Jun 302012
 

di Renata Morresi 

Se i progressisti pensanti in Italia si liberassero del timor panico dinnanzi la poesia certi testi degli Antiprodigi e passi falsi potrebbero essere ben usati come manifesti di denuncia, vessilli di una presa di coscienza personal-politica, ad esporre l’impasse patriarcale, suprematista e gerontocrate in cui versa il bel paese e a rivendicare forme della vita meno incatenate. Sono difatti poesie affilate queste di Policastro, che riflettono con efficacia corrosiva su una morale comune che vuole tutti immobili e ordinati, sul confinamento imposto da relazioni precostituite e impositive, accordate alla volontà di potenza di un pensiero egemonico inoculato soprattutto, ahimè, in chi gli è soggiogato. La metafora portante è ancora quella della malattia, anzi, del “farmaco”, già titolo del fortunato romanzo d’esordio di Policastro, “che corrode, non guarisce / come una cura all’incontrario” (5), e finisce per diventare il mortificante, ammorbante addolcimento dei corpi di foucoultiana memoria, mentre l’ospedale si fa insieme “rifugio” e luogo della disciplinizzazione, “il solo dove rima ancora cuore / con fiore (e non amore)” (28). Dalla tensione ossimorica del farmaco che ammala, della clinica che ammorba, della famiglia che aliena nascono testi surreali e spietati come Antiprodigi, poesia come attraversata dalla Isabelle Huppert de La pianista di Haneke, un personaggio che cercava di sottrarsi ai fortissimo e ai pianissimo delle convenzioni attraverso l’immolazione di sé, o Hora, monologo di chi ha scelto di rimanere a terra, supina, ostinatamente immobile. Cercando di sfuggire alla conformità di chi “deve” andare, produrre, adeguarsi, mangiare, nutrirsi di consuetudini, la voce monologante preferisce sacrificarsi nella resistenza impossibile dell’anoressica, per cui sia il cibo che il rifiuto del cibo diventano mortiferi: “Devi mangiare, dice così, / vuole che mangi, mangia E tu / rimani sdraiato, disteso / coi palmi a terra, dove non devi mangiare, non devi ridere, / non devi essere alla festa, non devi Puoi rimanere così, / sdraiato E chi si muove da terra / Si sta così bene” (10). La lingua è franta e distesa in testi lunghi che non rifuggono dal farsi scene scomposte di una narrazione possibile. Una lingua che canta, è colta e pur chiara, si muove con agilità citazionale amalgamando ai propri motivi guida la tradizione poetica, le arti visive, la critica culturale. Ne emergono figurazioni estreme, irritate, sadomasochisticamente irretite sia dalla propria affezione che dall’ostinata resistenza ad essa, personae prese nel tentativo di esplodere i limiti in cui sono relegate e che finiscono per sfasciare il corpo stesso, locus dell’emozione negata, della relazione urticante (tra uomo e donna, tra genitori e figlia, tra scrittore e “poet-essa”, tra medico e paziente), di un amore che aspira alla tenerezza ma sovente, per un “passo falso”, esonda nella distruttività.

[già apparsa in «Punto. Almanacco della Poesia italiana.» 2, 2012, Puntoacapo, Novi Ligure]

 

 

  One Response to “Gilda Policastro, Antiprodigi e passi falsi (Transeuropa, 2011)”

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