Apr 122013
 

Enzo Rega

   Un libro “compatto” – non una semplice silloge – questo Tribunale della mente di Corrado Benigni. Un libro con una forte e severa base etica, quasi luterano-calvinista. Quell’etica che poi viene formalizzata nel “diritto”, che ne è la declinazione codificata in un regolamento comportamentale, e per il quale Benigni “utilizza” la propria formazione specifica e il proprio lavoro di avvocato. Anche se poi il libro si pone quasi come una sorta di kantiana “Critica della ragion giuridica”, delle sue pretese di giudizio e di appuramento della verità. Infatti, il significato di questa poesia va ovviamente ben al di là di un pretestuoso attacco alla magistratura. Questo tribunale non è quello d’un qualche foro giudiziario, ma quello della mente, nello stesso tempo quello del mondo, di cui la mente è, o vorrebbe essere, specchio. Continue reading »

Apr 092013
 

Daniele Claudi

«Relegato per secoli ai margini della nostra tradizione poetica – scrive Niva Lorenzini disegnando un breve quadro storico –, il corpo occupa nel Novecento un ruolo centrale». Col volume intitolato al rapporto tra Corpo e poesia nel Novecento italiano (Bruno Mondadori, 2009) Niva Lorenzini ha posto ancora una volta un obiettivo: «parlare del corpo comporta chiamare in causa il rapporto letteratura-realtà». In breve: «Se si volesse condensare in un diagramma la linea di sviluppo della storia dell’io e di quella del corpo lungo il corso della poesia del Novecento, ci si troverebbe […] a indicare, per la prima, un tracciato in discesa verticale, per la seconda una direzione ascendente». Dall’indagine risulterebbe che «è il corpo […] a mantenere solida la propria posizione […] scongiurando o procrastinando la perdita di contatto con una realtà sempre meno governabile e prevedibile». Continue reading »

Apr 052013
 

Guido Guglielmi

Ogni situazione chiusa chiede che si inventi una via d’uscita. Se è vero (trasponendo liberamente Benjamin) che il pessimismo sulle circostanze non autorizza il pessimismo sulla cosa. E poiché il discorso che qui si deve fare riguarda la possibilità della poesia, oggi, in una situazione post-novissima, non sembrerà del tutto sconveniente, da parte mia, richiamare l’archeologia del problema e riferirmi ad alcune riflessioni di Baudelaire. La regressione alle origini di un asse problematico dovrebbe essere giustificata, posto che esso continui a riguardarci. Nella sezione di apertura Méthode de critique del Salon del 1855, Baudelaire si chiede che cosa un Winckelmann moderno avrebbe avuto da dire di un prodotto cinese. Ogni sistema – secondo Baudelaire – per quanto «beau, vaste, spacieux, commode, propre et lisse surtout», sta indietro rispetto alla novità delle situazioni; per cui il miglior partito da prendere resta quello della modestia, della rinuncia ad ogni sistema, ad ogni «science enfantine et vieillotte, fille déplorable de l’utopie». Naturalmente, presentata così, una tale posizione deve parere insoddisfacente, nella misura in cui ogni discorso sottintende una costruzione, quindi una regola di formazione. Ma ci si potrebbe richiamare – lo ha fatto ripetutamente Anceschi – al Salon del 1846 (A quoi bon la critique?) dove si dice «la critique doit être partiale, passionnée, politique, c’est-à-dire faite à un point de vue exclusif, mais au point de vue qui ouvre le plus d’horizons». La critica, dunque, non come interpretazione, ma come disciplina di frontiera, attenzione portata ai luoghi di confine, disposta a quel nuovo che è poi la forza della poesia di Baudelaire. Continue reading »

Apr 022013
 

Gherardo Bortolotti

Una cosa che mi trovo spesso a dichiarare è che la letteratura, comunque, non è un problema di artigianato, di maestria tecnica o di stile. E, per come intendo io la letteratura, questa è un’affermazione ovvia.

