dic 052012
 

Giuliano Mesa

Ad esempio

Ad esempio, dire di ciò che non sappiamo dire. Senza cercare teoria. Senza temere il conflitto, lo stridore, lo stridere delle parti. Se la poesia è relazione, mette in relazione, non finge sintesi.
(Tutto ciò, e ciò che segue, è detto facendo un passo indietro, incauto, di non-silenzio.)

Rumpelstilzchen

“Trampolino Tonante mi chiamo, / il mio nome nessuno lo sa.” Questa la didascalia sotto il disegno di uno gnomo che armeggia con un arcolaio. La vidi in soffitta, sfogliando un libro di fiabe, che stava tra le cose di una zia. Avevo imparato a leggere da poco. Ne rimasi così turbato che ancora ho nella mente l’immagine di quel bambino che guarda e legge, con gli occhi spalancati, forse spaventati. In casa non c’erano libri, e i primi che poi mi procurai non furono di fiabe. E quel libro che stava in soffitta, la zia se l’era ripreso insieme alle altre sue cose lì in deposito. Per tutta la vita mi sono chiesto chi fosse Trampolino Tonante, fingendo di non poterlo scoprire. Infine l’ho scoperto, “per caso”. Trampolino Tonante è Rumpelstilzchen, una delle fiabe più note dei fratelli Grimm. Lettore bulimico, per tutta la vita ho evitato accuratamente quella fiaba, dove la scoperta del nome può salvare dalla morte una ragazza, e poi ne può salvare il figlio, che altrimenti diverrebbe preda, e prole, dell’innominato… “Ach, wie gut is, daß niemand weiß / Daß ich Rumpelstilzchen heiß!”.
Scoprire il nome di ciò che ha un nome, un nome che prima non si conosceva, e che a ciò, alla cosa, dà nome. Ma, dato il nome, qualcosa si dischiude senza chiudersi: la scoperta della poesia. Scoperta tante volte, poi, nel corso degli anni, leggendo e scrivendo. Tante volte? Forse no. Forse “la volta” è sempre la stessa. Il turbamento e l’ansia sono sempre gli stessi. Trovano nome ma quel nome non è mai l’ultimo, non coincide mai perfettamente con la cosa. Trampolino Tonante, disvelato, si squarcia, come nella fiaba, ma non sprofonda nella terra, non scompare.
[Da qui, volendo, tante parole. Anche, banalmente, sull’unheimlich di quella scoperta infantile. Che tuttavia, pur essendo “risalito alla fonte”, sento ancora intatta, poiché quell’esperienza è ancora viva, agisce, ed anzi, invecchiando, diventa ancor più perturbante – il nome si allontana sempre più, la speranza di nominarlo è sempre più tenue… E’ così? Forse no. Forse, la speranza di nominarlo non l’ho mai avuta, ed è stata forse questa di-speranza a farmi leggere e scrivere, e vivere, sapendo che, alla fine, avrei soltanto saputo di non poter sapere. Non più di quell’ombra o di quel bagliore che le parole lasciano dopo di sé: quel non nominato è forse ciò che davvero sappiamo, l’essere di ciò che non permane, l’ombra di un sogno nel proverbio di Pindaro. Senza onirismo. L’impermanenza si percepisce permanendo, per il tempo che ci è dato, in corpo e dolore, nostri e di ognuno e di tutti, nel nostro essere in fine e in parte, finiti e non finiti, incompiuti.]

Trilce

“Hay golpes en la vida, tan fuertes… Yo no sé!”. Con queste parole comincia l’opera poetica di César Vallejo (Los heraldos negros, 1918). In molti versi della sua Libellula, Amelia Rosselli ripete non so, io non so. E’ un non-sapere nominante – ogni parola che parlando tace, dicendo parte, in parte, finendo, chiudendo, e che parlando dice parte, in parte, aprendo al non-finito.
Nell’annus mirabilis 1922, l’anno di Ulysses e della Waste Land, Wittgenstein pubblica a Londra, dopo una prima stampa nel 1921 con altro titolo, il Tractatus logico-philosophicus, e a Lima, i Talleres Tipográficos de la Penintenciaría stampano Trilce di César Vallejo. Il cholo, nato in un villaggio delle Ande peruviane a 3.500 metri di altitudine, e il nobile austriaco sono entrambi trentenni. Wittgenstein chiude il Tractatus* sulla indecidibilità e indicibilità logica dell’etica, e dell’estetica; sull’enigma del non-eterno e dell’eterno (della finitezza e dell’infinito); sul come se che chiude la logica nella tautologia e apre all’analogica interminabile del rapporto nome-cosa. Dell’eterno e del non-eterno è il presente a diventare sintesi inafferrabile. “La dura vida, la dura vida eterna”, scrive Vallejo. L’evento, ogni evento, l’infinità e non-infinità degli eventi: in-conoscibili tramite proposizioni logiche. Il segno può solo mostrare. La poesia, facendosi evento, si rende in-conoscibile eppure mostra. Il suo enigma, il suo ineffabile, sono come l’enigma e l’ineffabile degli eventi. La relazione con gli uomini e con il mondo è relazione etica. Ineffabile. “Nonsensical”, dirà Wittgenstein nella Lecture on Ethics del 1929, e tuttavia esistente. L’estremo rigore linguistico di Wittgenstein è rigore etico, verso conoscenze possibili, e un possibile bene. Un linguaggio dove le parole, non potendo attingere alla verità, cercano la precisione, la sincerità: verità etica.
Trilce è un neologismo sin sentido. Ma nell’opera non v’è nulla di nonsensical. Il nome-titolo privo di referente dichiara la relazione mediata tra nome e cosa e, forse ancor più, tra nome e nome. Vallejo incrina insieme sintassi, grammatica, fonetica, lessico, rapporti logici. Costruisce un evento nominante sulla vita, sul mondo, che conserva, dopo quasi novant’anni, tutta la sua forza interrogante, s-copre la poesia da estetiche e retoriche (in cambio ricevendo silenzio o incomprensioni; Trilce verrà ristampato in Spagna nel 1930, ma già dominavano altre retoriche, che dominano ancora…). Vallejo non arriva mai all’arbitrio, al solipsismo di certa poesia surrealista, della quale, pure, è considerato precursore. Perché? Perché non recide mai completamente il legame con i referenti comuni, reali? Sì. Ma forse, soprattutto, perché non allenta, anzi intensifica, il carattere etico, di responsabilità nominante, del linguaggio. Nessuna giocosità o deriva automatista. E infatti, dopo Trilce, anziché farsi manierista di se stesso, come tanti suoi coetanei, scrive i Poemas Humanos. Scopo di Vallejo non era, infatti, l’imporsi come poeta, ma il conoscere, l’esprimere… Così, mai si finisce di scoprire Trilce… “Mañana Mañana. // El reposo caliente aun de ser. / Piensa el presente guárdame para / mañana mañana mañana mañana. // Nombre Nombre. // ¿Qué se llama cuanto heriza nos? / Se llama Lomismo que padece / nombre nombre nombre nombrE.” [“Domani Domani. // Il caldo riposo ancora di essere. / Pensa il presente custodiscimi per / domani domani domani domani. // Nome Nome. // Cosa si chiama quanto ci spina? / Si chiama Lostesso che patisce / nome nome nome nomE.”]**

