Feb 212013
 

di Davide Racca

“Conosco soltanto la terra promessa, mi dici / – è adesso, è fatta di parti perdute, è fatta di parti / in cui la vita che non vive è vinta.” Così dice “la poesia di uno che scorda / di uno che ricorda strano”, quella di Cristina Alziati in Come non piangenti (ed. Marcos Y Marcos, 2011, pp. 103, euro 14,50). Qui, in questo libro, la storia è ora una miracolosa epifania di natura, una cosa innocente, pulita, un odore d’infanzia; ora, prende le sembianze di quel mostruoso essere nichilista dalla “s” maiuscola e dal distruttivo fiato al fosforo; ora è una tragedia individuale. Ma, scrive l’Alziati: “Non ti confondi, una è la storia / che ci crepa. E dentro quella, dentro / ciascuna ora del mondo senti / gemere il tempo del tempo che resta.” L’incombere di un evento più grande travolge improvvisamente una piccola vicenda quotidiana, piegandola; ma, allo stesso tempo, ne accresce l’intensità dell’io, facendone punto radiante di coscienza e senso, umile sonda di parola che dice di sé: “dentro il sedimentarsi delle piccole / cose, e delle grandi, sono / l’anima ingombra del loro farsi mute.” Ed è qui, in questo ammutolire delle cose, che si colloca “Sofia”, un nome di persona, la piccola figlia del poeta, il senso ingenuo e tenero della vicinanza, o il nome della conoscenza che arriva rivoluzionaria, come un verso di Ernesto Cardenal, nei momenti più bui, incidendo sulla fronte un profondo “mierda a la muerte”. Continue reading »

Jan 262013
 

Massimo Gezzi

Prima di Il professor Fumagalli e altre figure (Mondadori, € 16), Giampiero Neri – che ha appena ricevuto il Premio Tirinnanzi alla carriera – aveva pubblicato una raccolta intitolata Paesaggi inospiti (2009). I due titoli suggeriscono perfettamente le due sfere di realtà che la scrittura a doppio fondo di questo poeta essenziale e misurato sonda da sempre: di qua il Teatro naturale (altro titolo di un libro del 1998), con le sue forme animali e vegetali allo stesso tempo quiete ed enigmatiche, affascinanti e altre; di là le figure umane tenacemente impresse nella memoria, con il loro alone insieme familiare e perturbante che continua a pulsare e a significare nel presente. Le prose-poesie che Neri raccoglie in queste pagine (per lo più inedite, in qualche caso provenienti da un altro esperimento in prosa pubblicato nel 2005 da Lietocolle sotto il titolo di La serie di fatti) somigliano molto al suo protagonista: “L’andatura del professor Fumagalli era piuttosto eccentrica, forse dovuta a un remoto incidente di gioco. Fumagalli era un uomo singolare”. Con andatura analogamente eccentrica, il libro di Neri si compone per lo più di brani in prosa articolati in paragrafi ‘sintattici’ che raccontano di personaggi insoliti, arguti, talvolta enigmatici, quasi sempre scomparsi e dunque tenuti in vita dalle pagine dell’autore. Al professor Fumagalli, oratore da bar dalla battuta brillante, si affiancano figure di scrittori e artisti amati: primo fra tutti il fratello di Neri, il romanziere Giuseppe Pontiggia, di cui il poeta fu primo lettore e critico; poi l’architetto Terragni, amico del padre; il poeta maceratese Remo Pagnanelli, suicida nel 1987, cui sono dedicate due delle pagine più belle del libro; o ancora il pittore Vaglieri o il poeta Gentilucci. Tutti questi personaggi, però, interessano non tanto per la loro dimensione intellettuale o artistica, quanto per un gesto, una frase, un silenzio improvviso che Neri cattura e interroga, e che non si differenziano da quelli analoghi di uno zio negoziante di vini, un cugino, un amico d’infanzia. Verrebbero in mente certe pagine di Tozzi (di Bestie, per esempio), non fosse che Neri preserva le sue ri-apparizioni da qualsiasi deformazione allucinata: il tic nervoso del giocatore argentino Oscar Massei, protagonista di uno dei testi, o il signorile distacco del tennista Courier, che nella pausa tra un game e l’altro si immerge in un libro, richiamano di più, semmai, certi curiosi personaggi delle prose di Montale, ricordate per altro con ammirazione in una pagina del libro. Continue reading »

