Jun 102013
 

Gian Luca Picconi

Le coordinate estreme della riflessione poetica di Mesa e, di conseguenza, della sua prassi artistica sono state fissate da Mesa stesso nelle righe che seguono: «ci si imbatte in una questione cruciale della letteratura occidentale: il conflitto tra volontà-desiderio di autoannullamento, o di scomparsa, o di socializzazione della creatività – di “morte dell’arte”, per così dire “guidata” […] o di implicita vocazione al “monumento”, per antonomasia statuario e statuale»(1). Poco oltre: «se nell’abbandono dell’arte (reale, non “poetizzato”, non “estetizzato”) si annida un demone teleologico, nell’accettazione del “continuare a dire” può sempre insinuarsi – ed è forse inevitabile – la sindrome (tipica soprattutto del poeta, il produttore letterario più emarginato dal mercato) da ambizione […] al monumento»(2).

Proprio all’interno di questa dialettica (senza soluzione) tra volontà di autoannullamento e vocazione al monumento si muove dunque l’intera opera dell’autore, sia nel suo complesso, sia nei suoi singoli episodi. L’opera di Mesa, e in particolare l’opera poetica(3), costituita da una serie di fondamentali “libri di poesia”(4), incorpora così sia la coscienza dell’impossibilità di un’assoluta compiutezza, sia una determinazione alla perfezione e alla compiutezza “monumentale” (detto in altri termini, a una perfetta chiusura formale). Da subito questa scissione è inquadrata da Mesa entro i confini della categoria, storica al massimo grado, di “letteratura occidentale”: così da dimostrare come una simile problematica non sia un universale ma riguardi una particolare episteme storicamente determinata, la stessa che ospita le riflessioni di Mesa. E proprio questa paradossale autoinclusione (in una sorta di prigione fatta a forma di mise-en-abyme) è la principale causa di una simile dialettica tra compiutezza e incompiutezza. È una dialettica tragica: la letteratura cui si riferisce Mesa ha senz’altro il suo culmine cronologico nell’epoca del modernismo, in cui anche Mesa problematicamente sente di situarsi; e gli autori che più volte ha indicato come canonici per il suo modernismo sono tragici, come Celan, o annullano la distinzione tra comico e tragico facendo in modo che il tragico sussuma il comico (Beckett)(5). Continue reading »

Jun 072013
 

Gian Luca Picconi

La recente pubblicazione di Poesie 1973-2008 (La Camera Verde, Roma 2010, d’ora in avanti P), volume consuntivo di quasi tutto il corpus poetico di Giuliano Mesa, induce a interrogasi su un percorso autoriale eccezionale nel panorama della poesia italiana, e a salutare con gratitudine l’iniziativa di offrire all’intelligenza dei lettori, con evidenza anche fisica, un oggetto per alcuni forse poco noto (nonostante la data ormai alta del suo esordio: il 1978)[1]: la poesia di Mesa.
Per meglio comprendere che poeta sia il Mesa di questo libro, che ne altera ovviamente la fisionomia in modo irrimediabile – e rinunciando da subito a seguire le evoluzioni del suo percorso interno –, si può trarre dalle sue riflessioni poetologiche un quadro, sintetizzabile in pochi punti, di quali principi animino il suo lavoro:
1) La scrittura poetica deve puntare alla dimensione della verità etica: tale dimensione è possibile solo in opere che si tengano giustamente equidistanti da un tipo di scrittura autotelica o eterotelica[2].
2) La verità etica si realizza attraverso un rapporto dialettico con il linguaggio del proprio tempo, in cui il vero non è diventato che un momento del falso: data la capacità di questo tempo di fagocitare ogni forma, Mesa si avvale, per (s)marcare il suo discorso, non di uno stile, ma di stili («”gli” stili di volta in volta ritenuti più consoni»[3]); la ricerca del poeta deve essere anzitutto una ricerca di forme, disincagliata tuttavia dalla ricerca del nuovo a tutti i costi[4].
3) L’arte dev’essere, nel suo rapporto antagonistico con il presente, un’arte non serena (concetto derivato da Adorno[5]). Il suo momento positivo consiste nella rimotivazione delle parole e nella costruzione di forme dialettiche vòlte alla critica del negativo, in cui la dimensione di conoscenza scaturisce (ancora Adorno) dalla sua qualità di enigma[6].
4) La lingua poetica deve pervenire a un azzeramento storico, ridisegnando la mappa del proprio passato[7]. Continue reading »

Jul 042012
 

Daniele Claudi

«[invece non c’è parola o suono / che si salvi dalla vanità, è tutto / un fumo di varianti, di ripetizioni. // invece le cose accadono e, / a pensarlo con una certa disperazione, / scovata in una pausa di peristalsi, / in un attimo di sordità, / la vita da vivere, poi, si fa più breve]». Ecco, l’esperienza poetica di Giuliano Mesa (1957-2011), ora disponibile in questo volume dalla copertina così silenziosa (semplicemente bianca con le scritte, come è in uso dall’editore) ha – au contraire – tutto il sapore di una vittoria… Di una vittoria e di un paradosso, se davvero il poeta ha avuto ragione del corpo a corpo con la lingua per costringerla a parlare dal vuoto. Col tempo l’obiettivo di Giuliano Mesa è stato infatti una semantica del suono – al modo di Samuel Beckett – organizzata, ad esempio, con parole ‘vuote’ come i deittici e con figure cristalline di paronomasia, così da rovesciare lo stallo e rilanciare il collegamento tra discorso e mondo. Ma a spiegarlo è lo stesso Mesa: «qualcosa è suono dopo suono / che si forma, / frangia di profitto, / schema di aorte ipertraenti, / lucido ludico, per donare / ancora un’ora / al magistero del proficuo // […]». Ed ecco poi un esempio più aderente al modello: «è come se andarsene non fosse che questo, / questo restare, e fare ancora un gesto / (è come se dirlo fosse soltanto vero, / e non più vero, ancora, del non dirlo) // […]». Continue reading »

Aug 292011
 

marco giovenale

 

l’architettura di 1, 6, 7 è – in qualche modo – a ponti aggettanti : un primo testo si proietta sulla sequenza di sei, il cui settimo brano è anche l’intera serie conclusiva (di sette poesie). questo, per due volte. il libro vive tanto della propria struttura matematica (ogni numero dona e riceve necessità dal/al seguente-successivo) quanto della sua proiezione in necessità sonora, che è pienamente semantica. gli attriti sillabici sono senso.

la vicenda testuale sembra non organizzare racconto. non è così. è proprio da una noce/chiusura narrante – indice e vettore poi di mito – che tutto prende avvio: da Celan, Phlebas-Tiresia fatto muto dall’acqua, in acqua scomparso, andato, in cammino. il suo fluttuare cieco – necroglossia, luce – è il testo.

le sette e poi sette onde sequenziali del testo di Mesa portano la voce dell’indovino – la sua totale chiarezza di sguardo – a insistere su forma e nome del dolore, sul segno inflitto alla materia. riaffiorante,  gettato, spento, non spento. infine la morte è linguaggio. (qualcuno ascolta). (e, anche, decifra l’identità del naufrago).

il “taci” non è esortazione al buio ma semmai chiusura-inizio della parola iterante, non orante, semmai oracolare in quanto non si nega sguardo e testo. come ogni interrotto/riavviato necessario nastro di Beckett dètta.

 

marco giovenale