Aug 132012
 

 Niccolò Scaffai

Non mancano, tra i libri sulla poesia moderna e contemporanea usciti negli ultimi anni, ottime raccolte di saggi e pregevoli antologie spesso arricchite da ampie trattazioni su autori e periodi, talvolta anche ben annotate. Ciò che mancava - e pour cause – era un libro appositamente ideato e organizzato per affrontare a viso aperto la storia e la collocazione del genere lirico nella letteratura e nella società moderne. Uno studio, cioè, da affiancare idealmente agli ormai storici Da Baudelaire al surrealismo di Raymond e La struttura della lirica moderna di Friedrich. Sulla poesia moderna di Guido Mazzoni è un libro che, per ambizioni ed esiti se non per metodi e conclusioni, si dispone nella schiera aperta dai primi due.

Mazzoni, già allievo della Normale di Pisa, insegna all’Università di Siena; si direbbe che, nel suo secondo volume (il primo, Forma e solitudine, è uscito da Marcos y Marcos nel 2002), confluiscano le attitudini migliori delle due scuole: l’approfondimento degli aspetti formali e la loro giustificazione in rapporto alla tradizione e alla società.

Il libro è articolato in quattro capitoli (I. La rete dei concetti, II. Un testo esemplare, III. Una storia delle forme, IV. Lo spazio letterario della poesia moderna), preceduti da un’ampia introduzione teorico-programmatica (Le forme dell’arte e la storia degli uomini) e seguiti da una conclusione sopra La poesia moderna come forma simbolica. Ne risulta un volume di proporzioni esatte, calibrato per mettere in risalto problemi e direzioni di ricerca più che per tentare sistemazioni (necessariamente provvisorie, in un campo come questo, e spesso troppo vincolanti). Continue reading »

Aug 062012
 

Niccolò Scaffai

«…l’io, io!… Il più lurido di tutti i pronomi!» (La cognizione del dolore): la citazione gaddiana che Umberto Fiori ha collocato in epigrafe è una delle chiavi che dischiudono il senso del ‘poemetto’ Voi. Un senso da rintracciare appunto nel conflitto tra ‘io’ e ‘voi’, tra individualità del soggetto e collettività degli altri. Se fosse giusto definirli ‘altri’. Scrive infatti Fiori: «Potrei parlare da fuori, / dall’alto, da lontano. Dire: loro, / gli altri, la gente. // Invece – vedete? – vi chiamo, / vi sto di fronte». Il protagonista lirico non si percepisce infatti come persona separata dall’anonima comunità di interlocutori; non c’è insomma, nel titolo e nel progetto del libro, l’eco di una distanza modernista tra il poeta e gli uomini ‘che non si voltano’, innanzitutto perché, scrive Fiori, «anch’io sono voi. E voi siete io, si sa.» Poi perché ‘voi’ non è persona né silenziosa né indifferente, ma, al contrario, titolare di un’enunciazione inquisitoria, che provoca e giudica l’io. Se volessimo dare a questi versi una posizione nella geografia della lirica moderna, potremmo magari evocare per l’ennesima volta il senso di colpa del ‘povero poeta’ privato del mandato sociale: solo che, quel senso di colpa e quella privazione acquistano ora una specie di esistenza, diventano appunto quasi-personaggi attraverso l’artificio retorico della prosopopea. Tanto che, per l’accensione semantica delle figure pronominali e per la tendenza alla personificazione drammatica delle istanze, sarebbe anche possibile un confronto con autori italiani del secondo Novecento, in particolare Giudici e Caproni. Continue reading »

Jul 302012
 

 Niccolò Scaffai

Il rischio di un titolo come Poesia e ispirazione è di evocare una stagione tardoromantica e idealistica che gli studi letterari del secondo Novecento hanno definitivamente superato. Ma si tratta di un rischio calcolato, che mette in risalto un’idea critica originale, affermata proprio dall’uso straniato della parola ‘ispirazione’. Nella Premessa, infatti, Alberto Casadei chiarisce come l’obiettivo consista nell’indagare la “connessione fra poiesis e nuove potenzialità ermeneutiche indicate dalla linguistica, dalla cognitive poetics e in generale dagli studi su mente e cervello” (p. 7). C’è un intento militante dietro la proposta di integrare i risultati delle scienze cognitive nella problematica poetologica: “riaprire il credito” nei confronti della poesia, esaminandola quale attività di sperimentazione gnoseologica, accostandone i percorsi di creazione di senso e immagini alle modalità che presiedono alle connessioni sinaptiche. La prospettiva è attuale, acclimatandosi da un lato nel terreno degli studi sul valore cognitivo della retorica (della metafora, in particolare), dall’altro nel campo di tensioni su cui si muove per esempio la poesia italiana contemporanea, spesso disposta a delegare al corpo, alla materia fisica e neuronale, la responsabilità di una percezione profonda che l’io sentimentale non è più autorizzato a detenere. Non idealistico, l’approccio di Casadei non è però nemmeno scientista, dal momento che non elegge un modello teorico elaborato dalle scienze umane applicandone definizioni e criteri al testo letterario. È piuttosto l’indicazione di una via alternativa di concepire la poesia, rifondandone per questo tramite anche la forza e la necessità sociale. Il contributo della scienza si limiterebbe a migliorare la comprensione di meccanismi che la poesia da sempre autonomamente attiva, per così dire in re. Continue reading »