Sep 262012
 

                                                                                                                          Giampiero Marano

C’è qualcosa di involontariamente tragico nel “trionfalismo” con il quale, durante gli anni Novanta, è stata accolta la poesia ritornata all’affermazione di una «parola integra, portatrice (…) di una più piena vitalità e visibilità umana» (1). Continue reading »

Sep 262012
 

Massimo Gezzi

«La nuova raccolta di una delle voci più amate della poesia contemporanea affonda nelle sue radici e spicca il volo», recita la quarta di copertina del sesto libro organico di Fabio Pusterla (1957). E certamente la dialettica alto-basso, o meglio volo-caduta, funge da asse insieme tematico e strutturale attorno a cui cresce questo Corpo stellare (Marcos y Marcos 2010), che già dal titolo rivela il suo profondo motivo d’essere: quello di costituirsi, cioè, come libro interamente «tragico» (Raffaeli), stratificato, capace di tessere complesse relazioni tra dimensioni opposte del reale. Il titolo ricorda limpidamente quello dell’ultima e notevolissima raccolta di Vittorio Sereni (Stella variabile, 1981), uno dei sicuri maestri di Pusterla, così come uno dei versi più celebri di quel libro («Guidami tu, stella variabile, fin che puoi») è alluso da un distico di Abbozzo degli aerei e delle ali, una delle poesie più belle di Corpo stellare: «Un’altra stella, / dunque, che adesso ci chiama e ci guida?». Ma la stella di Pusterla è, appunto, anche un corpo, e il “tu” a cui egli si rivolge nella poesia eponima si incarna di volta in volta in una parola, in un «vento / di foglie e primavere» e nella «voce del cervo / vivo e ferito a morte». Come dire che questa poesia, arrivata all’apice – io credo – della sua maturità, si incarica di significare insieme la dimensione terrestre, problematica e imperfetta dell’essere umani (o semplicemente dell’esistere), e lo slancio, di natura quasi utopica, che a essa si accompagna, e che l’explicit dell’ultima poesia definisce con tre termini rischiosissimi ma in fondo necessari: «ancora un po’ di memoria, / ancora un po’ di speranza, di amore». Continue reading »

Sep 082012
 

Silvia De March

Il titolo può dissuadere. La pubblicizzazione, firmata dall’Associazione Erinna (donne contro la violenza alle donne), pure. La scarsa o nulla distribuzione delle edizioni Polìmata incentiva a desistere.
E’ improprio circoscrivere l’impegno letterario dell’autrice alla denuncia sociale. La raffinatezza della scrittura colloca la raccolta tra le letture più piacevoli e sorprendenti in una stagione di produzione poetica piatta.
La dedica (a chi ho preso la parola / alle loro figlie) svela un’operazione di ascolto che s’inscrive in un orizzonte propriamente di verità. Una realtà più autentica si svolge in queste Cronache tratte da strade, scalini e verande, ovvero interni, esterni e interstizi intermedi. I componimenti si susseguono in Sfilate come indica una seconda intestazione alla raccolta: i fatti a sinistra, sintetizzati da rastremate coordinate del luogo e del modo del misfatto, disposte in suggestiva dinamica col vuoto; le colpe a destra, in una pagina dedicata alle testimonianze raccolte in veri e propri testi poetici.
Le donne nel mezzo sono soggetti ed oggetti della narrazione, che coglie l’accaduto in medias res oppure a posteriori e si svolge attraverso formule colloquiali. Non ci sono dialoghi: i monologhi si rivolgono spesso ad una seconda persona che non risponde; i componimenti che invece assemblano più di un punto di vista non realizzano un’interazione reciproca, fanno semplicemente coesistere estraneità già irrimediabilmente scisse. Continue reading »