La metafora artigiana, tuttavia, è un modo di interpretare la letteratura ancora molto forte. Le ragioni sono varie. Da una parte, per esempio, c’è il fatto che una rappresentazione di questo tipo sottolinea l’investimento in sapere tecnico che la letteratura, per come la conosciamo, ha comportato e che ne ha giustificato, in vari termini, la specificità ed i meccanismi di selezione e di attribuzione di ruolo a cui, come sapere appunto, ha dato luogo. Da un’altra parte ancora, nella pratica quotidiana, non si può non riconoscere che lo scrivere letterario prevede tutta una serie di operazioni “manuali”, di limatura, scelta, messa in opera etc. che vengono convenientemente rispecchiate nell’immagine artigiana. La metafora artigiana, per di più, trova una forza ulteriore nella riduzione del testo a prodotto, che a sua volta implica. Una riduzione che privilegia la parte “visibile” del testo (escludendo, per esempio, la sua continua rigenerazione in seno alla lettura – per non parlare della sua eventuale natura meramente orale) e che contribuisce a collocare la letteratura nello schema più generale di produzione/consumo in cui praticamente ogni nostra esperienza, ai tempi del capitalismo, viene inquadrata. Continue reading »

Mar 302013
 

Paolo Zublena

C’è la rappresentazione dell’infra-ordinario al centro di Tecniche di basso livello (Lavieri, Caserta 2009) di Gherardo Bortolotti, senza dubbio uno degli oggetti letterari – tra quelli dell’ultimo decennio – destinati a suscitare un interesse più duraturo per novità sostanziale e capacità di mettere in figure il proprio tempo. Ma non si pensi di trovare in questa raccolta di brevi prose numerate in modo non progressivo – impaginate a coppie binarie – un’antropologia o una fenomenologia dell’infra-ordinario, e nemmeno un’ontologia del quotidiano: semmai una politica del sensibile.

Di una condizione politica generazionale si parla anche al livello tematico più esteriore. Ma questa rassegna dell’evenemenziale non è rappresentata – come è avvenuto in tanta letteratura recente – come una fenomenologia dell’esperienza sensibile, e prima di tutto della corporalità: bensì viene descritta nei termini di una ratio che è già ideologica: «197. Ci riunivamo di frequente attorno ai concetti di “sabato sera”, di “locale alla moda”, e ci spiegavamo gli eventi della vita sulla base di tradizioni narrative di genere, ereditate dalla programmazione televisiva, dai dipendenti delle agenzie pubblicitarie. Davamo ascolto a chi amavamo, cercavamo di capire l’altro lato delle cose, ci inoltravamo sempre più a fondo in un esterno che non aveva fine, che non potevamo consumare né con lo sguardo né con le parole» (p. 28). A essere rappresentata è appunto una politica della percezione e dell’interpretazione del reale, quindi della costruzione del discorso ideologico: «73. Mentre, al di sopra delle nostre interpretazioni incongruenti, alcune questioni economiche di larga scala rimanevano ignote alle masse, uscivamo in serate infrasettimanali, trovandoci tra amici a fare qualche punto della situazione, a collaborare nella stesura di una qualche morale. Era usuale che le nostre conversazioni si perdessero in regioni di frasi generiche, schemi ipotetici, espressioni approssimative dello stato delle cose e ripiegassero, dopo una breve pausa, verso ricordi condivisi, citazioni televisive, giudizi di gusto sulle ultime proposte dell’industria musicale e cinematografica» (p. 29). Continue reading »

Mar 272013
 


Andrea Cortellessa

Finalmente Germano Lombardi torna un autore che si può vedere. Anche se, considerando lo stato delle nostre librerie, un po’ tocca aguzzare la vista. Se quest’opera di rara compattezza è comunque rientrata nel campo ottico, il merito è di due realtà culturali liguri (Lombardi era nato a Oneglia nel 1925): la storica rivista savonese «Resine», che nel 2010, per iniziativa di Pier Luigi Ferro, gli ha dedicato un ricco numero monografico; e la casa editrice genovese Il Canneto, che lo stesso anno ha ripubblicato un suo romanzo del ’77, Villa con prato all’inglese (se ne è occupato Luigi Weber sul numero 5 di «alfabeta2»), e dà ora alle stampe il suo primo libro, Barcelona, del climaterico ’63. Piccolo o grande contrappasso: per chi da subito – ventenne aveva preso il mare su un peschereccio sull’Atlantico – si presentò come un cosmopolita, un apolide, un déraciné.

