Giuliano Mesa
Si è parlato molto di una “poetica della comunicazione” come tratto comune di questi anni. Se ritieni di poterne condividere gli indirizzi, in cosa credi si sostanzi?
“Poetica della comunicazione”? Quale poetica non lo è? Trascendendo verso il basso (in catabasi vertiginosa, fino a qui dove si è), chiunque scrive e vuole che il suo scrivere sia “pubblico”, sempre rimanda a una “poetica della comunicazione”, pur se non esplicitata o addirittura denegata. Ciò che può attenere a questi anni di infamia, nei quali, spesso da infami, si sopravvive, è soltanto la consapevolezza, costantemente accentuata, del chiedersi, costantemente, “perché parlo?”, “perché continuo a parlare?”, “con chi parlo?”, “posso non parlare?”…
A quale silenzio potrebbe servire il tacere? Tacerebbe forse qualche dignità, qualche dignità? Affinché il silenzio abbia “dignità di parola” occorre che venga proclamato e conclamato, occorre che ad esso preesista un dire, e un dire “pubblicissimo” – ché altrimenti ci si affida alla postumità eventuale, che è pur sempre un “voler comunicare”, se pur dopo. Dire pubblicamente di non voler dire – se ogni dire è un comunicare, ciò che va sans dire – è forse una di quelle “ipocrisie di base” che, ben nutrite da un “senso comune” gradevolmente non criticato, ancora vogliono sostenere, sostentandosi, una concezione autotèlica della poesia: affinché, soprattutto, la si ascolti, poco ascoltando ciò che la attraversa, che attraverso essa cerca di dire…
Perché comunichi? Per chi comunichi? Non sarebbero queste le domande da porre (tout court, cortando todo lo que sobra, anche questo blaterare semietilico, in una notte nubìfraga, in un ennesimo autunno di silenzio, fra innumerevoli vite che muoiono anche di silenzio, poiché nessuno che dice le ascolta, tutti presi a comunicare la propria identità comunicazionale, in questo inferno blando e blandito di voci fra loro incitantisi e concitantisi nel dire…). Continue reading »