Nov 202012
 

Italo Testa

Cresciuto nel “ghetto della generazione perduta” della DDR, Durs Grünbein (1962), con il fulminante esordio di Zona grigia, mattina (1988), dava forma alla mitologia negativa di una giovinezza trascorsa a Dresda, “relitto barocco sull’Elba”, tra disillusione storica, distanza cinica e malcelato disprezzo dell’esistente. Trasferitosi dal 1985 a Berlino, dove assiste con soddisfazione sarcastica al crollo di un Impero come ad una rivoluzione passiva che lo coinvolge solo marginalmente ma lascia un profondo segno sul suo corpo-lingua, Grünbein diviene ben presto negli anni novanta l’esponente emblematico della nuova poesia tedesca della post-unificazione, mettendo a punto una formula espressiva che concilia la furia analitica di Benn con le diagnosi epocali sulla metropoli moderna del primo Brecht, il cosmopolitismo occidentale della Repubblica federale con il vento freddo della steppa che scorre sulle piane gelate della Germania Orientale.

A metà partita, titolo della fortunata raccolta con cui Anna Maria Carpi presentava nel 1999 al pubblico italiano un profilo complessivo della produzione di Grünbein sino alla fine del millennio, avevamo incontrato un poeta dotato di una sovrana padronanza della lingua e di una capacità associativa quasi prodigiosa, progressivamente incapsulata, dopo il libro di esordio, che scorreva ancora in una versificazione libera e allegoricamente frammentata, nella potente corazza formale e metrica di una “lingua-panzer”.

Magistero metrico-formale e vertiginosa erudizione connotavano e potenziavano il materialismo linguistico del primo Grünbein, il cui titolo più significativo, Lezione sulla base cranica (1991), denunciava un serrato confronto teorico con Georg Büchner, riguadagnato alla luce della recente rivoluzione neurobiologica. Il corpo quale punto di vista insostituibile, sia fisico che metafisico: un principio di individuazione avente il suo limite inferiore nella idiosincrasia fisiologica e il suo limite superiore nella lingua-corpo idiomatica della poesia. Continue reading »

Jul 202012
 

Lorenzo Cardilli

 Umberto Fiori pubblica Voi (2009) per i tipi di Mondadori, nella collana Lo Specchio, in una posizione tradizionale e di prestigio. A partire dal titolo, il libro si presenta come un oggetto compatto e ben confezionato. È una raccolta poetica che presenta non pochi motivi d’eccellenza, tra cui proprio la compattezza spicca in maniera immediata e quasi preliminare.

Voi è un libro senza pause: fortemente concentrato sia nei temi che nello stile. Gli strumenti della sua coesione sono diversi: la lucidità, la pronuncia, la scelta di una struttura forte. Se dovessimo rintracciare un riferimento di genere, sicuramente sarebbe l’invettiva. Voi è un’invettiva contro la seconda persona plurale, una rampogna dell’io a tutto ciò che dell’umanità è non-io. Continue reading »

Jun 282012
 
Niccolò Scaffai 

Esce, nella collana “Inaudita” di Transeuropa, la nuova plaquette di Francesca Matteoni,  che prende il titolo da uno dei componimenti finali, Tam Lin, a sua volta ricavandolo — si legge nelle note conclusive — dal nome “del protagonista di un’omonima ballata tradizionale scozzese, rapito dalle fate e riscattato da una ragazza umana”. L’onomastica esotica e fiabesca collega Tam Lin all’opera precedente di Francesca Matteoni, la serie di Higgiugiuk la lappone, accolta all’inizio del 2010 nel Decimo quaderno di poesia contemporanea curato da Franco Buffoni. Nonostante la vicinanza cronologica delle due pubblicazioni e la comune appartenenza delle figure eponime a un remoto immaginario nordico, notevole e la distanza formale e tematica fra i versi di Tam Lin e quelli di Higgiugiuk. Continue reading »
Jun 262012
 

