Feb 242013
 

Cecilia Bello Minciacchi

«Cuci un pezzo di stoffa, cuci un brano di lettera, cuci un’iniziale: in quel mezzo-punto non entra il vento». Queste esortazioni si leggevano nel penultimo libro di Antonella Anedda, La vita dei dettagli (2009), nella toccante e concreta elaborazione di un lutto compiuta per via artistica e letteraria: un collage accompagnato dagli atti necessari a realizzarlo. La singolare sezione cui quel gesto, quel “cucire” apparteneva, Collezionare perdite, scopriva subito e nel vivo, nell’intimo della sua pietas, tanto l’indole di una collezionista – d’isolati dettagli di vita e di opere d’arte, ma soprattutto di perdite –, quanto la sua attenzione al «vento» che «scardina», alle «tracce» inseguite nelle fibre («impronta, stoffa, calligrafia»), al «buio» terminale. Quel libro, del resto, era «una storia di fantasmi». Ora, all’atto di cucire, che per Antonella Anedda ha importanza tangibile, quasi da esorcismo, è intitolata la sezione centrale del suo nuovo libro di poesia, Salva con nome (Mondadori, pp. 119, € 16,00). Di quella sezione è nume tutelare Louise Bourgeois, convocata in un’epigrafe perfetta tanto è compiuta e correlativa: «Quand’ero piccola, tutte le donne di casa maneggiavano aghi. Mi hanno sempre affascinato gli aghi, hanno un potere magico. L’ago serve a ricucire gli strappi. È una richiesta di perdono. Non è mai aggressivo, non è uno spillo». Continue reading »

Feb 032013
 

Postfazione a Marco Giovenale, La casa esposta, «Fuori Formato», Le Lettere, Firenze 2007

Cecilia Bello Minciacchi 

fondendosi la
visione di uno strazio con uno strazio
tutto si rifà,

e da capo e di nuovo

Amelia Rosselli

Sfaldamento, dissipazione, ingresso inesorabile nell’ombra. L’esposizione della casa procede verso la spietata chiarezza di un fatale destino di perdita e sgretolamento, di una mancanza tanto più tremenda quanto meglio si avverte, o si preavverte, già nel suo principiare e nel suo progressivo farsi. Farsi perdita e sottrazione, farsi concreto vuoto, cavità enigmatica della mancanza, spossessamento di terra e casa. Qui si patisce – e ogni scatto fotografico, ogni poesia è prova esatta, segno di quel patire – il coatto abbandono di luoghi e oggetti amati. Una coazione che vale allegoricamente in senso ampio, condiviso: fatalmente vera, dunque, e comunemente esperibile. Ogni esistenza è percorsa da una lunga teoria di abbandoni; le spoliazioni di beni, luoghi, legami e identità sono figure, anticipazioni feroci della privazione assoluta, l’ultima di ogni vita: «Dove sta cenere cenere». Tutti gli uomini, come è qui detto di un gruppo di visitatori di un chiostro, sono «carbonio, coeso». Corpi e cose decadono e si ossidano: «La casa una più lenta ossidazione / dovuta all’acqua». Ogni elemento, vivo o morto che sia, è soggetto a consumazione, a dissolvimento; il processo di de-composizione è vero, parimenti, in vita e in morte, come dice un distico lapidario, gnomico, a cui, proprio nell’assenza di soggetto identificabile, viene affidata l’espressione laconica della universale deperibilità: «Se è vivo si guasta // Se è morto, muore di più». Continue reading »

Dec 052012
 

Giuliano Mesa

Ad esempio

Ad esempio, dire di ciò che non sappiamo dire. Senza cercare teoria. Senza temere il conflitto, lo stridore, lo stridere delle parti. Se la poesia è relazione, mette in relazione, non finge sintesi.
(Tutto ciò, e ciò che segue, è detto facendo un passo indietro, incauto, di non-silenzio.)