Jul 232012
 

Niccolò Scaffai

Da tempo, ormai, non è un azzardo considerare Mariano Bàino tra gli autori sicuri in un pur mobilissimo canone della poesia italiana contemporanea. Non è un caso che i suoi versi siano stati accolti nell’antologia più importante (e subito diventata di culto) degli ultimi anni, vale a dire Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli (Luca Sossella, 2005); ma, ancora prima, va ricordata la presenza di Bàino in un volume dell’antologia scolastica Il materiale e l’immaginario. Letture esemplari. Dal 1960 a oggi (1996): una presenza sorprendente, che indurrebbe a riflettere – se ve ne fosse qui lo spazio – sull’involuzione, in poco più di un decennio, di molta editoria scolastica e sulla felice scommessa degli antologizzatori. Remo Ceserani, che allora coordinò l’impresa del Materiale e l’immaginario insieme a Lidia De Federicis, ha maturato negli anni una sorta di “fedeltà” nei confronti dell’autore: prima della postfazione che accompagna L’uomo avanzato, aveva scritto la nota prefatoria di Amarellimerick, il libro di Bàino uscito nel 2003. Continue reading »

Jul 172012
 

Niccolò Scaffai

Dopo la laurea a Firenze e il PhD a Yale, Alessandro Polcri (Arezzo, 1967) è diventato Assistant Professor alla Fordham University di New York. Accanto agli studi sull’Umanesimo e il Rinascimento, coltiva da anni un interesse vivo per la poesia contemporanea: una doppia vena riconoscibile nel suo libro di poesia, Bruciare l’acqua. La tematica del corpo senziente, diffusa tra i poeti nell’ultimo ventennio, qui viene infatti elaborata e contrario attraverso un’idea dualistica della fisicità umana, a cui forse non è estranea la suggestione ficiniana: l’uomo come copula, nesso tra animalità e spiritualità. Il contrasto tra possibilità dei sensi e del pensiero e aspirazione verso l’assoluto impone tuttavia alle facoltà dell’io un undestatement decisamente postromantico (nessun excessus permetterebbe di attingere all’infinito, neppure disforicamente: «Se mi aprissi come un fico / e spellassi le mie ossa / non potrei abbracciare niente / di più grande di un’aiuola / circondata dal muro della mente / che sa a stento separare», Puteal, VIII: «Con la mano posso appena») e postsimbolista: se anche si trovasse un’«immagine definitiva», «sarebbe solo l’impronta / estremo signaculum / di quale rivelazione?» (Puteal, V: «Tremano le mie mani»). Continue reading »

Jul 072012
 

Niccolò Scaffai

Libro grosso: il titolo, all’apparenza naïf, dice molto sull’opera di Ennio Cavalli (premio Viareggio 2009), letteralmente straordinaria nel panorama della poesia italiana contemporanea. «Libro» non è mai parola da intendersi in senso generico quando è riferita a una silloge di versi, o appunto a un libro di poesia, a un macrotesto d’autore che rivela una chiara aspirazione all’organicità, alla totalità. Per di più, il libro di Cavalli è «grosso»; anche in questo caso, il termine acquista significato dall’attrito fra il registro medio e le più profonde risonanze dell’aggettivo, che vanno oltre l’espressione di una grandezza materiale: grosso perché complessivo, perché composto dalla summa di raccolte precedenti (Libro di storia e di grilli, 1996; Libro di scienza e di nani, 1999; Libro di sillabe, 2007); ma anche perché, scrive l’autore nella premessa (Un viaggio all’ascolto), «un libro così non è normale»: è «grosso e largo, pensoso e arioso, ridotto all’osso e onnivoro, unione di tre libri, ma single nel midollo». Bisogna tener conto dell’assonanza con la «caccia grossa», il «concerto grosso» – sottolineata ancora dall’autore – ma è ancora più utile mettere in luce la catena di ossimori che si snoda nelle parole di Cavalli: oggi un libro di poesia che sia un «libro grosso» è evidentemente una contraddizione in termini, o almeno un’eccezione, una anormalità. Continue reading »

