Alessandro Broggi
Quando Kubrick inventò la fantascienza è un “libro crossover” costituito da un montaggio di generi – novelle brevi, saggismo allucinato, poesia, diario – che gioca con le possibili negoziazioni tra le prospettive retorico-testuali e le modalità di pronuncia e filtro di ciascuno di essi. Tali forme ruotano attorno a un oggetto privilegiato: il film 2001 Odissea nello spazio, motivo d’innesco per meditazioni e divagazioni fantasiose, problematiche interpretazioni ed esegesi del film svolte anche ludicamente – allo scrittore perterrebbe qui lo status di operatore transmediale, editor delle narrative esplicite o implicite del film – e interrogazioni più generali, riflessioni narranti che si svolgono anche per trapassi di aneddoti, veri o immaginati, occasionate dal film ma in cui il merito del film è schiacciato lateralmente, tentando argute traiettorie analogiche nel paesaggio esistenziale o culturale; riflessioni profonde, eppure sfuggenti e mai riduzionistiche, fluide fino al punto di non coagulazione tra le parti che compongono il volume.
L’autore definisce ironicamente le sezioni che compongono il libro “capricci”, ovvero, fuor di metafora musicale, divertimenti del soggetto. Ma sono anche “improvvisazioni sui temi” del film: cioè su categorie (regista, trama, personaggi), leitmotiv, concetti, livelli e scarti di senso legati a 2001, al Pianeta delle scimmie, che Inglese imparenta al film di Kubrick e alla fantascienza in toto.
Una delle modalità più interessanti del libro, laddove presente, è il “ragionare smisurato”, sbrigliato (tale grazie al ricorso alla citazione, alla divagazione, e soprattutto all’elencazione come strategia proliferativa del discorso, secondo una gestualità orale che realizza la soggettività in forma di maschera vociferante, dietro a cui ogni artificio è possibile); un ragionare spesso metafisicamente strampalato, gustosamente iperbolico o ironicamente pretestuoso: come in una sorta di elzeviro decostruito, che fa venire in mente alcune modalità diversive da “creative non-fiction” del saggismo echiano, o certe digressioni para-saggistiche del racconto à la Borges. Ma che si riallaccia però volentieri a trascorsi biografici e a pretesti personali o rammemorativi legati al film e ai suoi elementi.
Quale la genesi di questo lavoro? L’autore, noto ai più come poeta per La distrazione (Sossella, 2009), ha affermato allo stato attuale della sua ricerca di ritenere che “le condizioni materiali del canto lirico siano in gran parte venute meno”, annotando “un’insofferenza nei confronti del verso e di ciò che esso implica in termini di automatismi stilistici, lessicali e tematici” e “la necessità di rottura nei confronti delle aspettative del genere nel loro insieme.” Di più, il genere porterebbe con sé un peccato originale ideologico: “I generi letterari sono permeabili alle ideologie, e subiscono, per accettazione o rifiuto, il repertorio tematico dell’attualità. Sganciarsi dai condizionamenti tematico-formali dei generi, significa costringersi ad approntare dei nuovi strumenti di captazione e di visione, in piena libertà e rischio.” Da cui l’esigenza della moltiplicazione dei generi, e non della loro dissoluzione: Inglese ritiene che la convenzione dei generi abbia uno statuto antropologico estremamente radicato, e non contingente ed esteriore. Pertanto la loro abolizione non sarebbe una strada da percorrere, lo sono semmai la loro problematizzazione e l’uso delle loro risorse elementari per creare nuovi spartiti inter-genere, com’è appunto questo libro. (Di tali argomenti, giova ricordarlo, si è discusso, specie partendo da analoghe esperienze francesi, anche proponendo super-etichette come post-poesia, prosa in prosa, arti poetiche, letteratura generale, arti del testo, ecc.).
Tornando all’ideologia, il volume è lontanissimo dal “repertorio tematico dell’attualità” di cui parla Inglese: parte anzi dal lavoro su un oggetto già in circolazione sul mercato culturale, qual è il film. Il libro è cioè scritto sulla base di un’opera (o di opere) già esistenti: interpretandole, utilizzandole, riproducendole anche fotograficamente in esso. Funziona come terminazione temporanea di una serie di elementi interconnessi, come narrativa che si estende a reinterpretare e a giocare con le narrative del o attorno al film, che l’hanno preceduta. È sotto questa prospettiva che (oltre che dall’essere anche caratterizzato dalla presenza di riflessioni “civili”) per il suo modo del tutto personale e, diremmo “laico”, di percorrere l’opera di Kubrick, esemplifica almeno un paio di insegnamenti “politici” più generali: che ognuno di noi si vede identificato dalla sua personale strategia di consumo degli archivi culturali collettivi e dei loro segni; e che perpetrando il mito dell’opera come soluzione di un problema cancelleremmo l’azione dell’individuo o dei gruppi nei confronti della storia.
Ma la fuoriuscita dal canto lirico, che permetteva la costruzione e la difesa di un’intimità emotiva, ha come altra conseguenza la necessità di una ridefinizione dello statuto del soggetto, autoriale e testuale. Se ciò potrebbe equivalere a un azzeramento della soggettività e all’apertura di uno spazio puramente procedurale, per Inglese non significa invece de facto saltare a piè pari una postura autorale densa di esperienza e presupposti. Né svalutare il valore della corporeità e della voce, importanti nella sua scrittura quanto il sostegno ritmico e una “sintassi prolungata” della frase capace di ramificarsi sotto la pressione di flussi eterogenei. Si tratterebbe piuttosto di “allestire zone di transito per l’emersione di memorie parziali, falsificate, usurpatrici”, da cui l’importanza – e la problematicità – nel libro dell’elemento biografico e un utilizzo a-lirico della prima persona verbale.
Alessandro Broggi
già in “l’immaginazione“, 269, maggio-giugno 2012, pp. 50-51
One Response to “Recensione a Andrea Inglese, ”Quando Kubrick inventò la fantascienza” (La camera verde, 2011)”
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