, che cosa si mette in scena, allora, quando si legge poesia in pubblico? Cosa si vuole quando si invita un poeta a leggere i propri versi? Si vuole che egli sia assoluto, inospitale e inospitato.

L’attore, la statua e l’esibizionista

Al poeta non è consentita l’incorporazione dell’alterità, l’ospitalità dell’altro. Pensate invece a ciò che avviene comunemente a teatro: l’attore attua la personificazione di un altro, incorpora il personaggio, si lascia possedere idealmente, e fisicamente, dalla personalità altrui: la ospita dentro di sé. Cambia voce e andatura, si trucca, si mette un costume. Al poeta è consentito soltanto porgere parole, e casomai incorporare un’unica porzione di mondo: quella che coincide con i suoi contorni personali. Il proprio corpo, la propria voce, le proprie parole, e basta. Il resto è espulso. Il poeta deve andare in scena vestito soltanto di se stesso. È un poemoforo puro, e anche un egoforo, non un eteroforo com’è l’attore. Continue reading »