May 182013
 

Marco Giovenale 

Recensione a
Vincenzo Ostuni, Faldone zero-venti. Poesie 1992-2006,
Ponte Sisto, Roma 2012, pp. 272. Postfazione di A.Inglese

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Testo inesauribile, sempre ripreso e rielaborato dunque nuovo, nastro sovrainciso, il Faldone di Vincenzo Ostuni (in edizione Faldone zero-otto presso Oèdipus, 2004; poi in rete in fieri in files separati: www.faldone.it) esce ulteriormente variato, e non solo accresciuto ma “più che raddoppiato”, come Faldone zero-venti, nella nuova collana Quaderni di poesia del Caffè illustrato, dell’editore Ponte Sisto.

Qualche anno fa parlavo della poesia di Ostuni come inquadrabile (con altre scritture) entro continue – e non pacificate – contrattazioni e appressamenti a una sorta di patto linguistico di visibilità e dicibilità del mondo (dato come intreccio, ostinato e riprovato) fra contraenti in verità indefinibili, inafferrabili per tradizione ormai secolare – riandando a due nomi che aprono anzi spalancano il Novecento: l’inventato Chandos e l’inventariante Wittgenstein (quest’ultimo citato da entrambi i prefatori dei due faldoni: Gabriele Pedullà e Andrea Inglese). La situazione di patto mancato (e di manque del collante sociale, linguistico) – di contesto che si afferra e insieme sfugge e si sfalda – è proprio tematizzata frontalmente da Ostuni come flusso verbale ininterrotto, sinusoidale, di ricerca-dubbio-ricerca, entro la cornice costante data dalla forma dialogica / monologica (indistinguibili le due, annota Inglese). Continue reading »

Dec 312012
 

Cecilia Bello Minciacchi

Perdura diretto e scabro, il piglio di Jolanda Insana, e acre lo «sciarroso risentimento» che da sempre abita i suoi versi. La poesia, per lei, è un gesto brusco che non lascia spazio a lusinghe; il dire è dialogo serrato, più spesso scontro inconciliabile, che provoca e spiazza. Sono «versi arrochiti» quelli di Turbativa d’incanto, che raccoglie poesie dal 2003 al 2010 (Garzanti, pp. 131, € 16,60), versi pronunciati da «voce scura di contralto». Vengono in scena, si espongono come manovra illecita, reato: la “turbativa d’asta” dello splendido titolo, amplificata semanticamente dall’incanto che ha significato secondo e getta luce all’indietro, rendendo “turbamento” la turbativa. E se d’incantamento non si può parlare, se le trame indebite si fanno più fitte, allora s’impone e spadroneggia il reale, spoglio d’ornamento e d’inganno. La prima sezione, Le foglie del decoro, col suo dettato aspro «tra mine e minareti» nella «Valle delle grida», si muove in una desolazione assoluta – «la luce è malata / internamente fratturata // malati i campi / malati gli animali» – e si chiude con uno smascheramento che lascia alberi attorti e pietrificati, luttuosi e infecondi: «caddero alla prima sciroccata / le foglie d’oro del decoro affettato / e dai rami ingrovigliati pendono / cartigli anneriti di terribili vergogne / bacche svuotate / ovai senza semi».

I dialoghi che costituiscono alcune sezioni del libro sono alterchi, sciarre in dialetto Continue reading »

Jul 142012
 

Marco Giovenale

Dopo un lavoro di oltre dieci anni di ricerche, viaggi in Italia, traduzioni, revisioni e confronti, letture e dialoghi, studio delle poetiche e della critica, consultazioni e raffronti in archivi, Jennifer Scappettone offre al lettore anglofono una straordinaria messe di testi di Amelia Rosselli, sotto il titolo complessivo (e rosselliano) di Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli, che l’editore (Chicago University Press) ha il merito di aver accettato di pubblicare con testo a fronte, permettendo dunque al volume di continuare il dialogo interlinguistico (anzi il nodo di dialoghi) che di fatto già è una radice forte dell’immaginazione e della poesia rosselliane.

Scappettone, poeta lei stessa (principalmente in inglese), e autrice in grado di dominare e intendere in ogni sfumatura l’italiano ereditato e vissuto, è la traduttrice ideale di una scrittura densa e internamente/intrinsecamente molteplice come quella di Rosselli.

