Niccolò Scaffai
Non mancano, tra i libri sulla poesia moderna e contemporanea usciti negli ultimi anni, ottime raccolte di saggi e pregevoli antologie spesso arricchite da ampie trattazioni su autori e periodi, talvolta anche ben annotate. Ciò che mancava - e pour cause – era un libro appositamente ideato e organizzato per affrontare a viso aperto la storia e la collocazione del genere lirico nella letteratura e nella società moderne. Uno studio, cioè, da affiancare idealmente agli ormai storici Da Baudelaire al surrealismo di Raymond e La struttura della lirica moderna di Friedrich. Sulla poesia moderna di Guido Mazzoni è un libro che, per ambizioni ed esiti se non per metodi e conclusioni, si dispone nella schiera aperta dai primi due.
Mazzoni, già allievo della Normale di Pisa, insegna all’Università di Siena; si direbbe che, nel suo secondo volume (il primo, Forma e solitudine, è uscito da Marcos y Marcos nel 2002), confluiscano le attitudini migliori delle due scuole: l’approfondimento degli aspetti formali e la loro giustificazione in rapporto alla tradizione e alla società.
Il libro è articolato in quattro capitoli (I. La rete dei concetti, II. Un testo esemplare, III. Una storia delle forme, IV. Lo spazio letterario della poesia moderna), preceduti da un’ampia introduzione teorico-programmatica (Le forme dell’arte e la storia degli uomini) e seguiti da una conclusione sopra La poesia moderna come forma simbolica. Ne risulta un volume di proporzioni esatte, calibrato per mettere in risalto problemi e direzioni di ricerca più che per tentare sistemazioni (necessariamente provvisorie, in un campo come questo, e spesso troppo vincolanti). Continue reading »
Marco Giovenale
Dopo un lavoro di oltre dieci anni di ricerche, viaggi in Italia, traduzioni, revisioni e confronti, letture e dialoghi, studio delle poetiche e della critica, consultazioni e raffronti in archivi, Jennifer Scappettone offre al lettore anglofono una straordinaria messe di testi di Amelia Rosselli, sotto il titolo complessivo (e rosselliano) di Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli, che l’editore (Chicago University Press) ha il merito di aver accettato di pubblicare con testo a fronte, permettendo dunque al volume di continuare il dialogo interlinguistico (anzi il nodo di dialoghi) che di fatto già è una radice forte dell’immaginazione e della poesia rosselliane.
Scappettone, poeta lei stessa (principalmente in inglese), e autrice in grado di dominare e intendere in ogni sfumatura l’italiano ereditato e vissuto, è la traduttrice ideale di una scrittura densa e internamente/intrinsecamente molteplice come quella di Rosselli.
Locomotrix, dopo un’Introduzione attraverso cui la curatrice affronta un’attenta, dettagliata disamina del percorso biografico dell’autrice, scandendolo con puntuali interpretazioni dei libri di volta in volta usciti, presenta Continue reading »
Niccolò Scaffai
«Nei momenti in cui Roma ti vivo / come una gran quadreria»: sono versi emblematici del nuovo libro di poesia di Franco Buffoni (Roma, Guanda «Fenice contemporanea» 2009, pp. 175, euro 13,50). Il succedersi delle undici sezioni del volume segue infatti il percorso di una contemporanea flânerie attraverso le strade di Roma e i suoi paraggi, nel «segno di Caravaggio e Sandro Penna» (così Buffoni nella nota finale). Lo sguardo del protagonista, il «vecchio longobardo assente» cui è intitolata l’ultima sezione, scruta la contingenza in prospettiva, sovrapponendo spesso alla realtà una silhouette artistica. Così, la dinamica dei corpi può fissarsi in un modello statuario («Salgono al podio sei polpacci d’oro / D’argento e di bronzo, / La conchiglia rigonfia»), come nella prima sezione, Quella stellata sopra il Foro Italico; gli abiti possono fornire ai personaggi un pedigree figurativo: «Dalle scapole sui fianchi un cameriere / Umbro rurale / Buono a reggere alabarde al Perugino». L’effetto è amplificato dalla complicità allusiva dei riferimenti: al Leopardi del Canto notturno («E io che ddevo sognà, dimme che ddevo?»); o al Montale dei Mottetti («Poi brina sui kleenex caduti»). Manipolazione, più che ironia, che si apprezza nei versi perfetti in cui Buffoni mescola inglese e italiano, con un uso quasi camp della metrica: «Toni is a girl contenta del bikini», «Mentre scendono in tribù tre go-go boys». Continue reading »
Le inospitali storie di Jahnn
Michele Sisto
Nella sua autobiografia recentemente tradotta in italiano (Guerra senza battaglia, Zandonai) Heiner Müller racconta di un viaggio in taxi, a Berlino Est nel 1959, insieme allo scrittore antifascista Ludwig Renn e Hans Henny Jahnn, allora sessantacinquenne. «Naturalmente mi interessava soprattutto Hans Henny Jahnn», precisa. Dall’incontro non ricava molto, se non, dopo essersi acceso una sigaretta, una reprimenda a due voci su quanto il fumo faccia male alla salute. Ma dietro la consueta, beffarda impassibilità con cui l’aneddoto viene riferito, traspare l’eccitazione del giovane scrittore, appena premiato per lo Stakanovista, che ha l’occasione di conoscere un maestro.