Jul 022012
 

Niccolò Scaffai

«Nei momenti in cui Roma ti vivo / come una gran quadreria»: sono versi emblematici del nuovo libro di poesia di Franco Buffoni (Roma, Guanda «Fenice contemporanea» 2009, pp. 175, euro 13,50). Il succedersi delle undici sezioni del volume segue infatti il percorso di una contemporanea flânerie attraverso le strade di Roma e i suoi paraggi, nel «segno di Caravaggio e Sandro Penna» (così Buffoni nella nota finale). Lo sguardo del protagonista, il «vecchio longobardo assente» cui è intitolata l’ultima sezione, scruta la contingenza in prospettiva, sovrapponendo spesso alla realtà una silhouette artistica. Così, la dinamica dei corpi può fissarsi in un modello statuario («Salgono al podio sei polpacci d’oro / D’argento e di bronzo, / La conchiglia rigonfia»), come nella prima sezione, Quella stellata sopra il Foro Italico; gli abiti possono fornire ai personaggi un pedigree figurativo: «Dalle scapole sui fianchi un cameriere / Umbro rurale / Buono a reggere alabarde al Perugino». L’effetto è amplificato dalla complicità allusiva dei riferimenti: al Leopardi del Canto notturno («E io che ddevo sognà, dimme che ddevo?»); o al Montale dei Mottetti («Poi brina sui kleenex caduti»). Manipolazione, più che ironia, che si apprezza nei versi perfetti in cui Buffoni mescola inglese e italiano, con un uso quasi camp della metrica: «Toni is a girl contenta del bikini», «Mentre scendono in tribù tre go-go boys». Continue reading »

Jun 282012
 
Niccolò Scaffai 

Esce, nella collana “Inaudita” di Transeuropa, la nuova plaquette di Francesca Matteoni,  che prende il titolo da uno dei componimenti finali, Tam Lin, a sua volta ricavandolo — si legge nelle note conclusive — dal nome “del protagonista di un’omonima ballata tradizionale scozzese, rapito dalle fate e riscattato da una ragazza umana”. L’onomastica esotica e fiabesca collega Tam Lin all’opera precedente di Francesca Matteoni, la serie di Higgiugiuk la lappone, accolta all’inizio del 2010 nel Decimo quaderno di poesia contemporanea curato da Franco Buffoni. Nonostante la vicinanza cronologica delle due pubblicazioni e la comune appartenenza delle figure eponime a un remoto immaginario nordico, notevole e la distanza formale e tematica fra i versi di Tam Lin e quelli di Higgiugiuk. Continue reading »
Jun 242012
 

Niccolò Scaffai

C’è almeno un tratto che accomuna la serie dei quaderni italiani, curati da Franco Buffoni, giunti quest’anno al decimo volume: ed è la selezione di autori anagraficamente vicini, sì, ma ognuno dotato di una propria voce ben distinguibile e già modulata, senza velleità generazionali. Per questo non sembra sufficiente evocare categorie come quella di ‘poesia giovanile’ o di ‘giovane poesia’, che pure godono ancora di una loro fortuna: basti pensare alla recente (2009) Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, curata da Giancarlo Pontiggia per Interlinea edizioni.

Sono sette i poeti del decimo Quaderno, ciascuno introdotto da un critico o da un autore noto: Corrado Benigni (presentato da Mario Santagostini), Andrea Breda Minello (da Maria Grazia Calandrone), Francesca Matteoni (Fabio Pusterla), Luigi Nacci (Lello Voce), Gilda Policastro (Aldo Nove), Laura Pugno (Cecilia Bello Minciacchi), Italo Testa (Umberto Fiori). E sì, sono ‘giovani’ – almeno secondo i parametri della società italiana contemporanea – essendo nati negli anni Settanta. Ma si sottraggono alle ambizioni provvisorie che spesso il Novecento ha associato ai cosiddetti giovani, per esprimersi già ognuno con un proprio stile, più o meno sicuro, magari ancora in cerca di un centro ritmico, di un preciso equilibrio formale. Ma per tutti si può parlare di uno stile indubbiamente originale. Ne è una riprova, come vedremo, la capacità di far intravedere in filigrana la traccia di grandi maestri novecenteschi, senza con ciò forzarsi all’imitazione e al falsetto. Anche per questo, nessuno dei criteri che spesso tengono insieme un’antologia (vicinanza di stile, provenienza geografica, appartenenza di ‘scuola’, ecc.) sono qui attivi. Del resto, forse non si deve nemmeno parlare di ‘antologia’, perché il Quaderno contiene di fatto tante opere quasi complete quanti sono gli autori raccolti. Continue reading »

Jun 112012
 

Niccolò Scaffai

«Fuoco amico» è un tragico ossimoro. La raffica che parte dalle file degli ‘amici’ può essere la clamorosa manifestazione di un tradimento, di una distonia: due termini che ben definiscono la condizione esistenziale del personaggio che dice «io» nel libro di Paolo Maccari. Un libro maturo, coeso nei temi ed equilibrato nella forma, che esce dieci anni dopo la prima raccolta (Ospiti).