Sep 012012
 

Marco Mazzi

Il linguaggio – il movimento incessante di strutture che serve a fabbricare e a riconoscere i rapporti logici o di subordinazione di variabili concettuali, funzionali o rappresentative di una progressione formale – non sempre procede di pari passo alla coscienza estetica di un’epoca. Accade così che il linguaggio, che solitamente si definisce «letterario», tragga il proprio valore dalla pesantezza delle sedimentazioni, degli empirismi, dal brusìo delle fluttuazioni del gusto e delle designazioni politico-filosofiche, che si annunciano in funzione di una coesione focale e di un universalismo recessivo di scarso contenuto teoretico e ideologico.

Alessandro De Francesco, fra gli artisti più rappresentativi e più prolifici di una generazione minacciata dall’accumulo di proposte astratte e soggettive, tenta di far fronte alla generale carenza di categorie estetiche attendibili, e si muove rispettando una rigorosa continuità con il passato artistico (basti pensare alle grandi esperienze del concretismo e dell’arte concettuale) che, unita a una nuova coscienza operativa, tanto sovversiva quanto problematica, è in grado di trascendere formalmente gli esiti terminologici delle avanguardie e delle neo-avanguardie, per un ulteriore decorso dell’oggettività rappresentativa. Continue reading »

Jul 042012
 

Daniele Claudi

«[invece non c’è parola o suono / che si salvi dalla vanità, è tutto / un fumo di varianti, di ripetizioni. // invece le cose accadono e, / a pensarlo con una certa disperazione, / scovata in una pausa di peristalsi, / in un attimo di sordità, / la vita da vivere, poi, si fa più breve]». Ecco, l’esperienza poetica di Giuliano Mesa (1957-2011), ora disponibile in questo volume dalla copertina così silenziosa (semplicemente bianca con le scritte, come è in uso dall’editore) ha – au contraire – tutto il sapore di una vittoria… Di una vittoria e di un paradosso, se davvero il poeta ha avuto ragione del corpo a corpo con la lingua per costringerla a parlare dal vuoto. Col tempo l’obiettivo di Giuliano Mesa è stato infatti una semantica del suono – al modo di Samuel Beckett – organizzata, ad esempio, con parole ‘vuote’ come i deittici e con figure cristalline di paronomasia, così da rovesciare lo stallo e rilanciare il collegamento tra discorso e mondo. Ma a spiegarlo è lo stesso Mesa: «qualcosa è suono dopo suono / che si forma, / frangia di profitto, / schema di aorte ipertraenti, / lucido ludico, per donare / ancora un’ora / al magistero del proficuo // […]». Ed ecco poi un esempio più aderente al modello: «è come se andarsene non fosse che questo, / questo restare, e fare ancora un gesto / (è come se dirlo fosse soltanto vero, / e non più vero, ancora, del non dirlo) // […]». Continue reading »

Apr 162012
 

Giancarlo Alfano

Con In re ipsa (2005), il suo libro precedente, Marzaioli aveva mostrato un’accensione sonora, o meglio ritmico-sonora che tendeva a racchiudersi nella misura di pochi versi, per lo più brevi. Ne sortivano rimartellamenti su cola alternativamente minimi o eccedenti la misura del verso, con effetti di rima al mezzo, come in questo caso: «Chiome. Chi osa violare? / Chi o meglio cosa se non / interferenze, vene chiamate / a ferire? (l’inferno è sempre / sotto, verde ben raccolto)». Se poi l’ultima sezione accoglieva invece tre componimenti lunghi (Riflesso, Vene, Verso), identica restava l’insistenza fonica, irrobustita però in questo caso da una struttura sintattica allo stesso tempo solida e volubile, agglutinante a spirali e battuta su di un tempo tutto suonato in semibiscrome («Ed invertendo viene neve nel / vento, gelida vira, sviene, risale / e viene ancora, e ancora ve ne / fosse ad invernare [...]»). Con Quadranti le scelte espressive sono in parte mutate. Intanto non più versi, ma prosa, lasse compatte e di solito assai brevi, con la punta massima di una mezza paginetta. Ne deriva un rallentamento del ritmo, che però resta elemento cardinale del tessuto compositivo. Ma è forse nell’articolazione sintattica che maggiori sono i cambiamenti, se è vero che essa tende a farsi sostegno di un andamento concettuale che si mostra, sia pure tra sincopi e crasi, più raziocinante. Un breve esempio: «Meglio scarnificarsi, dettagliato. Tutto di taglio in uno, concentrarsi. Così per aderire all’altro, con incastro. Uno per ogni altro nelle ossa». Continue reading »

