Niccolò Scaffai
Libro grosso: il titolo, all’apparenza naïf, dice molto sull’opera di Ennio Cavalli (premio Viareggio 2009), letteralmente straordinaria nel panorama della poesia italiana contemporanea. «Libro» non è mai parola da intendersi in senso generico quando è riferita a una silloge di versi, o appunto a un libro di poesia, a un macrotesto d’autore che rivela una chiara aspirazione all’organicità, alla totalità. Per di più, il libro di Cavalli è «grosso»; anche in questo caso, il termine acquista significato dall’attrito fra il registro medio e le più profonde risonanze dell’aggettivo, che vanno oltre l’espressione di una grandezza materiale: grosso perché complessivo, perché composto dalla summa di raccolte precedenti (Libro di storia e di grilli, 1996; Libro di scienza e di nani, 1999; Libro di sillabe, 2007); ma anche perché, scrive l’autore nella premessa (Un viaggio all’ascolto), «un libro così non è normale»: è «grosso e largo, pensoso e arioso, ridotto all’osso e onnivoro, unione di tre libri, ma single nel midollo». Bisogna tener conto dell’assonanza con la «caccia grossa», il «concerto grosso» – sottolineata ancora dall’autore – ma è ancora più utile mettere in luce la catena di ossimori che si snoda nelle parole di Cavalli: oggi un libro di poesia che sia un «libro grosso» è evidentemente una contraddizione in termini, o almeno un’eccezione, una anormalità.
La condizione abnorme che l’impresa sottende è il motivo principale d’interesse di un’opera nella quale non solo l’insieme conta più delle parti, ma in cui le unità discrete trovano la loro autentica ragione nel contesto. Tutto si tiene perché il libro aspira a restituire la paradigmatica varietà del creato, facendo di ogni poesia la tessera di un grande mosaico, o se si preferisce la voce di una sterminata enciclopedia (così del resto si intitola il primo testo di Libro di sillabe: «Prendi tutto, tanto c’è / un milione di parole. / Firmamento e apostasia / raffreddore, agronomia / telescopio, presbiopia. / Apri l’enciclopedia.»), che contempla tanto la storia universale, dalle arcane cosmogonie alle antiche civiltà, da Carlo V alla fine del Novecento, quanto la scienza, dagli elementi alle invenzioni, dalle grandi scoperte alla tassonomia del regno animale. Un vero e proprio abbecedario in versi è invece l’ultima tranche: una poesia per voce, in ordine alfabetico, da Aggettivo, Alba, Amore, fino a Xanto, Yama, Zero. È giusto parlare di epica, magari nella declinazione classificatoria che appartiene ai testi sacri di certe culture o nella versione didascalica e eziologica che sempre si è alternata al filone narrativo; è giusto, specialmente ripensando alle pagine della Teoria del romanzo in cui il giovane Lukács individua nella totalità la cifra di quel genere.
Ma non si coglierebbe il senso dell’operazione se non si tornasse ancora sull’ossimoro: solenne e domestico, ispirato e curioso, Libro grosso è come quei manuali «di storia per ragazzi delle elementari e delle medie» evocati da Cavalli nell’introduzione al Libro di storia e di grilli. (A proposito: ‘storia’ e ‘grilli’, ‘scienza’ e ‘nani’: imprevedibili accoppiamenti che alludono al passo dotto e insieme incantato dell’opera). La differenza, la rarità del libro di Cavalli non andrà interpretata come frutto di un atteggiamento sperimentale o polemicamente distante dalle più tradizionali espressioni liriche, ma come necessità di comunicazione e quasi di sfogo, di passione e sogno. Perfino di gioco, che si riconosce nelle metafore vivide e immaginose, a tratti surrealistiche (la pistola «col suo ovaio di pallottole cieche», i «cancelli della retina»; la neve «Giulio Cesare [che] / prepara l’assedio dai monti») e si mescola alla gioia di riannettere alla poesia la virtù di dire il mondo, e in un certo senso di configurarlo.
La fuga prospettica nella storia e nello spazio (come in L’oro: «Altri titoli legano la saliera di Cellini al vagabondo di fiume Jack London») non deve far pensare a una poesia disimpegnata (anzi, non mancano versi di ispirazione civile, come in Cara Italia): solo che il male, anche quando riguarda il presente, è il capitolo di una grande cosmogonia, nella quale luoghi, tempi e persone si affollano senza che venga loro imposta una priorità di segno etico. Il primum è forse in una autobiografica, professionale idiosincrasia: l’autore, caporedattore culturale del Giornale Radio Rai, «impagliatore di voci» e mummificatore di «storielle per le bacheche» (Radio), sembra volersi rifare qui dei vincoli (angusti?) che il mestiere gli ha imposto. Forse anche per questo non ingabbia in alcuna regola formale – metrica innanzitutto – i suoi componimenti, neppure nella regola di non regolare, concedendosi infatti anche rime esposte e misure canoniche.
Ma ciò è meno importante rispetto al vertiginoso ampliamento del dicibile in versi che il libro di Ennio Cavalli ha di colpo introdotto, restituendo temporaneamente alla poesia, con felicissimo ardimento, la larghezza del suo alveo premoderno.
Niccolò Scaffai
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