Oct 202012
 

Marco Giovenale

A ragionevole distanza di tempo, qui una piccola nota sulle note che ho letto su giornali, in rete e altrove, in occasione della scomparsa di Roberto Roversi.

Ho – un po’ in tutte e certo in molte – percepito o chiaramente letto punte o accenni di polemica riferiti alla neoavanguardia e ai Novissimi. In alcuni casi addirittura – si direbbe – negli stessi termini in cui certe questioni si ponevano nella seconda metà degli anni Cinquanta.

Che paese fenomenale l’Italia. In nutrita maggioranza i suoi intellettuali riescono a non tradurre né minimamente conoscere la scrittura di ricerca che negli ultimi trent’anni si è fatta e si fa in tutto il mondo (Italia inclusa), ma sanno con naturale agilità riportarsi e addirittura inchinarsi a polemiche conflitti posizioni di quasi sessant’anni prima. Conflitti, didascalie, lessici e posture che da una parte –  diffratto e mutatissimo il contesto – lo stesso Roversi non trovava davvero più modo di vedere né seguire (razionalmente, giustamente), e che dall’altra un nutrito insieme di autori di tante generazioni successive non sente alcun bisogno di ereditare. (Tolto qualche clone ammaestrato da cloni attempati).

Si deve o no considerare il Roversi delle Descrizioni in atto, e di tante parti de L’Italia sepolta sotto la neve, come un autore che scarta lateralmente (negli anni Sessanta e poi daccapo dagli Ottanta) rispetto – per esempio – a Dopo Campoformio, e che quindi pur senza adesione alla neoavanguardia è comunque non insensibile alle FORME che dagli anni Sessanta in avanti sono mutate e mutano? Si vorrà considerare il suo lavoro poetico come uno dei vettori del più ampio, generale e radicale cambiamento di paradigma che le scritture in tutta evidenza registrano a partire da quegli anni non solo in Italia? Si vorrà o no considerare quanta parte di quelle forme è passata agli autori più giovani e poi ai giovanissimi? È stata o no determinante anche in questo senso la lezione roversiana? È stato o no, Roversi, uno dei pochi autori in grado di dialogare con le diverse voci, le differenze, esattamente perché e in quanto le sentiva differenti e dunque da ascoltare, in primis, a prescindere da scuole, correnti, poetiche, dichiarazioni?

Ad avviso di chi qui scrive, proprio un autore come Roversi (o, nell’alterità, Giuliano Mesa, anche con l’iniziativa àkusma, 1998-2003, o con il lavoro per la Camera verde, più recente) ha avuto il pregio di difendere la sperimentazione e la ricerca, e l’apertura e l’ascolto (anche verso ciò che sperimentazione non è), contrariamente alle posizioni blindate del mainstream, ai militantissimi proletkitsch, ai lirici egotici, confessional, orficheggianti o neoneorealisti, che – soprattutto nei due tre decenni recenti – poco altro hanno fatto che alzare muri (insonorizzati), evitare traduzioni e letture, far carriera in editoria e accademia, e fabbricare replicanti in sedicesimo, ben in grado di pensare al modo degli indovini di Dante: la testa stravolta all’indietro.

Se autori giovani, anche molto giovani, si stanno ritrovando, e leggono coetanei e sodali e fratelli maggiori che in Italia e altrove hanno fatto percorsi simili, figli (non cloni) di cambiamenti formali decisivi portati da tutto il Novecento, lo si deve anche a scrittori e critici (antiaccademici) come Roversi e Mesa, non a chi ne distorce la figura e i contesti parlando magari da posizioni di potere di cui precisamente Mesa e Roversi incarnavano la negazione.

 

Marco Giovenale

[Roma-Bologna, 17 sett. / 17 ott. 2012]

  One Response to “Una piccola nota, per Roversi”

  1. [...] Una piccola nota, per Roversi (e per chiarire) Share this:Print & PDFFacebookEmailTwitterPinterestTumblr [...]

Sorry, the comment form is closed at this time.