Rumpelstilzchen

“Trampolino Tonante mi chiamo, / il mio nome nessuno lo sa.” Questa la didascalia sotto il disegno di uno gnomo che armeggia con un arcolaio. La vidi in soffitta, sfogliando un libro di fiabe, che stava tra le cose di una zia. Avevo imparato a leggere da poco. Ne rimasi così turbato che ancora ho nella mente l’immagine di quel bambino che guarda e legge, con gli occhi spalancati, forse spaventati. In casa non c’erano libri, e i primi che poi mi procurai non furono di fiabe. E quel libro che stava in soffitta, la zia se l’era ripreso insieme alle altre sue cose lì in deposito. Per tutta la vita mi sono chiesto chi fosse Trampolino Tonante, fingendo di non poterlo scoprire. Infine l’ho scoperto, “per caso”. Trampolino Tonante è Rumpelstilzchen, una delle fiabe più note dei fratelli Grimm. Lettore bulimico, per tutta la vita ho evitato accuratamente quella fiaba, dove la scoperta del nome può salvare dalla morte una ragazza, e poi ne può salvare il figlio, che altrimenti diverrebbe preda, e prole, dell’innominato… “Ach, wie gut is, daß niemand weiß / Daß ich Rumpelstilzchen heiß!”.
Scoprire il nome di ciò che ha un nome, un nome che prima non si conosceva, e che a ciò, alla cosa, dà nome. Ma, dato il nome, qualcosa si dischiude senza chiudersi: la scoperta della poesia. Scoperta tante volte, poi, nel corso degli anni, leggendo e scrivendo. Tante volte? Forse no. Forse “la volta” è sempre la stessa. Il turbamento e l’ansia sono sempre gli stessi. Trovano nome ma quel nome non è mai l’ultimo, non coincide mai perfettamente con la cosa. Trampolino Tonante, disvelato, si squarcia, come nella fiaba, ma non sprofonda nella terra, non scompare.
[Da qui, volendo, tante parole. Anche, banalmente, sull’unheimlich di quella scoperta infantile. Che tuttavia, pur essendo “risalito alla fonte”, sento ancora intatta, poiché quell’esperienza è ancora viva, agisce, ed anzi, invecchiando, diventa ancor più perturbante - il nome si allontana sempre più, la speranza di nominarlo è sempre più tenue… E’ così? Forse no. Forse, la speranza di nominarlo non l’ho mai avuta, ed è stata forse questa di-speranza a farmi leggere e scrivere, e vivere, sapendo che, alla fine, avrei soltanto saputo di non poter sapere. Non più di quell’ombra o di quel bagliore che le parole lasciano dopo di sé: quel non nominato è forse ciò che davvero sappiamo, l’essere di ciò che non permane, l’ombra di un sogno nel proverbio di Pindaro. Senza onirismo. L’impermanenza si percepisce permanendo, per il tempo che ci è dato, in corpo e dolore, nostri e di ognuno e di tutti, nel nostro essere in fine e in parte, finiti e non finiti, incompiuti.] Continue reading »

Sep 102012
 

Marco Giovenale

[...]

I. Per datare i cambiamenti: alcuni indizi

I.1.

L’impressione è che da circa mezzo secolo noi tutti siamo fuori da un “paradigma”. In occidente, almeno. (Paradigma è vocabolo sentito alternativamente o troppo invadente o troppo poco inclusivo, eccessivamente blando; dunque lo si assumerà come signum arbitrario da variare; al momento lo uso come puro termine convenzionale, e provvisorio).

Se un cambio di paradigma c’è stato (perfino in Italia), di fatto ci troviamo adesso in un altro/differente (o entro una serie di altri), che invece appunto ci include e determina. Siamo (nati) in un diverso paradigma che include/informa percezioni reazioni relazioni nel contesto o panorama occidentale, e nei testi che vi si producono. Tutto o moltissimo è cambiato intorno a noi e in noi anche per via di quel che è stato scritto e sentito e percepito e fatto e detto dall’inizio degli anni Sessanta. A me sembra che si sia pienamente (e contortamente) dentro un mutamento, o mutazione avvenuta e ancora in atto: ci siamo letteralmente nati, è stato la nostra placenta.

Eviterei di parlare di Modernismo come di Postmoderno. Anche se parlare, invece, di paradigmi è quanto meno fumoso. Ma qui non scrivo un “saggio”; qui semmai si dà per avviata (con puntini di sospensione all’inizio e alla fine) una sequenza di ipotesi e domande, più che risposte; si ragiona operando su un terreno che il ragionamento stesso tenta di preparare a un viaggio verso definizioni in larga parte da elaborare.

I.2.

Il cambio di paradigma sembra essere iniziato al principio degli anni Sessanta. Rosselli scrive Spazi metrici nel 1962, Antonio Porta Aprire nel 1960-61, Corrado Costa le prime poesie sul «verri» in quegli stessi anni. (Ma gli esempi sarebbero dozzine). Esce nel giugno 1962 Opera aperta, di Eco.