Jahnn: «Uno dei maestri segreti della prosa del Novecento» lo definisce sul risvolto di copertina Domenico Pinto, che cura l’edizione di queste 13 storie inospitali (nonché la coraggiosa collana ‘Arno’ che le ospita per i tipi di Lavieri). Jahnn l’espressionista: che nel 1923 aveva esordito col crudo dramma Pastor Ephraim Magnus, messo in scena dal giovane regista Bertolt Brecht. Jahnn il modernista: che con il romanzo fiume Perrudja, pubblicato nel 1929, era stato tra i primi a proseguire la rivoluzione joyciana in lingua tedesca, suscitando l’entusiasmo di Alfred Döblin. Jahnn l’inclassificabile: che nelle duemila pagine della trilogia Fluß ohne Ufer (Fiume senza rive), uscita nel 1949-50, si propone nientemeno che di inaugurare un nuovo principio di rappresentazione romanzesca, costruendo i personaggi non sulla base di un «carattere», la cui coerenza considera del tutto fittizia, ma come contraddittoria manifestazione di una natura innanzitutto corporea, come «risultato di un’attività secretiva». Hans Henny Jahnn (al secolo Hans Henry Jahn), dove Henny è il diminutivo Henriette: che è noto e apprezzato solo da una ristretta cerchia di scrittori e per il resto gode di pessima fama («Non assomiglio per niente a quel che si dice di me», scrive nel ’32). Ed è proprio per questo che Müller fa le viste di preferirlo – «naturalmente» – all’(allora) assai più celebre quanto convenzionale Ludwig Renn. Jahnn è uno scrittore scandaloso. Continue reading »
Zanzotto: un poète généalogique
Philippe Di Meo
Andrea Zanzotto s’est éteint le mardi 18 octobre en fin matinée à l’hôpital de Conegliano où il avait été admis trois jours plus tôt pour insuffisance respiratoire, soit exactement huit jours après avoir fêté son 90e anniversaire. Avec lui disparaît un des poètes les plus originaux de son siècle. La critique italienne tient en outre généralement son œuvre pour la plus novatrice depuis celle de Leopardi. Jugement que corroborent implicitement de nombreuses traductions. Cependant, largement reconnu son travail demeure malgré tout aujourd’hui encore mal connu. On l’a malheureusement souvent interprété en ayant recours à des catégories interprétatives inadéquates. Le terme de “maniérisme”, éminemment historiciste, élaboré au XIX° siècle par le critique hégélien De Sanctis afin de valoriser les œuvres fondatrices de la tradition poétique et littéraire italienne, Dante et Pétrarque, a souvent été mis à contribution. Quand, précisément, la poésie d’Andrea Zanzotto bouleverse le bel ordonnancement de l’histoire littéraire occidentale à travers l’italienne. Continue reading »
Stase – Italie 1975-1985
[Un saggio ritrovato di Jean-Charles Vegliante, o della visione francese dei nostri anni ’80]
Jean-Charles Vegliante
… or lui apparut je ne sais quoi de noir,
nuage ou terre ? Dans un éclair vaincu
par l’aube douce…
G. Pascoli, Le sommeil d’Odyssée
Toi qui me lis tu le savais, il n’y a pas de retour possible. Parfois, un instant, dans un éclair nous apparaît le territoire dévasté d’un autre âge ; illusion de la pensée qui croit se souvenir. Ou ce que l’on croit saisir convulsivement dans l’endormissement d’Ulysse (non sapea che nero…), vapeur déjà disparaissante. Ces pages, massacrées par l’éditeur d’un catalogue (Nice, 1985), ont bien sûr jauni, mais justement : les contours essentiels n’en apparaîtront que mieux à distance. Peut-être. J’essaie de réarpenter en tout cas cette contrée d’un temps révolu. Scriptor, je recopie.
