Aug 072011
 

Antonio Loreto

Già nota per il suo lavoro poetico e soprattutto per quello critico, Gilda Policastro esordisce nell’arte narrativa con un libro1 che sembra astuto, che si affida alla seduttiva ambientazione ospedaliera (efficace almeno da quarant’anni, in termini di audience) e al motivo sessual-amoroso (che, tolti i sofisticati, non stanca mai), con l’apparente intenzione, non so se il risultato, di attrarre le attenzioni dei lettori meno disposti ad avvicinare l’opera letteraria in deroga a un “di cosa parla” fuori mercato. E da questo punto di vista l’editore assiste molto bene l’autrice, con un risvolto di copertina che lambisce il dominio della paraletteratura promettendo un primario dai desideri perversi (Bardamu), un’infermiera affascinante (Enza), una chat con scontata declinazione erotica, la familiarissima (abusatissima) paradittologia congelata vittime/carnefici2 (che costituisce comunque anche un invito highbrow, nascendo in Mon cœur mis à nu), e infine «ferite nascoste che forse – riporto testualmente – solo il farmaco più potente di tutti, l’amore, potrebbe curare. Se esistesse». Ci sarebbe di che tenere lontana tutta la fascia più alta di lettori, cui però fanno da specchietto cólto: il riferimento a Bardamu (che costituisce comunque anche un invito popular per il tramite del Vinicio Capossela più céliniano3); la questione tecnica dell’alternanza tra scrittura prosaica e lirica; l’annuncio di un’atmosfera cupa visionaria ossessiva (che verrà precisata come claustrofobica dai recensori4); e finalmente l’etichetta «disturbante», che infila un ramo (per la verità sterile) del discorso critico contemporaneo e allo stesso tempo, per variazione prefissale di perturbante (un’altra variazione ha prodotto «una conturbante carezza». in perfetto stile Harmony), allude all’ambito psicoanalitico del resto esibito da Policastro con epigrafe groddeckiana.

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