Rosselli Continue reading »

Aug 242012
 

Gian Maria Annovi

 

Sin dal volume di esordio, Spostamento (2000), ma con più forza nel successivo e già maturo Datità (2001), Giovanna Frene ha rivelato di saper far convivere – ben bilanciate – due diverse modalità compositive. Da un lato, lo scavo linguistico, fatto, più che di sprofondamenti carsici, di ripetute incisioni o graffiature sulla superficie del linguaggio [“il cadere nullo (il non cadere) nel vallo”], dall’altro l’articolarsi di una poesia che procede per estesi segmenti sintattici di addizioni spesso negative (“Negare di preferire qualsiasi / preferenza fingere di fingere la finzione / del non sentire”, Datità), come tra l’infinità della selva d’invisibili parentesi di una funzione matematica: un’operazione complessa di sapere. Si potrebbe dire, con Paolo Zublena, prefatore attento del recente Il noto, il nuovo (Transeuropa, 2011), che quella di Giovanna Frene è una “poesia di pensiero”, rigorosa e a tratti algida nella sua coerenza sperimentale. L’impulso è però quello di circoscrivere ulteriormente quel giudizio e di parlare piuttosto di “poesia ragionativa”, per dare risalto alla modalità, al processo – o procedere – con cui il pensiero si esercita ed manifesta nei testi che formano questa raccolta. Non è insomma la linearità o la compattezza di un pensiero definitivo quella che Il noto, il nuovo punta a incarnare, ma l’articolarsi dei modi con cui il pensiero arriva a darsi, un protendersi vettoriale di micro-ragionamenti che fanno di questa raccolta una stella nera dalle infinite punte, acuminate quanto gli aculei di un riccio marino, così che anche reggendola tra le mani non se ne sfiora mai direttamente il centro. Continue reading »

Jul 142012
 

Marco Giovenale

Dopo un lavoro di oltre dieci anni di ricerche, viaggi in Italia, traduzioni, revisioni e confronti, letture e dialoghi, studio delle poetiche e della critica, consultazioni e raffronti in archivi, Jennifer Scappettone offre al lettore anglofono una straordinaria messe di testi di Amelia Rosselli, sotto il titolo complessivo (e rosselliano) di Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli, che l’editore (Chicago University Press) ha il merito di aver accettato di pubblicare con testo a fronte, permettendo dunque al volume di continuare il dialogo interlinguistico (anzi il nodo di dialoghi) che di fatto già è una radice forte dell’immaginazione e della poesia rosselliane.

Scappettone, poeta lei stessa (principalmente in inglese), e autrice in grado di dominare e intendere in ogni sfumatura l’italiano ereditato e vissuto, è la traduttrice ideale di una scrittura densa e internamente/intrinsecamente molteplice come quella di Rosselli.

Locomotrix, dopo un’Introduzione attraverso cui la curatrice affronta un’attenta, dettagliata disamina del percorso biografico dell’autrice, scandendolo con puntuali interpretazioni dei libri di volta in volta usciti, presenta Continue reading »

Jun 242012
 

Niccolò Scaffai

C’è almeno un tratto che accomuna la serie dei quaderni italiani, curati da Franco Buffoni, giunti quest’anno al decimo volume: ed è la selezione di autori anagraficamente vicini, sì, ma ognuno dotato di una propria voce ben distinguibile e già modulata, senza velleità generazionali. Per questo non sembra sufficiente evocare categorie come quella di ‘poesia giovanile’ o di ‘giovane poesia’, che pure godono ancora di una loro fortuna: basti pensare alla recente (2009) Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, curata da Giancarlo Pontiggia per Interlinea edizioni.

Sono sette i poeti del decimo Quaderno, ciascuno introdotto da un critico o da un autore noto: Corrado Benigni (presentato da Mario Santagostini), Andrea Breda Minello (da Maria Grazia Calandrone), Francesca Matteoni (Fabio Pusterla), Luigi Nacci (Lello Voce), Gilda Policastro (Aldo Nove), Laura Pugno (Cecilia Bello Minciacchi), Italo Testa (Umberto Fiori). E sì, sono ‘giovani’ – almeno secondo i parametri della società italiana contemporanea – essendo nati negli anni Settanta. Ma si sottraggono alle ambizioni provvisorie che spesso il Novecento ha associato ai cosiddetti giovani, per esprimersi già ognuno con un proprio stile, più o meno sicuro, magari ancora in cerca di un centro ritmico, di un preciso equilibrio formale. Ma per tutti si può parlare di uno stile indubbiamente originale. Ne è una riprova, come vedremo, la capacità di far intravedere in filigrana la traccia di grandi maestri novecenteschi, senza con ciò forzarsi all’imitazione e al falsetto. Anche per questo, nessuno dei criteri che spesso tengono insieme un’antologia (vicinanza di stile, provenienza geografica, appartenenza di ‘scuola’, ecc.) sono qui attivi. Del resto, forse non si deve nemmeno parlare di ‘antologia’, perché il Quaderno contiene di fatto tante opere quasi complete quanti sono gli autori raccolti. Continue reading »

May 082012
 

Antonio Loreto

(“vero e probabile è che si dica di più in prosa che non in poesia”, A. Rosselli)

 

1. A cavallo del 1870, uno scrittore poco più che ventenne, francese ma nato in Uruguay, intitola le proprie opere – tutte in prosa – Chants e Poésies e un poeta anche più giovane, nato e cresciuto nelle Ardenne, chiama una sua prosa Sonnet. Nel 1913 un francese di origine svizzera e anni ventisei, pubblica la Prose du Transsibérien et de la petite Jeanne de France, lungo poema in versi. Mezzo secolo e una trentaduenne italiana, nata per il fatto storico a Parigi e linguisticamente prima trans- che cis-alpina, spaccia per metrico uno spazio costitutivamente prosastico (e stabilisce quali suoi ideali formali, al di sotto della contraddizione, il sonetto e la prosa).

