Sep 012012
 

Marco Mazzi

Il linguaggio – il movimento incessante di strutture che serve a fabbricare e a riconoscere i rapporti logici o di subordinazione di variabili concettuali, funzionali o rappresentative di una progressione formale – non sempre procede di pari passo alla coscienza estetica di un’epoca. Accade così che il linguaggio, che solitamente si definisce «letterario», tragga il proprio valore dalla pesantezza delle sedimentazioni, degli empirismi, dal brusìo delle fluttuazioni del gusto e delle designazioni politico-filosofiche, che si annunciano in funzione di una coesione focale e di un universalismo recessivo di scarso contenuto teoretico e ideologico.

Alessandro De Francesco, fra gli artisti più rappresentativi e più prolifici di una generazione minacciata dall’accumulo di proposte astratte e soggettive, tenta di far fronte alla generale carenza di categorie estetiche attendibili, e si muove rispettando una rigorosa continuità con il passato artistico (basti pensare alle grandi esperienze del concretismo e dell’arte concettuale) che, unita a una nuova coscienza operativa, tanto sovversiva quanto problematica, è in grado di trascendere formalmente gli esiti terminologici delle avanguardie e delle neo-avanguardie, per un ulteriore decorso dell’oggettività rappresentativa.

Parliamo, in questa sede, di De Francesco quale artista, e non solo quale poeta. La complessità della sua ricerca, del processo concettuale che stabilisce le possibilità linguistiche di un’estetica storicamente credibile, fanno pensare al libro Ridefinizione (La Camera Verde, Roma, pp. 48, € 18,00), oggi anche in versione sonora, disponibile su I-Tunes, sotto forma di lettura con elaborazione elettronica in tempo reale della voce. Una trasposizione effettuata in collaborazione con il compositore e performer Paolo Ingrosso, che si iscrive nella linea dei lavori performativi e installativi che De Francesco ha definito «ambienti di lettura». Si tratta di un’esperienza determinante se si vuole comprendere, in questo specifico momento storico, il valore critico e terminologico di un radicale ripensamento della parola poetica e del suo rapporto con l’identità sociale che concretizza e oggettiva, idealisticamente, le sue relazioni costitutive.

De Francesco non si rivolge gratuitamente alla filosofia o alla scienza, ma rappresenta attivamente le condizioni per cui i contenuti rappresentativi del pensiero (o meglio i «fenomeni») formano delle designazioni che tendono a potenziare lo spazio retorico della parola, formando un’immagine, o una serie di immagini, in cui l’oggetto rappresentato (ossia la «situazione concettuale» descritta) subisce una sorta di «scansione». Recita uno fra i testi gnoseologicamente più ricchi di tutto il libro: «siamo abituati all’immagine di un buio in cui i colori / continuano a esistere coincidendo con la presenza non si / moltiplica questo concetto di buio fa pressione con le dita / sugli occhi serrati e territori bioluminescenti si formano / tra palpebra e cervello».

Non potendosi concedere all’esperienza, il pensiero è costretto a essere mediato dall’oggettività e dalle sue condizioni ontiche. Il ricorso alla razionalità, all’analisi, sembra non produrre altro che principi di identità, un nulla assoggettato alla legislazione radicale della forma, delle unità di tempo e di spazio, che assegnano alla narrazione una coerenza e una significazione traducibile. In altri termini, il soggetto che De Francesco tenta qui di praticare è l’impraticabile ontologico. Esso non è ancora il soggetto di una negazione, e neppure un soggetto che nega, ma una profonda dissimulazione dell’economia simbolica, ribadendo la necessità di epurare la parola poetica da una tensione e da una cultura che vorrebbero farne il vettore di un paradigma formale ludico, gratuito e combinatorio, anziché sovversivo, strategico e conoscitivo.

La sintesi espressiva di De Francesco (che qui possiamo ripercorrere solo per sommi capi) si fonda sulla frantumazione delle norme ontologiche del testo scritto, attraverso l’istituzione di una pratica che ne esalta le potenzialità empiriche, così da istituire, attraverso la realtà testuale, un principio di scambio e di attribuzione, che fa della parola l’orizzonte normativo della causalità storica. La storia, la memoria, non sono un documento al quale aderisce una soggettività invalicabile. Ogni giudizio, ogni distinzione, ogni movimento che intercorre ora fra noi e il mondo, implica l’accettazione di sé quali esseri portatori di senso e di espressività culturale, fenomenica e storica. Per questo dove c’è storia – ma forse sarebbe più corretto dire dove c’è ermeneutica – c’è anche minaccia ontologica. È ciò che ci insegna la fotografia, e i testi di De Francesco rivelano una trasparenza fotografica, in un reticolo di differenze e identità a cui viene attribuita un’organizzazione simmetrica e minimale.

La poesia di De Francesco (e qui sta la sua novità, la sua rottura nei confronti del Postmodernismo) si struttura in un rapporto di relazione analogica, sintetica e razionale, con la totalità. Essa non ci costringe a un’affermazione aprioristica della volontà della ragione individuale (e quindi soggettiva) su di un’infinità oggettuale; si tratta piuttosto di una formula che, causando il concetto, è capace di esprimere l’alienazione, la disgiunzione fra il desiderio dell’artista di negare un’universalità astratta e impertinente, e la persistenza di un idealismo unitario, neutrale, che si identifica sotto la pressione delle differenze, per le quali un fenomeno afferma se stesso come dato rappresentabile, narrabile, e quindi riproducibile. L’artista è in grado di estendere, all’economia dei fenomeni (e Ridefinizione è denso di fenomeni che vengono sussunti in funzione di un soggetto che si potrebbe definire «para-esistenziale»), una concezione del reale, ossia un principio di ragione, che passa in rassegna ogni determinazione dell’io, ogni arresto e ogni contraddizione della coscienza.

Ridefinizione è un libro che, illuministicamente, realizza in termini estetici e formali ciò che la filosofia vorrebbe sviluppare basandosi sulla reificazione e sulla progettualità del concreto, sempre rischiando derive metafisiche e imprescindibili. De Francesco affronta il problema della definizione e della figurazione del reale a partire da condizioni esterne rispetto all’accezione trascendente della soggettività. In questo senso si può parlare di un approccio scientifico, impassibile, espressione attiva della difficoltà di deporre le proposizioni che compongono l’esperienza. Leggendo Ridefinizione si ha l’impressione di trovarsi a uno spartiacque, e di penetrare in un processo di interiorizzazione dei linguaggi e delle aporie delle arti del Secondo Novecento.

De Francesco è infatti pienamente consapevole che, per oltrepassare e caratterizzare storicamente gli strumenti di analisi e di compensazione del reale, che la tradizione artistica del secolo scorso ha lasciato, non è sufficiente una valutazione e un utilizzo continuativo di nozioni ormai storicizzate in degli stereotipi formali. Occorre piuttosto che la realtà del poeta/artista sia espressa concretamente, non tanto come ragione esistenziale, o come struttura del suo pensiero, ma piuttosto come condizione necessaria di un’etica eteronoma e quindi inseparabile dalla ragione filosofica.

Marco Mazzi

già in  ”Excursus. Rivista di attualità e cultura“,  anno IV,  n. 35, giugno 2012

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