Apr 132012
 

Paolo Donini

Se si osserva una carta geografica dell’Italia tra Veneto e Lombardia si può notare che Schio si trova pressoché di fronte a Salò, a meno di cinquanta chilometri in linea d’aria. Una frontalità topografica effettiva quanto pretestuosa se una sinapsi, scattata dalla misteriosa facoltà veritativa delle parole, non intervenisse a motivarla. Il riferimento è a una delle ultime scene del film Salò di Pier Paolo Pasolini. Nella sequenza il carnefice osserva le crudeltà compiute in uno sterrato a danno delle vittime legate e semisepolte nel terriccio. A un tratto l’osservatore si volge all’aiutante, in piedi lì accanto, ne verifica con mano l’eccitazione e approva. Il nesso sadico tra efferatezza e sesso è la linea che dall’ultimo film di Pasolini, attraverso il nome Salò, in una versione momentaneamente attenuata e venale, varca il piano simbolico e passando per la città concreta di Salò giunge a quella di Schio, dove Stefano Guglielmin vive e dove ha scritto la sua ultima raccolta C’è bufera dentro la madre. *
Si tratta di un poemetto per stazioni numerate e progressive, una serie che procede in un testardo in avanti di cui soltanto la trentaquattresima stazione ventila un’inversione:

se dalla luna, lui, portasse indietro un grammo di ragione
o il suo lume. se studiasse i modi finiti e infiniti di spinoza
e vi scavasse dentro una pozza di vita vera. se insabbiasse
il perno che lo lega alla pancia del denaro. se ogni tanto
si girasse come l’angelo di klee. se inorridisse. Continue reading »

Mar 302012
 

Niccolò Scaffai

Talvolta chi vive in due luoghi, o chi per lavoro si divide tra due paesi non si abitua del tutto né all’uno né all’altro, cosicché anche i gesti e gli oggetti familiari richiedono una continua riscoperta, una reinvenzione che ne fissi la consistenza e la successione, fino al viaggio successivo. Il nuovo, notevole libro di poesie di Massimo Gezzi, già autore di Il mare a destra (2004), mette appunto in luce la situazione dislocata di un soggetto per il quale l’hic e il nunc non sono dimensioni di effettiva presenza, ma fulcri teorici di un’esistenza centrifuga. Il titolo della raccolta e della sua prima parte, L’attimo dopo, così come quello della quinta e ultima sezione, Poco prima, sono in tal senso rivelatori. Continue reading »