Questa scorciata parabola delle imposture metonimiche che prosa e poesia si sono scambiate talvolta, caratterizzata da una gravitazione elastica intorno a Parigi e dal progressivo allontanamento dall’estrema giovinezza (biografica e tematica), per ora finisce qui, in questa antologia di trentasei-quarantaduenni italiani imbevuti di cultura globale – ma francese, fra le straniere, in particolare – che mettono sulla pagina quadri di vite, di opinioni, di osservazioni adulte (per misurare differenzialmente questo dato si rilegga il prato 147 di Inglese) e intellettualmente avanzate (rimando a Bortolotti), entro una matura assunzione di responsabilità supergenerica. Con quella impostura si gioca ancora, per la verità, dicendo “prosa” dove si attenderebbe “poesia”; ma si tratta di un gioco di riordino, per restituire a entrambe il corretto statuto convenzionale. Dunque Prosa in prosa. Continue reading »

Jan 252012
 


Niva Lorenzini

Mi si chiede di tanto in tanto di indicare quel che penso della poesia che si produce in questo difficile, protratto avvio degli anni 2000 (e siamo già al 2011, con un decennio abbondante alle spalle), e ogni volta mi trovo a rispondere che è la poesia dei giovani o giovanissimi quella che più mi interessa. Ne sono sempre più convinta.

Sufficientemente lontani dai nonni, dai padri, dai fratelli maggiori, che però hanno letto e metabolizzato a dovere, sufficientemente esperti di ciò che capita nell’orizzonte italiano e internazionale, sufficientemente pratici del rapporto tra diversi linguaggi espressivi, che spaziano dalla letteratura al cinema, dalla musica al fumetto, dalla filosofia alla scienza alle arti, la loro scrittura è spesso spiazzante rispetto a categorie in auge ancora a fine Novecento, e resta in buona parte da indagare. E’ una scrittura tutt’altro che naïve, tutt’altro che immediata e irriflessa, tutt’altro che ‘innamorata’ della parola, sia che interferisca con la prosa (non lo scrivo a caso, sto proprio pensando alla Prosa in prosa di Inglese, Bortolotti, Broggi, Giovenale, Zaffarano, Raos, e a molti tra i testi antologizzati nel recente spoglio dei Poeti degli Anno Zero presentato da Ostuni sul numero 30 della rivista “L’illuminista”), sia che si dia parcellizzata in versicoli mutili, in schemi contratti pronti a disgregarsi. Continue reading »

Jul 172011
 


M.Giovenale, Due Letture di “Due Sequenze”

Jun 152011
 

Cecilia Bello Minciacchi

Uno dei motivi più intensi e ricorrenti della poesia di Marco Giovenale – motivo fondante – è la vulnerabilità, l’esposizione al dolore, l’«essere-senza-difesa», per citare Derrida a proposito dei Minima moralia di Adorno. Derrida e Adorno, certamente, ma anche Foucault e Deleuze sono stati a lungo meditati da Marco Giovenale, che ha dato ora alle stampe un denso volume di poesie, Shelter (Donzelli, pp. 117, € 14), libro decantato, che raccoglie testi scritti tra il 2003 e il 2009. Pur giovane – è nato nel 1969 a Roma –, Giovenale è autore di sicura e provata esperienza, straordinariamente produttivo: a poca distanza da Shelter sono apparse le prose di Quasi tutti (Polìmata, 2010) e le poesie di Storia dei minuti (Transeuropa, 2010). Shelter, come si leggeva nei primi appunti di lavoro, è un «luogo-parola», significa rifugio, ricovero, asilo, ospizio. Dunque, lo shelter offre riparo e cura, ma al tempo stesso separa e chiude, «ingabbia e protegge», scrive Giovenale in calce al volume. A tratti, in eco, si avvertono Serie ospedaliera di Amelia Rosselli e Residenze invernali di Antonella Anedda. Ma c’è in Giovenale una diversa, vincolante cristallizzazione.

Libro asciuttissimo, dal dettato nitido, esatto e affilato, Shelter ha un effetto spiazzante. Continue reading »