Jun 022012
 

Michele Sisto

Nella sua autobiografia recentemente tradotta in italiano (Guerra senza battaglia, Zandonai) Heiner Müller racconta di un viaggio in taxi, a Berlino Est nel 1959, insieme allo scrittore antifascista Ludwig Renn e Hans Henny Jahnn, allora sessantacinquenne. «Naturalmente mi interessava soprattutto Hans Henny Jahnn», precisa. Dall’incontro non ricava molto, se non, dopo essersi acceso una sigaretta, una reprimenda a due voci su quanto il fumo faccia male alla salute. Ma dietro la consueta, beffarda impassibilità con cui l’aneddoto viene riferito, traspare l’eccitazione del giovane scrittore, appena premiato per lo Stakanovista, che ha l’occasione di conoscere un maestro.

Jahnn: «Uno dei maestri segreti della prosa del Novecento» lo definisce sul risvolto di copertina Domenico Pinto, che cura l’edizione di queste 13 storie inospitali (nonché la coraggiosa collana ‘Arno’ che le ospita per i tipi di Lavieri). Jahnn l’espressionista: che nel 1923 aveva esordito col crudo dramma Pastor Ephraim Magnus, messo in scena dal giovane regista Bertolt Brecht. Jahnn il modernista: che con il romanzo fiume Perrudja, pubblicato nel 1929, era stato tra i primi a proseguire la rivoluzione joyciana in lingua tedesca, suscitando l’entusiasmo di Alfred Döblin. Jahnn l’inclassificabile: che nelle duemila pagine della trilogia Fluß ohne Ufer (Fiume senza rive), uscita nel 1949-50, si propone nientemeno che di inaugurare un nuovo principio di rappresentazione romanzesca, costruendo i personaggi non sulla base di un «carattere», la cui coerenza considera del tutto fittizia, ma come contraddittoria manifestazione di una natura innanzitutto corporea, come «risultato di un’attività secretiva». Hans Henny Jahnn (al secolo Hans Henry Jahn), dove Henny è il diminutivo Henriette: che è noto e apprezzato solo da una ristretta cerchia di scrittori e per il resto gode di pessima fama («Non assomiglio per niente a quel che si dice di me», scrive nel ’32). Ed è proprio per questo che Müller fa le viste di preferirlo – «naturalmente» – all’(allora) assai più celebre quanto convenzionale Ludwig Renn. Jahnn è uno scrittore scandaloso. Continue reading »

Apr 222012
 

Domenico Pinto

«Non sapersi orientare in una città non vuol dir molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare.» Cominciava così il quadernino di tableaux che Benjamin mise insieme nell’Infanzia berlinese, il cuore segreto e favoloso della propria immagine da fanciullo. Il Tiergarten, la Colonna della Vittoria, il mercato di Piazza Magdeburgo, per un uomo cui le strade di questa città erano «familiari come i nomi della Genesi», appaiono ancora oggi nell’indistruttibile luce del sogno, irradiano fino a noi gli inizi del Novecento.

Com’è mutata Berlino, ora che da quei ricordi ci separa la distanza di un secolo, le guerre mondiali, i totalitarismi di carica contraria, adesso che la sua mente ha ripreso a comunicare fra i due emisferi? È noto che la città vive da tempo una stagione d’euforia, con una capillare circolazione di idee in ogni àmbito; si fondano teatri, animano riviste, e non è per avventura che Suhrkamp – l’editore di maggior tradizione – l’abbia scelta per trasferirvi la storica sede di Francoforte. Conosciamo le sue cupole strallate, la Museumsinsel, le sue università, gli artisti, le sue mostre. Ma come ci si smarrisce, veramente, in questa foresta? L’occasione è prestata dall’antologia a cura di Theresia Prammer (Ricostruzioni. Nuovi poeti di Berlino, Scheiwiller 2011, p. 656, € 29,00), che per i tramiti della poesia disegna una minutissima mappa del pensiero e del milieu berlinese. Continue reading »

Apr 042012
 

[a cura di Domenico Pinto, Lavieri, S. Angelo in Formis 2009]

Alessandro Baldacci

Per Arno Schmidt, vertice del modernismo europeo accanto a Joyce, Gadda e Céline, nonché funambolico rifondatore della lingua tedesca dopo il totalitarismo nazista, a partire della lezione dell’espressionismo, «gli unici percorsi della letteratura sono i vicoli ciechi». Coerente con tale assunto è tutta l’impervia e solitaria traiettoria di questo pestifero Puck delle lettere. Schmidt, il «taglialemma » di Bargfeld, punta dritto contro il Leviatano- Duden, e sabota, incendia il connubio fra parola e potere, scendendo «dentro la rovina del moderno». Dopo l’uscita di Dalla vita di un fauno e di Brand’s Haide, ora, sempre grazie alla traduzione dell’“arnonauta” Domenico Pinto, si completa con Specchi neri la pubblicazione presso Lavieri della trilogia schmidttiana Nobodaddy’s Kinder. Continue reading »

