Guido Mazzoni con Italo Testa
ITALO TESTA. In che misura la diagnosi che formulavi in Sulla poesia moderna, in base alla quale la poesia sarebbe stata sottoposta, a partire da un certo momento storico, a un processo di revoca del mandato sociale, riguarda la lirica? Si può distinguere tra poesia lirica e lirica intesa come un’esigenza, un bisogno cui può essere data risposta con mezzi espressivi differenti rispetto a quelli della poesia? E come si lega tutto ciò alla genealogia della forma moderna di soggettività espressiva di cui parli nel tuo libro?
GUIDO MAZZONI. Forse è opportuno chiarire fin dall’inizio il significato dei termini di cui ci stiamo servendo, a cominciare da quello centrale nel discorso – la nozione di lirica. Questa categoria ha subito trasformazioni profondissime. L’accezione più comune nel discorso poetico contemporaneo emerge tra la seconda metà del Cinquecento e la seconda metà del Settecento, quando nasce l’idea che lo spazio letterario sia diviso in tre grandi generi: la narrativa, il dramma e, appunto, la lirica. In questa prospettiva, è lirica ogni poesia in cui un io esprime un contenuto personale in una forma personale. Per la poetica antica, e per le poetiche classicistiche nate sul modello della letteratura greca e latina, la parola ‘lirica’ aveva un significato più ristretto: indicava la poesia cantata al suono della lirica e, per estensione, la poesia che si richiamava ai temi e ai metri che derivavano da quelli della poesia un tempo cantata al suono della lira. Il significato moderno della parola emerge a metà del Cinquecento, ma diventa egemone solo in epoca romantica. Continue reading »