« En ce qui concerne la poésie – ou plutôt, disons tout de suite – les poésies italiennes de la décennie 1970-1980, tout au plus pourrait-on rappeler que s’y inscrivent en creux, dans leur attente, les éditions en volumes des Poesie (Poèmes) de Pasolini et de Tutte le poesie (Poésies complètes) de Penna, 1970 : célébrations, déjà. Dans la sidération qui suivit 1968-69. En revanche, le léger déplacement des curseurs, de 75 à ’85, offre peut-être une vision plus articulée – non pas, certes, homogène – où se dessine davantage que notre propre reflet au miroir. Cela pour mettre en garde, d’emblée, contre l’image-repoussoir si souvent proposée des ‘choses italiennes’, tantôt presque annexées, tantôt brandies dans un miroir déformant, que l’on serait tenté d’oublier qu’une histoire, une culture, une langue surtout (et des langues) nous en séparent, aussi proches et différentes que le bien connu autre côté.
Dix ans, cette durée moyenne d’une ‘génération poétique’ semble pour une fois s’imposer assez naturellement, car 1975 aconstitué pour l’Italie une année charnière*. D’un point de vue très général, on y verrait passer la ligne de partage des eaux entre le dernier espoir de subversion marxiste de la société (1968 et alentours) et la résignation secouée par les bombes des années de plomb (triomphe de ce que Pasolini avait nommé « nouveau fascisme »). L’assassinat de Pasolini lui-même – c’est-à-dire, avec tout ce que les media pouvaient y injecter de douteux, mais que l’intéressé avait sciemment accepté, du Poète – va laisser sans voix d’autres ‘parlants’, peu tentés par la reprise du sort de bouc émissaire. Seul Montale, hors d’atteinte, continue de subir en marmonnant les sollicitations les plus variées (mais il n’a jamais été très loquace)… Certains avant-gardistes par exemple, proches des Novissimi et de l’ex-Gruppo ’63, vont désormais se taire ou presque. La même année, d’ailleurs, voit paraître une lecture neuve de ces expérimentations récentes, les tirant à bas de leur piédestal langagier quelque peu désincarné, en incitant à une réévaluation des plus robustes d’entre elles (Pagliarani), sous le titre révélateur de Realismo dell’avanguardia (Réalisme de l’avant-garde, W. Siti, à son corps défendant). C’est justement de réalisme occulté, ou plus exactement de réalité (des référents) qu’il s’agit, dans la sélection sévère à laquelle se livre alors Majorino sur les trente années du second après-guerre : Poesie e realtà ’45-75 (Poésies et réalité : l’ouvrage paraîtra seulement deux ans plus tard chez l’éditeur Savelli). La période des illusions nées de la Résistance et de son mythe, des ‘belle bandiere’ dont Pasolini osait ricaner, est bel et bien close. Les plus jeunes, on peut le croire, lui avaient déjà tourné le dos. Continue reading »
Dialoghi sulla prosa: Maurizio Cucchi
Maurizio Cucchi con Alessandro Broggi e Italo Testa
Qual è la tua idea della prosa? Come si definisce il tuo approccio alla prosa, rispetto alla questione dei generi, e in considerazione del fatto che il tuo romanzo, Il male è nelle cose, precede l’esordio poetico (e quindi un discorso sulla prosa, che si interseca con la scrittura poetica, era presente già dall’inizio del tuo percorso)?