Mar 272012
 

Gherardo Bortolotti

La pubblicazione di Specchi neri conclude l’impresa di Domenico Pinto di tradurre e curare per Lavieri la versione italiana della trilogia di Arno Schmidt intitolata, sulla scorta di William Blake, Nobodaddy’s Kinder. Nello specifico, Specchi neri racconta un breve periodo della vita di uno degli ultimi sopravvissuti alla guerra nucleare e batteriologica che, nel futuro prossimo immaginato da Schmidt, ha pressoché eliminato la razza umana dalla Terra. Questo personaggio acuto e misantropo percorre, in bicicletta, le pianure della Bassa Sassonia; si stabilisce in una foresta e si imbatte, rischiando di esserne ucciso, in una donna vagabonda e solitaria come lui che, dopo un breve idillio, riparte per il suo viaggio tra ciò che resta dell’Europa.

La trilogia in cui si inserisce è una trilogia a posteriori. I romanzi che la compongono appaiono prima come opere autonome (Brand’s Haide e Specchi neri nel 1951, Dalla vita di un fauno nel 1953) e, tuttavia, completando un disegno che lo stesso Schmidt “scopre” in corso d’opera, tutti e tre vengono ripubblicati nel 1963, sotto il titolo blakiano e con un nuovo ordine: il Fauno appare come primo pannello e, a seguire, Brand’s Haide e Specchi neri. Le ragioni di questa decisione schmidtiana sono evidenti a chi legge i tre brevi romanzi e sono le tante contiguità, le analogie, le ricorrenze e i parallelismi che i tre testi mostrano, sia da un punto di vista tematico e di svolgimento che da quello formale. Continue reading »

Sep 042011
 

 Stefano Zangrando

Fino a poco tempo fa, in Italia il nome di Hans Henny Jahnn (1894-1959) era noto a una sparuta minoranza di amatori e specialisti. La ragione, tuttavia, non andava ravvisata soltanto in un’omissione tra le molte, a volte imperscrutabili, dell’editoria nostrana. In realtà questo autore amburghese, di qualche anno più giovane dei suoi contemporanei Hermann Broch e Alfred Döblin – e distante ormai già una generazione da Thomas Mann –, è rimasto a lungo dimenticato anche in patria, quali che siano le ragioni di una tale rimozione e benché un critico di rango come Walter Muschg lo ritenesse, all’epoca, il più grande scrittore tedesco vivente. Dei suoi due maggiori esiti romanzeschi, il primo, Perrudja, apparve nello stesso anno di Berlin Alexanderplatz di Döblin; il secondo, la vasta trilogia incompiuta di Fiume senza rive, fu composto tra il 1935 e il 1947, anno in cui apparve il Doctor Faustus di Thomas Mann. Anche il trilite di Jahnn narra la storia di un compositore, eppure il canone gli preferì la vicenda di Adrian Leverkühn, così come la commistione ctonia di mito e utopia, eros e cosmogonia del suo primo romanzo subì una sorte meno grata dei cut-up metropolitani del dottor Döblin. Pochi dovettero dunque apprezzare che Jahnn, ben più di Broch e Mann, avesse composto il suo opus magnum secondo regole più musicali che letterarie, contribuendo così a quella musicalizzazione dell’arte del romanzo che in seguito – Milan Kundera docet – avrebbe conosciuto ulteriori e più raffinati sviluppi. Del resto Jahnn aveva dalla sua la competenza del costruttore di organi. Ma questo, a sua volta, non è che il più noto risvolto professionale di una poliedrica e inesauribile personalità di artigiano e visionario.