Mar 032012
 

Francesca Matteoni

Il Chott el-Jerid è un deserto, un lago salato, agglomerato di sabbie e cristalli rocciosi. Ma alla prima pagina dell’intensissima opera poetica di Andrea Raos che qui si ambienta, sapremo di entrare in un luogo privato/perduto, una casa inospitale in cui le concrezioni minerali escono come da sotto le palpebre, dalla saliva, da un rumore nel ventre. Il libro alterna prose a brevi poesie, dove l’allitterazione, le assonanze creano una nenia struggente che culla il lettore in quella zona d’ombra dell’amore quando si fa geografia dell’assenza e del desiderio (Come vado via dalla vita / così esco da te, tintinno piano). In questa desolazione si muovono poche figure emblematiche: l’io e il tu di una storia, paralizzato il primo in una distanza che sembra non aver allontanato o sanato nulla (mi inabisso nei miei mali / come spine inorgoglite del palmo), interlocutore muto il secondo; i cani, del titolo, presenze infernali e tuttavia inermi; un uccello del deserto, il sirratte, quasi proiezione sciamanica dell’io mandata in avanscoperta, ma anche e soprattutto incarnazione di quella parte di noi indifferente alla sofferenza, che ci fa dubitare della sincerità di ogni nostro sentire. Se questa lingua poetica affonda e ferisce, infatti, non è per la sua capacità di prendere atto del dolore, ma, al contrario per l’arrendersi a quello stato spiacevole di inadeguatezza alle passioni, per la sua discesa lenta in un limbo di immobilità, in cui i sentimenti per essere accolti devono scandirsi nell’elencazione di elementi – piante, oggetti, parti e secrezioni del corpo, che tornano circolarmente gli uni sugli altri, come una litania, una costrizione al vero, a quel poco di sensibile che resta. Continue reading »

Jan 302012
 

di Massimo Gezzi

«L’esperienza è la messa in questione (alla prova), nella febbre e nell’angoscia, di ciò che un uomo sa del fatto di essere». Così scriveva Georges Bataille nelle prime pagine dell’Esperienza interiore (1943) e così, semplificando un po’, potremmo definire questi Materiali di un’identità di Mario Benedetti (Transeuropa 2010), libro spurio e composito che segue l’enigmatico Pitture nere su carta del 2008. Partendo dal pensiero di Bataille e dell’amato Michelstaedter, nonché dai versi e dalle esperienze umane e tragiche di Apollinaire, Rilke, Celan, Salvia, Benedetti compone in queste pagine un mosaico di riflessioni, versi inediti, prose o materiali ibridi come l’intervista, disponendoli in una forma al contempo conchiusa e inafferrabile, in un progetto che nega se stesso nel momento in cui si realizza. Lo sfondo teorico da cui emerge questo libro è da una parte, dunque, il concetto di dépense di Bataille (l’erotismo e la poesia – e per Benedetti tutti i Materiali che compongono questa opera – come sacrificio di sé o della parola nel dispendio improduttivo); dall’altra la «pretesa dell’assoluto» di Michaelstaedter che conduce alla persuasione, distruggendo le illusioni della rettorica, prima fra tutte l’«illusione della persuasione». Continue reading »

Jan 252012
 


Niva Lorenzini

Mi si chiede di tanto in tanto di indicare quel che penso della poesia che si produce in questo difficile, protratto avvio degli anni 2000 (e siamo già al 2011, con un decennio abbondante alle spalle), e ogni volta mi trovo a rispondere che è la poesia dei giovani o giovanissimi quella che più mi interessa. Ne sono sempre più convinta.

Sufficientemente lontani dai nonni, dai padri, dai fratelli maggiori, che però hanno letto e metabolizzato a dovere, sufficientemente esperti di ciò che capita nell’orizzonte italiano e internazionale, sufficientemente pratici del rapporto tra diversi linguaggi espressivi, che spaziano dalla letteratura al cinema, dalla musica al fumetto, dalla filosofia alla scienza alle arti, la loro scrittura è spesso spiazzante rispetto a categorie in auge ancora a fine Novecento, e resta in buona parte da indagare. E’ una scrittura tutt’altro che naïve, tutt’altro che immediata e irriflessa, tutt’altro che ‘innamorata’ della parola, sia che interferisca con la prosa (non lo scrivo a caso, sto proprio pensando alla Prosa in prosa di Inglese, Bortolotti, Broggi, Giovenale, Zaffarano, Raos, e a molti tra i testi antologizzati nel recente spoglio dei Poeti degli Anno Zero presentato da Ostuni sul numero 30 della rivista “L’illuminista”), sia che si dia parcellizzata in versicoli mutili, in schemi contratti pronti a disgregarsi. Continue reading »