Per quanto mi riguarda, quando ero ragazzo non sapevo molto bene dove orientarmi. Il romanzo è stato scritto nel 1965, quando avevo composto già delle poesie… Ma la storia personale non è importante. Credo molto nel superamento dei generi, anche perché viviamo in un momento storico in cui la narrativa sembra essere molto più orientata verso l’intrattenimento e, di conseguenza, è una proposta bassa dal punto di vista culturale. Credo invece che certi livelli alti di narrativa italiana, come quelli offerti da Gadda e Tozzi, potrebbero essere tranquillamente ricompresi sotto una definizione generale di “poesia” in senso lato. Negli anni Sessanta in Francia su questo si teorizzava molto, attraverso ciò che si definiva écriture, a mio avviso un tentativo molto importante, perché cercava di superare uno dei nodi della poesia del Novecento, vale a dire la metrica. Mi sembra che molto spesso si vada avanti con la versificazione, con l’uso del verso, più per inerzia che per una motivazione forte: e non è certo il recupero del verso tradizionale che può risolvere questo problema, perché la ripresa del verso tradizionale oggi è più che altro un citazionismo che fa diventare avanguardia ciò che una volta era tradizione depositata. Continue reading »
Alfonso Berardinelli con Italo Testa
1) Qual è la sua idea della prosa? Come si definisce il suo approccio alla prosa (anche rispetto alla questione dei generi)?
Le definizioni vengono meglio e sono più chiare se procedono per comparazione. La prosa, rispetto alla poesia, sembrerebbe avere meno regole: non si va a capo, non si devono avere buone ragioni per tagliare i versi, non si è spinti a inventare metafore e a moltiplicare gli artifici e le figure retoriche ecc. Ma più precisamente si dovrebbe dire che la prosa ha regole diverse: chiarezza, razionalità, una certa più naturale discorsività, meno inversioni sintattiche, più idee che metafore, più dati e fatti che immagini e visioni… Naturalmente esistono diversi tipi di prosa: quella didascalica, impersonale dei trattati e dei testi didascalici, quella più soggettiva, informale e mista, retoricamente movimentata, della saggistica vera e propria, e poi la prosa propriamente narrativa. I generi poi sono spesso in concorrenza, o collaborano e si mescolano un po’. La prosa delle Operette morali, per esempio, ingloba poesia e filosofia, la prosa d’arte antica (la “Kunstprosa” analizzata da Eduard Norden un secolo fa) e un certo allegorismo illuministico. I saggi di Orwell sono spesso, almeno in parte, narrativi e autobiografici. Lettere luterane di Pasolini e Palomar di Calvino hanno un rigore, una misura stilistica che fa pensare alla poesia… Continue reading »
Roberto Galaverni con Italo Testa
ITALO TESTA. Vorrei prendere le mosse da due affermazioni dal valore teorico e fortemente programmatico che fai ne Il poeta è un cavaliere Jedi, quando sostieni che «in letteratura puntare sulle ragioni del dentro, che sono sempre ragioni di accrescimento, è l’unica strada per dire qualcosa di efficace e persuasivo e in sostanza vitale sul fuori» e ancora dove scrivi de «la poesia come luogo non tanto di risoluzione quanto di tensione, di contrasto e di mediazione mai pacificata dell’io e del noi, che è poi la relazione vitalissima che viene lanciata in apertura della Commedia». La dialettica in sospensione tra dentro-fuori e io-noi sembra essere il punto di osservazione da cui guardi costantemente nei tuoi saggi al fenomeno della poesia nei suoi molteplici svolgimenti all’interno della tradizione poetica e a partire dal quale inquadri anche il problema della resistenza e della trasformazione dell’io lirico. Lo stesso fatto che, nonostante il tuo empirismo poetico, non rinunci a parlare della poesia al singolare (Una difesa della poesia è significativamente il sottotitolo del tuo libro), mi sembra intrecciarsi in modo singolare con l’adozione di questa angolatura. Potremmo così dire che la tua difesa della poesia è anche una difesa della dimensione lirica della poesia e delle condizioni dinamiche che la rendono possibile?