Locomotrix, dopo un’Introduzione attraverso cui la curatrice affronta un’attenta, dettagliata disamina del percorso biografico dell’autrice, scandendolo con puntuali interpretazioni dei libri di volta in volta usciti, presenta Continue reading »

Aug 142011
 
Marco Giovenale

Il libro di Carlo Bordini I costruttori di vulcani (Luca Sossella Editore, pp. 496) raccoglie sostanzialmente tutte le sue poesie, uscite presso vari editori dal 1975 a oggi. Lo accompagnano una bella nota di Roberto Roversi e una non meno bella prefazione di Francesco Pontorno.

Bordini non è ‘poeta a contratto’, inquadrato in un ruolo, iper-presente, sovraesposto: anzi per molti anni non ha pubblicato (quasi) nulla. Ha – inoltre, e semmai – fatto politica, da militante, fuori partito, fuori solco. E ha insegnato Storia moderna all’università; ha scritto anche prosa, come i romanzi Manuale di autodistruzione (Fazi) e Gustavo. Una malattia mentale (Avagliano), e la raccolta di frammenti Pezzi di ricambio (Empiria). Semplicemente, ha vissuto – contrastando per quanto possibile la deriva (in)civile dei tre decenni italiani ultimi. (Con la coscienza che i precedenti, di fatto, ne erano fondazione).

La poesia in incipit di Costruttori di vulcani  termina con l’ironia amara di un riferimento all’«analisi di gruppo». Segnale netto. È quasi come se Bordini ci dicesse: foto di gruppo: «…questa discesa negli abissi / profondi di se stessi / l’analisi – l’analisi di gruppo». Il volume è dunque anche una fotografia abissale degli anni tra il 1975 e il 2010, appunto: molte pagine suggeriscono o raccontano la realtà della finis Italiae, nera. Allo stesso tempo, in virtù del sale antigrazioso delle poesie, degli scatti su interni e gesti e visi, attraversiamo quegli (=questi, nostri) anni giovandoci della compagnia di una comunità fotografata – a colori – fatta di comparse e silhouettes e autori e attori e folli selvaggi della piccola metropolis capitale. Non ci lasciano soli a osservare la china. Continue reading »

Feb 142011
 

Stefano Garzonio



Un’idea della letteratura come pratica della resistenza morale, spirituale, ma anche fisica: resistenza ai cataclismi della storia, alla violenza della quotidianità, ma anche alle insopportabili condizioni climatiche e sociali del continente eurasiatico, resistenza ai condizionamenti dell’ideologia prima, e del mercato poi, alle rigidità della lingua, ma anche alla temperatura, alla fame, alla consunzione. È questo il filo da cui sono legati idealmente due libri che, usciti quasi contemporaneamente, aiutano a comprendere meglio il sofferto rapporto tra scrittore e potere nella cultura russa degli ultimi decenni, dalla stagnazione alla perestrojka, dalla Russia di El’cin a quella di Putin.

Il primo, Letteratura russa contemporanea di Mario Caramitti (sottotitolo – appunto – La scrittura come resistenza), uscito da Laterza, farà la gioia di molti, specie di coloro i quali vogliano accostarsi al mondo letterario russo dall’interno, facendosi strada nel suo coacervo di carne, midollo e liquidi. Chiuso in sé e incurvato, quasi volesse difendersi dal mondo in una corazza a mo’ di testuggine, pronto a nascondere la testa, ma capace di non lasciare la presa quando la sua mandibola afferra qualcosa, il libro di Caramitti non ha il respiro della storia letteraria (non è certo un manuale, privo com’è di apparato e di un impianto «didattico e scientifico»), ma ha l’acuto sguardo del rapace che individua e afferra quanto c’è di più vitale per poi sezionarlo, spolparlo, mostrarlo in tutta la sua vitale perfezione e poi plastificarlo in una galleria di installazioni.

Le vie clandestine del samizdat

Ed ecco sfilare una sequela di opere e autori in un lasso di tempo reso convenzionale dalla precipua percezione dello scorrere russo dei giorni e degli anni: il bezvremen’e, l’assenza di tempo, della stagnazione brezhneviana, quando la scrittura è destinata a restare esercizio ignoto, quasi monastico, o diffuso per le vie clandestine del samizdat, per giungere agli anni dell’implosione del regime e poi oltre fino alla nuova Russia Continue reading »