O meglio, come si dice dalle sue parti, un «madrogne» (l’emblema d’inquietudine del mare tornerà nel suo ultimo romanzo, L’instabile Atlantico, uscito un anno dopo la morte, caduta a Parigi nel 1992). Certo la sua narrativa, come la salutò Angelo Guglielmi all’esordio, ha anzitutto il pregio di non essere «provinciale». E non tanto, ovviamente, perché l’opera prima si snodi fra Londra, Parigi, Port Bou e la città che le dà il titolo; ma perché da subito appare sintonizzata sulle coordinate del nouveau roman e, in generale, della grande sperimentazione narrativa di quegli anni. Continue reading »

Mar 242013
 

Guido Guglielmi

Se c’è un poeta che ha trovato subito la sua direzione, questo è Adriano Spatola. La sua carriera comincia nel ‘61 con Le pietre e gli dei, un libro molto giovanile, ma già orientato nelle sue scelte di poetica. Del ‘65 è l’Ebreo negro, e sarà il libro di un poeta nel pieno possesso dei propri mezzi. Dell’anno precedente è L’oblò, un divertimento romanzesco di gusto surreale. Seguiranno nel ‘71 Majakovskiiiiiiiij, nel ‘75 Diversi accorgimenti (con una presentazione di Luciano Anceschi), e nell’83 La piegatura del foglio.
L’elenco è naturalmente tutt’altro che completo. Ho indicato alcuni libri significativi. E ho trascurato, fra l’altro, tutto l’aspetto extraverbale – o non semplicemente verbale – dell’attività di Spatola, della quale anche ci si dovrà occupare. Ma basti per ora ricordare il suo studio Verso la poesia totale che è del ‘69 e che, oltre a segnare una data nella riflessione sulla poesia visiva e ad avere un preciso valore di anticipazione in Italia, si presenta come il documento di un progetto di poesia. Vorrei appunto cominciare con l’idea di Spatola di poesia totale, cioè di una poesia che attraversa tutti i linguaggi, nei modi di un vivacissimo sperimentalismo visivo, al limite del linguaggio figurativo, e fonetico, al limite del linguaggio musicale. A Spatola non interessa chiudersi dentro la specificità di un’istituzione: interessa invece compiere esperimenti. Ed è questo carattere di poeta avventuroso, curioso di possibilità, sempre ai confini del proprio linguaggio, che conviene sottolineare. Spatola è un poeta in metamorfosi, un poeta dei contrari. Continue reading »

Mar 182013
 

Giorgio Mascitelli

Molloy sta osservando in una vuota pianura irlandese un signore, il signor B che si allontana in direzione opposta alla città dopo l’incontro con il signor A. Molloy è accovacciato sotto una roccia vestito di grigio e si immagina che il signor B non possa notarlo.  Nel descrivere la sua posizione il vagabondo ricorre a una citazione dantesca, che suona così: Il regardait  autour de lui ( il signor B), je l’ai déjà fait remarquer, comme pour graver dans sa mémoire les carachtéristiques du chemin, et il dut voir le rocher  à l’ombre duquel j’étais tapi,  à la façon de Belacqua, ou de Sordello, je ne me rappelle plus. (1) Naturalmente nessuna sorpresa che Molloy faccia una citazione di questo genere perché un carattere costitutivo di questo personaggio è far “trapelare tracce di un’educazione superiore ormai negletta” (2) né questa sorpresa può venire dai personaggi citati: Belacqua, il liutaio fiorentino che riteneva con Aristotele che l’anima diventi più sapiente se si riposa molto, appare frequentemente nell’opera beckettiana (3), e probabilmente la sua indolenza è una proiezione di uno scetticismo beckettiano. L’elemento interessante è invece paradossalmente la confusione tra Sordello e Belacqua. Continue reading »