Gianluca D’Andrea

  Dai territori della poesia europea, culla di un Occidente frantumato nelle sue derive solipsistiche di origine novecentesca, incastrato tra un’immensità immaginifica e virtuale e il microcosmo degli eventi quotidiani che, proprio nella loro esibita insignificanza, mantengono l’ambivalenza dell’accensione minimale in un contesto di noia e routine esacerbanti, proprio nel rischio che questa morsa stritoli il soggetto consapevole di una fine sempre avvenuta, è doveroso constatare, e lo faremo attraverso l’ausilio di due esempi macroscopici, in che modo sia possibile non rassegnarsi alla scomparsa dell’umano nell’inferno della tecnica e dell’informazione o nel paradiso del minimalismo rassicurante e Continue reading »

Jun 112012
 

Niccolò Scaffai

«Fuoco amico» è un tragico ossimoro. La raffica che parte dalle file degli ‘amici’ può essere la clamorosa manifestazione di un tradimento, di una distonia: due termini che ben definiscono la condizione esistenziale del personaggio che dice «io» nel libro di Paolo Maccari. Un libro maturo, coeso nei temi ed equilibrato nella forma, che esce dieci anni dopo la prima raccolta (Ospiti).

Nella finzione narrativa che aggrega i versi della prima sezione, L’ultima voce, il personaggio è sopravvissuto a un eccidio solo per essere «tenuto sotto osservazione». Strettamente riservato, la prosa introduttiva in forma di dispaccio, dà appunto notizia della cattura e prescrive la modalità della reclusione senza precisarne i motivi. Saremmo dalle parti del montaliano Sogno del prigioniero, o di un kafkiano processo, se non fosse che i temi sono già interamente maccariani: l’esclusione da un consesso ostile, la stessa gioventù come causa o pretesto di quell’esclusione, la differenza rispetto al «secolo ordinato» voluto dai persecutori. Continue reading »

Jun 042012
 

Niccolò Scaffai

È un titolo a doppio fondo, La divisione della gioia. Da una parte, rimanda ai Joy Division, gruppo britannico cold wave scioltosi nel 1980 in seguito al suicidio del leader Ian Curtis: uno dei loro brani, Day of the Lords, viene citato da Testa nella nota finale, pegno pagato in cambio di un’assimilazione, sentimentale più che allusiva, di nome e atmosfere. D’altra parte, il libro racconta proprio una ‘divisione della gioia’, nel senso di condivisione di un’accesa sensualità ma anche in quello di allontanamento, che impone ai due amanti di tornare, per lo sguardo degli altri, persone separate: «in una strana luce / dirai che è il momento, che viene / l’ora di alzarsi, andare, dividere / la gioia e la pena, farsi altri, / lasciare che una maschera nuova / ci guardi, mentre noi commedianti / ci stringiamo nell’ultima scena». Continue reading »

Mar 132012
 
Italo Testa
I mondi è il primo, lungamente atteso libro di poesia – preceduto da pubblicazioni in rivista e da una silloge comparsa nel Secondo Quaderno di Poesia Italiana (Guerini, 1992) – di Guido Mazzoni, già autore dei saggi di Forma e solitudine (Marcos y Marcos, 2002) e della monografia Sulla poesia moderna  (il Mulino, 2005): un’opera, quest’ultima, che ha suscitato un vasto dibattito e segnato, con  il suo sforzo teorico di ridefinire la lirica all’interno di una vera e propria filosofia dei generi letterari, una tappa importante nel panorama critico dell’ultimo decennio.
 Articolata in sei brevi sezioni, I mondi è un’opera molto bella, di equilibrio compositivo raffinato, in cui l’alternanza stilistica tra verso libero e prosa determina una serie di variazioni – sorrette da una profonda unità tonale – intorno ad alcuni pensieri dominanti. Questo elemento riflessivo non si lascia ridurre a determinazione contenutistica ma si rifrange in una forma espressiva prismatica, governata da una lingua trasparente e comunicativa ma insieme dotata di un alto tasso figurale e che, pur collocandosi saldamente all’interno del genere della lirica moderna, ne riconfigura internamente lo spazio in un rapporto mobile ad altri generi quali il saggio, il frammento filosofico – Nietzsche e Kafka sono gli autori citati in esergo – la prosa narrativa o lo zibaldone. Continue reading »
Feb 192012
 

