Luca Lenzini
«Ero io come sono ma un po’ più grigio un po’ più alto. // Andammo a piedi sul posto che non era / Quello che normalmente penso che dovrà essere, / Ma nel paese vicino al mio paese / Su due terrazze di costa guardanti a ponente. / C’era un bel sole non caldo, poca gente, / L’ufficio di una signora che sembrava già aspettarmi.» Ora che Giovanni Giudici ha lasciato il suo paese e il nostro, tornano alla mente i versi dell’ultima poesia di O beatrice (1972), intitolata Descrizione della mia morte. Questa la chiusa: «C’era un bel sole, volevo vivere la mia morte. / Morire la mia vita non era naturale.» Non aveva ancora cinquant’anni, Giudici, quando compose quella poesia; ma di visitazioni della morte i suoi versi, strada facendo, ne avrebbero conosciute altre ancora, come in Stalinista, del 1984 («Morivo come Tolstoj… ») e infine, con apparente leggerezza e in aria di congedo, nelle pagine di Quanto spera di campare Giovanni (1993). Qui il testo eponimo (con ripresa a distanza di Una casa a Milano di Una vita in versi) recita all’inizio: «Mettere su una casa / Alla sua età – quanto spera di campare Giovanni / Ti sei domandato: / E io che non ho osato / Replicare alcunché / Nemmeno tra me e me – sui due piedi / Per quanto approssimato tenendo un calcolo […]» – e dopo Empie stelle (1996) e Eresia della sera (1999), quasi un decennio di silenzio; la casa ormai sgomenta sul golfo, con la signora che aspettava paziente.
Nei versi della Descrizione, con andamento pianamente e solidamente narrativo, il motivo onirico poteva richiamarsi tanto a Gozzano che a Sereni: due poeti che, senza darlo troppo a vedere, agirono tuttavia in profondità nell’opera di Giudici, proprio perché seppero includere il sogno e la dimensione interiore (con le loro rivelazioni, i loro presagi e segnali) entro un articolato organismo narrativo, aperto al movimento del tempo. Ed altri nomi, da Pascoli a Caproni, son stati fatti dalla critica, con buone ragioni, per Giudici; ma ora, mentre ripercorriamo mentalmente il suo itinerario poetico, poco c’importano le triangolazioni, gli influssi, le sistemazioni. C’importa piuttosto ribadire la qualità e la singolarità della sua presenza nel Novecento; e queste, se nessuno potrà metterle in dubbio, nemmeno vanno annacquate nelle svelte e insipide apologie dei necrologi, o in quelle canonizzazioni che non si rifiutano ormai a nessuno. Diciamolo subito, allora: quanto mondo è entrato nella poesia italiana per merito di Giovanni Giudici… e non generico mondo, generica vita, bensì vita e mondo immersi nella società, nel tempo minore di tutti, nei dialetti delle culture che vivevano dentro e attorno al suo “personaggio” poetico, nelle tante personae che i versi han messo in scena, e che brulicano tuttora vivissimi nella memoria. Continue reading »