Mar 152013
 

Renata Morresi

Nel 1987 il poeta-critico americano Charles Bernstein in The Sophist, in polemica con una poesia come portatile bijou, tesa ad un effetto di sollievo, mossa da volontà pedagogiche di elevazione, nonché programmaticamente incontaminata dalla storia e, ovviamente, rivolta all’universale, immaginava che i fondamentalisti dell’emozione lirica pubblicassero un manuale per regolamentare ciò che si può dire in poesia (ovvero “quello che tutti sanno [...] nel modo in cui tutti l’hanno già sentito”, 35), dal titolo “Acceptable Words and Word Combinations”, così che chiunque potesse finalmente scrivere solo in permutazioni derivate da questo repertorio di parole ed espressioni poeticamente “accettabili”. Continue reading »

Mar 082013
 

 

Renata Morresi

Che cos’è “il peso di pianura”? Nel sintagma del titolo una estensione di terreno ampia e pianeggiante sembra divenire presenza inevitabile che incombe. Qualcosa di non dominabile, di orizzontale e superiore, ma non già cielo, non ancora trascendenza, anzi, vastità tutta terrena. Nel libro diventerà (anche) allusione a un luogo geo-culturale decisivo per la storia italiana recente: quella pianura (quella Padania) tanto spesso caricata di proiezioni populiste che non hanno però saputo affrontare la questione dei suoi popoli, schiacciati nell’ottundimento da super-lavoro e dalle storiche prevaricazioni dei forti. Continue reading »

Feb 282013
 
Marco Giovenale

 

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1. uno dei problemi o forse solo luoghi della scrittura, nello spazio di sovrapposizione degli insiemi cartaceo e digitale, è quello della trascrizione.

2. un autore con formazione nata in contesto gutenberghiano può realizzare testi in primis in formato cartaceo, come inventati e scritti a mano, o – indifferentemente o meno – come appunti tratti da fonti diverse e semplicemente presi da queste. in entrambi i modi, sia che si tratti di rilavorarli perché solo a penna, o di rielaborarli perché ‘rough’, deve spostarli da un contesto grafico a un altro, da un sistema di segni idiomatici e strettamente legati all’identità, a un contesto astratto e comunque riconfigurante, come è quello della pagina elettronica. senza questo spostamento è quasi impossibile pubblicare (se non nella forma della pagina manoscritta fotografata) il testo.

3. la trascrizione è una traduzione. (come tradurre è in assoluto trascrivere assai male). (tanto male da cadere in un’altra lingua, … infine in qualche modo contortamente pertinente).

4. nella traduzione, come nella trascrizione/edizione e rielaborazione di un testo ‘handwritten’, possono intervenire errori, deviazioni, anche tradimenti coscienti, e riscritture. manipolazioni – volontarie o meno – di segni che diventano altro da una pura traslazione linguistica A–>B.

5. traduciamo continuamente, e continuamente spostiamo di campo e di luogo tracce, segni. Continue reading »

Feb 242013
 

Cecilia Bello Minciacchi

«Cuci un pezzo di stoffa, cuci un brano di lettera, cuci un’iniziale: in quel mezzo-punto non entra il vento». Queste esortazioni si leggevano nel penultimo libro di Antonella Anedda, La vita dei dettagli (2009), nella toccante e concreta elaborazione di un lutto compiuta per via artistica e letteraria: un collage accompagnato dagli atti necessari a realizzarlo. La singolare sezione cui quel gesto, quel “cucire” apparteneva, Collezionare perdite, scopriva subito e nel vivo, nell’intimo della sua pietas, tanto l’indole di una collezionista – d’isolati dettagli di vita e di opere d’arte, ma soprattutto di perdite –, quanto la sua attenzione al «vento» che «scardina», alle «tracce» inseguite nelle fibre («impronta, stoffa, calligrafia»), al «buio» terminale. Quel libro, del resto, era «una storia di fantasmi». Ora, all’atto di cucire, che per Antonella Anedda ha importanza tangibile, quasi da esorcismo, è intitolata la sezione centrale del suo nuovo libro di poesia, Salva con nome (Mondadori, pp. 119, € 16,00). Di quella sezione è nume tutelare Louise Bourgeois, convocata in un’epigrafe perfetta tanto è compiuta e correlativa: «Quand’ero piccola, tutte le donne di casa maneggiavano aghi. Mi hanno sempre affascinato gli aghi, hanno un potere magico. L’ago serve a ricucire gli strappi. È una richiesta di perdono. Non è mai aggressivo, non è uno spillo». Continue reading »

