Aug 272012
 
Andrea Cortellessa

 

Ritorno al disordine

Non conosceva bene Baldacci chi si stupiva, all’apparire di Novecento passato remoto (da ora in poi NPR), di una ricostruzione del secolo in scadenza schiacciata sul suo primo quarto ruggente – a tal punto fastidita dai riti sempre più stanchi di un secondo Novecento “progressivamente demotivato” [[1]] da concedersi visite solo ad autori che avessero esordito entro gli anni Cinquanta (fatta eccezione per Patrizia Valduga). Non conosceva i capitoli fondamentali del Baldacci novecentista, prodotti nei suoi anni Cinquanta: cioè le due parallele e indimenticabili ‘riscoperte’, di Bontempelli e Palazzeschi, contrassegnate entrambe dall’inversione, argomentatissima ma non per ciò meno provocatoria, di inveterate vulgate. Non più il Bontempelli a suo modo ‘neoclassico’ di Giro del sole, cioè, ma quello ‘post-futurista’ della Vita intensa e della Vita operosa; e soprattutto non più il Palazzeschi (apparentemente) cordiale e bonario di Sorelle Materassi, ma quello sulfureo e radicale dell’Incendiario e del Codice di Perelà [[2]]. Qualche anno dopo Letteratura e verità, del resto, suonerà esplicita una categorica petizione di principio: “ogni impostazione storiografica del Novecento letterario […] sarà tanto più plausibile quanto più sarà promossa da una chiara coscienza avanguardistica”. Il credito ostinatamente ribadito per figure come Papini e Soffici si spiega con la coscienza che “chi, nella descrizione del Novecento, prescinda da quel lievito determinante che fu l’avanguardia storica (in quanto momento in cui il nostro secolo assunse consapevolezza di se stesso) finirà nelle sirti di una piattezza indifferenziata”[ [3]]. Contro ogni forma di piattezza predica insomma Baldacci un vero e proprio ritorno al disordine: al modo in cui – sostiene nel suo libro che l’aggettivo moderno ostenta sin dal titolo – Debenedetti leggeva l’amato Federigo Tozzi (e quindi contro la strumentalizzazione antiavanguardistica di un Borgese) [[4]]. Continue reading »