ROBERTO GALAVERNI. Credo che al fondo della struttura narrativa e rapsodica del libro, vi sia un preciso elemento teorico e speculativo. Almeno così mi pare. Per questo parlo spesso di poesia al singolare. Non dunque per una reificazione a priori della poesia, che lascio a chi ha capito e apprezzato Heidegger più di me, quanto per una semplice operazione di natura concettuale. Da questo punto di vista, nella mia Difesa della poesia esiste senz’altro una tensione interna tra il desiderio di concretezza e d’individualità, quello che tu chiami il mio empirismo poetico, e le ripetute uscite, diciamo così, di natura teorica o assoluta. E questo perché la risposta concettuale riguardo alla conoscenza della poesia vorrebbe essere la poesia stessa, vale a dire, ogni volta, l’evidenza, l’estrema determinazione fisica e di significato delle singole poesie. Come per un procedimento intellettuale curvo, convergente, che non si risolve in un’idea ma in un evento di realtà (poetica). Un libro sulla poesia che si realizza solo perché libro della poesia… Alla sua base sta dunque un paradosso, un’impossibilità, una specie di vocazione tautologica. Proprio per questo, quello che avrei voluto – parlo infatti d’intenzioni, non di risultati – è che anche il mio pamphlet possedesse qualcosa di questa stessa evidenza e concretezza, di questa estrema individualità di presenza. E che di conseguenza tutte le componenti del libro, anche le affermazioni, i proclami e le risultanze più generali, non potessero facilmente essere estratte (o astratte) e trasportate via, cioè alienate, dalla sua stessa unità e necessità intrinseca. Dal suo, in sostanza, organismo. Continue reading »
Guido Mazzoni con Italo Testa
ITALO TESTA. In che misura la diagnosi che formulavi in Sulla poesia moderna, in base alla quale la poesia sarebbe stata sottoposta, a partire da un certo momento storico, a un processo di revoca del mandato sociale, riguarda la lirica? Si può distinguere tra poesia lirica e lirica intesa come un’esigenza, un bisogno cui può essere data risposta con mezzi espressivi differenti rispetto a quelli della poesia? E come si lega tutto ciò alla genealogia della forma moderna di soggettività espressiva di cui parli nel tuo libro?
GUIDO MAZZONI. Forse è opportuno chiarire fin dall’inizio il significato dei termini di cui ci stiamo servendo, a cominciare da quello centrale nel discorso – la nozione di lirica. Questa categoria ha subito trasformazioni profondissime. L’accezione più comune nel discorso poetico contemporaneo emerge tra la seconda metà del Cinquecento e la seconda metà del Settecento, quando nasce l’idea che lo spazio letterario sia diviso in tre grandi generi: la narrativa, il dramma e, appunto, la lirica. In questa prospettiva, è lirica ogni poesia in cui un io esprime un contenuto personale in una forma personale. Per la poetica antica, e per le poetiche classicistiche nate sul modello della letteratura greca e latina, la parola ‘lirica’ aveva un significato più ristretto: indicava la poesia cantata al suono della lirica e, per estensione, la poesia che si richiamava ai temi e ai metri che derivavano da quelli della poesia un tempo cantata al suono della lira. Il significato moderno della parola emerge a metà del Cinquecento, ma diventa egemone solo in epoca romantica. Continue reading »
Rino Genovese
La mia idea di partenza è che Pasolini sia, paradossalmente, un fenomeno per molti aspetti non italiano. Certo, alle sue spalle ci sono i nomi ben noti – Pascoli, Gramsci, Contini, Longhi –, ma con la loro semplice mescolanza non si ottiene il cocktail Pasolini. A mio parere Pasolini va considerato uno dei pochissimi critici della cultura, insieme con Leopardi, che l’Italia abbia avuto. E mi pare significativo che, almeno per tutti gli anni Ottanta, ci sia stata una sua ricezione postuma più in Germania che in Italia (Freibeuter, cioè Corsaro, si chiamava una rivista tedesca che cominciò a essere pubblicata poco dopo la sua morte). La tipica dicotomia dell’ultimo Pasolini, quella tra progresso e sviluppo, ricorda infatti molto da vicino un’altra dicotomia della cultura tedesca del primo Novecento (che si ritrova anche in uno scrittore come Thomas Mann, disperatamente calmo e olimpico)[1]: mi riferisco a quella tra Kultur e Zivilisation. Dal primo lato della dicotomia sta l’autentica educazione – la formazione spirituale, si potrebbe dire con espressione un po’ roboante: insomma, nei termini di Pasolini, il progredire in senso morale e civile. Dal secondo lato c’è invece lo sviluppo economico caotico e la crescita di una potenza tecnica che distrugge le basi tradizionali della civiltà, o della cultura, usando il termine sia nel senso della cultura “alta” sia in quello dell’antropologia. Si tratta, come si sa, di una distinzione che rientra nell’ambito concettuale di una critica della cultura di stampo conservatore: fa parte di una forma mentis nostalgica del passato e dei valori della tradizione. Continue reading »