Feb 212013
 

di Davide Racca

“Conosco soltanto la terra promessa, mi dici / – è adesso, è fatta di parti perdute, è fatta di parti / in cui la vita che non vive è vinta.” Così dice “la poesia di uno che scorda / di uno che ricorda strano”, quella di Cristina Alziati in Come non piangenti (ed. Marcos Y Marcos, 2011, pp. 103, euro 14,50). Qui, in questo libro, la storia è ora una miracolosa epifania di natura, una cosa innocente, pulita, un odore d’infanzia; ora, prende le sembianze di quel mostruoso essere nichilista dalla “s” maiuscola e dal distruttivo fiato al fosforo; ora è una tragedia individuale. Ma, scrive l’Alziati: “Non ti confondi, una è la storia / che ci crepa. E dentro quella, dentro / ciascuna ora del mondo senti / gemere il tempo del tempo che resta.” L’incombere di un evento più grande travolge improvvisamente una piccola vicenda quotidiana, piegandola; ma, allo stesso tempo, ne accresce l’intensità dell’io, facendone punto radiante di coscienza e senso, umile sonda di parola che dice di sé: “dentro il sedimentarsi delle piccole / cose, e delle grandi, sono / l’anima ingombra del loro farsi mute.” Ed è qui, in questo ammutolire delle cose, che si colloca “Sofia”, un nome di persona, la piccola figlia del poeta, il senso ingenuo e tenero della vicinanza, o il nome della conoscenza che arriva rivoluzionaria, come un verso di Ernesto Cardenal, nei momenti più bui, incidendo sulla fronte un profondo “mierda a la muerte”. Continue reading »

Per Mastronardi

 Recensione  Comments Off
Feb 182013
 

Fiammetta Cirilli

La rivolta impossibile. Vita di Lucio Mastronardi (Roma, Ediesse, 2012, prefazione di G. Fofi) è il titolo della biografia che Riccardo De Gennaro ha di recente dedicato all’autore della trilogia di Vigevano. Una biografia dalla gestazione discontinua, perché ripetutamente interrotta e ripresa: e portata a termine non per obblighi editoriali o altro, ma per debito – di affetto, di stima, di riconoscenza – nei confronti di uno degli scrittori più originali e acuti della seconda metà del Novecento italiano. L’indagine sulla vita pubblica/privata dell’impietoso narratore della provincia lombarda diventa, così, anche racconto di quel che sta a monte della pubblicazione del libro che De Gennaro gli dedica: una modalità per alcuni versi rischiosa, e che tuttavia – raccontando il pathos dei ripetuti accostamenti dell’autore al mondo di Mastronardi – sa anche rivelare molto intorno ai motivi che rendono a tutt’oggi vitale, sorprendente, fruttuosa – necessaria, probabilmente – una rilettura dei romanzi vigevanesi.

La parabola esistenziale di Mastronardi ruota, come noto, intorno a personaggi, abitudini, luoghi che nutrono anche le sue pagine scritte: la scuola, il paese, le fabbriche, il dovere; i dané che precipitano chi li fa in un benessere ottuso e avido. Ma è anche, come intuibile, parabola del disagio di vivere di chi non riesce ad allinearsi a un’ottica data, convenzionale: si tratti del modus pensandi del maestro di scuola pubblica, stipendiato modestamente ma “garantito”, o di quello dell’artigiano che si mette in proprio e fa fortuna faticando come un somaro. Il tutto contratto in un orizzonte privo (o quasi) di linee di fuga (e, senza retorica, di luce). Continue reading »