Dopo gli studi superiori, per sfuggire alla prima guerra mondiale Jahnn emigrò in Norvegia assieme all’amico e amato Gottlieb Harms. Rientrò in patria nel ’18 e, un anno dopo, fondò la comune di artisti Ugrino, i cui piani utopistici rimasero in gran parte irrealizzati – la traccia più durevole fu quella di un’impresa editoriale che dava alle stampe opere di compositori barocchi. La sua proposta, elaborata a fondo, di una nuova concezione costruttiva degli organi ebbe scarso seguito. Il suo primo dramma ottenne nel 1920 il prestigioso premio Kleist, ma la rappresentazione delle sue opere teatrali, che non risparmiavano incesti e mutilazioni, avrebbe sempre incontrato ostacoli. Pacifista convinto, negli anni Trenta aderì al partito radical-democratico finché, bollato e perseguitato dai nazisti come «comunista e pornografo», nel ’33 lasciò di nuovo il paese per stabilizzarsi presto in Danimarca, dove rimase fino al 1950. Rientrato infine nella Repubblica Federale, fondò l’Accademia delle Arti di Amburgo e fu strenuo oppositore al riarmo tedesco e allo sviluppo degli ordigni atomici. Fu in questi ultimi anni che Jahnn assemblò in un volume più abbordabile dei precedenti alcune prose estratte dalle sue narrazioni maggiori: «una costellazione minima dei temi e delle ossessioni dell’autore», scrive Domenico Pinto, curatore della collana Arno per l’editore Lavieri, nella bandella di queste 13 storie inospitali (pp. 196, € 16,00) – è appunto all’editore lucano, e alla lodevole traduzione della giovane Elisa Perotti, che si deve l’edizione italiana del libro, fresca di stampa. Continue reading »

May 252011
 

Domenico Pinto

Dopo il volume Aspettami, dice (Pieraldo 2003), in cui erano adunati i versi del decennio 1992-2002, Andrea Raos, yamatologo vagante e propulsore, dal blog collettivo Nazione Indiana, di tanta poesia contemporanea, ha chiuso in libro il disegno di un epos fantascientifico in cinque tempi: Le api migratori (Oèdipus, collana «Liquid», pp. 136, € 10,00). Scheggiato via da un filone quasi esaurito, che ha l’archetipo nel film The Swarm (1978), Le api ricava dai topoi cinematografici la propria armatura narrativa; tuttavia, come spesso è dichiarato ad incipit dei ‘film di mostri’, si tratta d’una storia vera: nel 1956 furono importate in Amazzonia dall’Africa, allo scopo di creare una specie più produttiva, api da ibridare con quelle locali. Una mutazione produsse le cosiddette «api assassine», che fuggirono dal laboratorio e migrarono verso nord, risalendo il continente americano fin nel cuore del Nevada, per seminare il panico fra la popolazione. Da questa sinopia Raos avvia un’intensa riflessione sull’era della tecnica e sulle meccaniche che incessantemente distruggono e riformano i tessuti della società. La prospettiva sarà, ancora una volta per speculum in aenigmate, quella degli api militari – con forzatura morfologica già nel titolo, dove è grammaticalizzata la mutazione – pronte a eseguire quanto inscritto nel loro DNA: nella parte prima (Api-muta. Inverno, autunno) lo sciame è agito dal raptus micidiale («Ed ora che passato / passava tutto, intero, per intero, / e su ciò che diventa, si avventa»), ossessione di consonanti liquide («Terra, terra, terra tremante, terrosa, terra / trema, trova, terra, torrente, torre, terragna, terra / tirata, tratta, stretta, terra, terramara / erra, rena, nera, nero, era») che d’improvviso comunicano a distanza con le «fere», i delfini mana di morte in Horcynus Orca («Che freme, fera, e che pertugio, che si inclina, nera, che si incrina, sfera»). All’interrogazione verso l’origine, il cui apologo è tracciato dalla Favola delle api («Ma come è cominciato, che divisi? / Adesso è come sera, che mattina, cosa dicono, che buio») seguirà la splendida sezione del Dialogo delle api con Marco Anneo Lucano, dove vengono rifusi moduli della Farsaglia, alimentando, attraverso un altro Vexierbild, i quadri con segreto della nostra contemporaneità. Per questa «iniezione del fantascientifico nel testo lirico» (secondo una felice formula di Gherardo Bortolotti), per gli esiti raggiunti da una frantumazione melodica e sintattica sagomata sul pensiero dell’alterità assoluta, serrati nel suo orizzonte i furori della PlayStation e i romanzi di Hans Henny Jahnn, Le api migratori rappresenta veramente un unicum nel nostro scenario poetico. «Non è niente nascere: è un cominciare, un fremere, un cominciare a fremere. / Trema, premere. / E non sa niente crescere, non crede a niente. / È fruscìo di qualche onda. / Mentre scrosciano gli anni / simula il dissimile / questo frusciare d’onda. E intanto il sempre uguale / che chiamato fiato».

Domenico Pinto

[già in "Alias", sabato 9 febbraio 2008, Anno 11 - N. 6 (493)]