Marco Giovenale

Si direbbe: “ritorna la poesia assertiva”, se non fosse vero che non se n’è mai andata. Non chiede ma impone un’eco o ritorno di attribuzione di senso in verità già presente in pieno nei punti di trama, di sintassi, di racconto, di metafora, di suono modulato, di maschere grammaticalizzate (tu, voi; perfino al vocativo): non ha pause (non si era mai defilata) e allo stesso tempo non sa di essere sfondo e spettacolo, ossia il tutto, su una scena continuamente presa e disordinata da ben altre maceriacce di storia. Non lo sa, perché è linguaggio-strumento. (Intende essere tale).

Ognuno dei tanti troppi utenti che picchiano sul tasto “strumento”, con coerenza, usa il linguaggio. Dunque – con stretegie più o meno affilate avvertite scaltre – ognuno di loro asserisce. Armeggia e manovra con maggiore o minore fortuna al tavolo verde della retorica.

Proietta sulla distanza tra testo e lettore quel che il lettore sa già di dover simulare di godere/intuire.

Se tutti stanno ai patti, ai patti stabiliti, la comunicazione passa; gli strumenti funzionano. La legge è salva. Lo spettacolo non cambia. È la tv educativa, ti mostra come si recitava, per insegnarti come si è ascoltati e seguiti, come e cosa bisogna fare.

 

[già, in versione lievemente differente, in slowforward]

Apr 132011
 

Fabio Moliterni

L’Italia sepolta sotto la neve esce oggi in veste unitaria per uno stampatore di Pieve di Cento, grazie a una edizione fuori commercio di 32 esemplari numerati[1]. La scelta di riunire il vasto poema in una pubblicazione compiuta, dopo la diffusione intermittente di frammenti o «parti» che ne ha contraddistinto la vita editoriale in questi decenni, va sottratta a una ingenua lettura biografica di tipo testamentario. Non mancano segnali che spingono in questa direzione. Il paratesto dell’opera non si presenta con la consueta dedica «A Th.» (i.e. Tommaso Campanella), che ha accompagnato tutti i testi roversiani quasi dagli esordi, ma si risolve in un rinvio a un contesto privato e personale ribadito dalla sigla editoriale, che in realtà è un acronimo cifrato – si potrebbe dire che dopo il ciclostile autoprodotto Roversi oggi «inventa» di sana pianta un editore, con buona pace dei meccanismi del mercato, distribuzione, contratti, «filiere» e diritti d’autore.

La veste che assume L’Italia sepolta sotto la neve accentua e consolida la peculiare vocazione al «racconto totale» che possedevano i frammenti e i poemetti provvisori, realizza l’unitarietà virtuale che, anche grazie alle dichiarazioni sparse dall’autore in riferimento al suo poema in corso, si ipotizzava in nuce come cornice allegorica capace di presiedere all’intero progetto di scrittura[2]. È una forma del contenuto che dialoga indirettamente o direttamente con analoghe esperienze che emergono dal panorama poetico contemporaneo[3], nella spinta inedita o inattuale alla costruzione stratificata (in fieri) di opere epiche, nelle quali l’allargamento dello sguardo soggettivo (lirico) provoca una sostanziale fuoriuscita dai tradizionali confini di competenza, per distendersi nelle figurazioni di una «allegoresi totale» sull’esistente (tra passato, presente e futuro: nella presenza del tempo, appunto).