Nella finzione narrativa che aggrega i versi della prima sezione, L’ultima voce, il personaggio è sopravvissuto a un eccidio solo per essere «tenuto sotto osservazione». Strettamente riservato, la prosa introduttiva in forma di dispaccio, dà appunto notizia della cattura e prescrive la modalità della reclusione senza precisarne i motivi. Saremmo dalle parti del montaliano Sogno del prigioniero, o di un kafkiano processo, se non fosse che i temi sono già interamente maccariani: l’esclusione da un consesso ostile, la stessa gioventù come causa o pretesto di quell’esclusione, la differenza rispetto al «secolo ordinato» voluto dai persecutori. Continue reading »

Jun 042012
 

Niccolò Scaffai

È un titolo a doppio fondo, La divisione della gioia. Da una parte, rimanda ai Joy Division, gruppo britannico cold wave scioltosi nel 1980 in seguito al suicidio del leader Ian Curtis: uno dei loro brani, Day of the Lords, viene citato da Testa nella nota finale, pegno pagato in cambio di un’assimilazione, sentimentale più che allusiva, di nome e atmosfere. D’altra parte, il libro racconta proprio una ‘divisione della gioia’, nel senso di condivisione di un’accesa sensualità ma anche in quello di allontanamento, che impone ai due amanti di tornare, per lo sguardo degli altri, persone separate: «in una strana luce / dirai che è il momento, che viene / l’ora di alzarsi, andare, dividere / la gioia e la pena, farsi altri, / lasciare che una maschera nuova / ci guardi, mentre noi commedianti / ci stringiamo nell’ultima scena». Continue reading »

Mar 302012
 

Niccolò Scaffai

Talvolta chi vive in due luoghi, o chi per lavoro si divide tra due paesi non si abitua del tutto né all’uno né all’altro, cosicché anche i gesti e gli oggetti familiari richiedono una continua riscoperta, una reinvenzione che ne fissi la consistenza e la successione, fino al viaggio successivo. Il nuovo, notevole libro di poesie di Massimo Gezzi, già autore di Il mare a destra (2004), mette appunto in luce la situazione dislocata di un soggetto per il quale l’hic e il nunc non sono dimensioni di effettiva presenza, ma fulcri teorici di un’esistenza centrifuga. Il titolo della raccolta e della sua prima parte, L’attimo dopo, così come quello della quinta e ultima sezione, Poco prima, sono in tal senso rivelatori. Continue reading »

Mar 192012
 

Niccolò Scaffai

Antiprodigi e passi falsi è un libro in cui (quasi) tutto si tiene. Nata intorno ai due blocchi di cui il titolo dà conto – i primi Antiprodigi, pubblicati nel 2009 in Poesie all’inizio del mondo, e i Passi falsi, molti dei quali inediti – la raccolta mostra infatti l’acquisto sicuro di una personalità ritmica e di una coerenza psicologica. Più forse di quanto non accadesse in altre serie di Policastro: penso in particolare a Stagioni e altre, pubblicata nel Decimo quaderno italiano a cura di Franco Buffoni. Lì la separazione tra l’io e gli altri era più netta; a questa prospettiva ‘aristocratica’ se ne alternava poi una per così dire elegiaco-crepuscolare, che scandiva un diverso momento, una distinta disposizione psicologica. Anche nella nuova raccolta ci sono tracce di un crepuscolarismo rivissuto, ma sono allusioni scoperte, travestimenti letterari: «Perché tu la chiami poetessa, / se scrive la stessa / cosa del marito in prosa»; «Non ha che un nome la poesia: / bugia, / di quando la dici / poet-essa» (Essa). Qui aristocrazia e elegia si fondono nel medesimo carattere, che si riconosce patologico mentre (o forse perché) isola i sintomi di una malattia generale: quella concreta, fisiologica; e quella metaforica – la malattia dei sentimenti e dei rapporti, che nessun protocollo terapeutico può curare. In questo, il nesso tra le poesie di Gilda Policastro e il suo recente romanzo, Il farmaco, è stretto; tanto quanto la relazione tra la scrittura in versi e quella in prosa, che nei libri di Policastro si avvicinano e si contagiano. Il testo iniziale della raccolta, L’amour du prochain, è emblematico: «Dell’amore finito in morte / solo dilazione / in prolungata agonia / da farmaco / che corrode, non guarisce / come una cura all’incontrario». L’esperienza del corpo altrui, provato da un male ricevuto e patito, è condizione per infliggere al proprio corpo una sofferenza cercata e autoimposta con metodo. Continue reading »