L’andamento corale dell’intero poema di Roversi è vorticosamente contraddetto da tendenze centrifughe e disgreganti che interessano il piano dei contenuti, le strutture e le micro-strutture formali della scrittura. Continue reading »

Mar 312011
 

Pierluigi Pellini

Critico di poesia e teorico dei generi letterari, Guido Mazzoni ha scritto due saggi importanti: Forma e solitudine per Marcos y Marcos nel 2002, Sulla poesia moderna per Il Mulino nel 2005. Che fosse anche poeta, lo sapevano i lettori delle riviste (qualche suo verso è uscito, fra il 1990 e il 2005, su «Paragone», «Poesia», «Versodove», «Trame» e «Nuovi Argomenti»); e quelli dei benemeriti «Quaderni italiani» di «Poesia contemporanea» curati da Franco Buffoni (un manipolo di suoi testi è accolto nel terzo, del 1992; da qualche mese è invece in libreria il decimo, edito da Marcos y Marcos: dove si segnala la vena a tratti poco controllata, ma ricca, di Francesca Matteoni). Oggi Mazzoni, classe 1967, esordisce in volume, con I mondi, nella collana “Poesia” di Donzelli: e chi si aspettasse versi alessandrini, colti e allusivi, come quelli di troppi professori, avrà di che ricredersi. Anche se le poesie dei Mondi, datate 1997-2007, sono contemporanee alla gestazione del libro Sulla poesia moderna e alla riscrittura dei saggi confluiti in Forma e solitudine, Mazzoni non è critico-poeta. Semmai, è poeta-critico (e filosofo): al punto che il libro di versi vale a illuminare le scelte – e magari qualche apodittico irrigidimento – dei volumi teorici, più spesso che viceversa. Continue reading »

Impurità

 Annotazione, Teoria/Teorie  Comments Off
Mar 302011
 

Italo Testa

I pedoni si riprendono, stringono i denti, non parlano ma guardano, con le mani serrate sulla bocca, alla ricerca di un appiglio. Uno dice con gli occhi: il meglio è ancora qui, il meglio è restare qui, qui si può ancora resistere al meglio, non c’è di meglio da nessuna parte.

I. Bachmann, Ein Ort für Zufälle


Flashback. Quando il coro indisciplinato delle scuole artistiche intonò all’unisono il motivo dell’arte come forma più elevata del puro consumo, l’armonia apparentemente conseguita si risolse in una maledizione. La fruizione disinteressata, purificata da ogni residuo materiale, doveva rimanere sospesa nel regno asettico di una sfera estetica incontaminata. Ma questo mondo alla rovescia, sciolto dagli ottusi legami della vita e del suo spirito di gravità, rimase preda della lettera. La pura fruizione, allora, non fu più distinguibile dal mero consumo. La contemplazione intatta dal semplice loisir. Così l’apparenza estetica, il cui brillio era una promessa di lontananza, si trovò a riflettere una realtà sin troppo vicina. E la ferialità sembrò trapassare nell’evasione del fine settimana. La luce del distacco, che il faro artistico pretendeva di proiettare sulle cose, era già lo sguardo astratto di uno spirito ormai avvinto alle catene del puro scambio. Continue reading »

Mar 142011
 

Raffaele Donnarumma

La poesia postmoderna si è mossa in Italia fra due equivoci: l’immediatezza orfica da una parte, il manierismo dall’altro. Erano i due modi opposti per rispondere a uno stesso senso di accerchiamento e di inutilità, nel presupposto che la poesia sia ormai un linguaggio residuale, sovrastato dalla comunicazione di massa. La sua sopravvivenza veniva affidata allora a un neo-romaticismo che inseguiva le folle e cercava di incontrarle nei festival o nei brevi spot di qualche talk show; o a una masochistica esibizione di inattualità, che finiva per ripetere in forme più o meno crepuscolari, ironiche e straziate il giudizio del presente: la poesia è una lingua passata e morta. Da una parte, dunque, una poesia disponibile a tutti, ma che, pretendendo di essere insieme aurorale e illuminata da un’esperienza privilegiata, doveva partire da un azzeramento dei vincoli e dei pudori modernisti; dall’altra una poesia chiusa nel proprio linguaggio separato e speciale, in una forma di resistenza parassitaria che, in fondo, si dava per già sconfitta, o almeno fantasmatica. Continue reading »