Running against***

Nel linguaggio non-poetico (accettando, ora, questa definizione in negativo), appena fuori dalla denotazione comunemente (generalmente) condivisa (ad esempio, nomi di oggetti, di persone, di luoghi), si deve affrontare la non-condivisione dei caratteri connotativi. Ad esempio, bene e male, vero e falso, in tutte le loro possibili (infinite?) accezioni; dal linguaggio quotidiano a quello filosofico-teoretico. Intendersi sulla connotazione, giocare lo stesso gioco, (o avere, secondo Quine, un “minimo di fissità semantica” condivisa) è requisito ritenuto, se non indispensabile, comunque necessario, affinché una comunicazione, anche “per fraintendimenti”, possa avvenire.
Nella poesia, ogni denominazione nominante è rinominante, ogni denotazione è connotativa.
La poesia agisce (è) (esiste), dove e quando, tutto connotando, comunica il suo essere comunicante, anche se “ciò” che comunica è indicibile in altro modo. (Tautologia che diventa contraddizione, e viceversa?). Ed è la forma che consente questo. Dalla musica, che connota senza denotare (non potendo denotare alcunché, potendo solo mostrarsi), la poesia trae strumenti di massima espansione semantica: suono e ritmo. La musica è “voix de l’inexprimable”, scrive Jean-Pierre Arnaud, parlando anche di “nostalgie de la première communication fusionnelle dont la musique se fait écho”. Voce dell’inesprimibile, la musica voca. Senza trovare risposta. Vocativo che implora l’implorabile.
Ebbene, ciò che la poesia s-copre (nel senso, qui, dell’inventum), è una connotazione che può accomunare senza necessità di parafrasi per accertare accezioni simili se non uguali della connotazione stessa. Ad accomunare è il bello. Si diceva. E si può dire, forse, che ad accomunare, non potendo essere un minimo di fissità semantica, è uno spettro di connotazione, di evocazione, che induce a chiedersi “perché questo mi emoziona, mi commuove, mi coinvolge, mi riguarda, mi fa pensare”.
La connotazione poetica agisce su ogni componente linguistica, dal lessico più denotativo alle particelle logiche più elementari.
Nella poesia, la connotazione unisce, mentre nel linguaggio non-poetico essa tende a dividere. Ad esempio, “etica”: per esplicitarne una connotazione si dovrebbe scrivere un “trattato di etica”, e non basterebbe. Scrivendo, ad esempio, si può soltanto sperare in accezioni non troppo dissimili da parte dei lettori. Le parole per eccellenza astratte e vaghe, nomi per concetti di estensione vastissima, la poesia riesce ad usarle, non a caso, quasi soltanto ironicamente.
Si scopre qualcosa di già esistente. Ovvio, riferendosi alla poesia scritta da altri. Meno ovvio, se non misterioso, riferendosi alla propria poesia, se si manifesta come impulso a nominare, a nominare nei modi della poesia, qualcosa che non si sa. Le dommatiche dell’ispirazione e dello sperimentalismo laboratoriale hanno reso spesso letteralmente innominabili le esperienze di chi si è trovato a scrivere, si è scoperto scrittore di poesie. Mai sopite pulsioni al sistema, hanno sospinto alla negazione delle esperienze (Erlebnisse) a favore di una Esperienza (Erfahrung) pre-ordinata, sorta di deduzione che si antepone alle intuizioni, derivante dall’assunzione di una ideologia (una delle tante, purché garante di appartenenza e dunque di accoglimento, di copertura dentro un certo codificato, incasellato àmbito – ambendo ad esserci, ad essere poeti, prima di scoprire di esserlo, scoprendosi per sempre non appartenenti; poiché pensarsi uomini tra e contro altri uomini è sempre facile – difficile è pensarsi sempre insieme a tutti, nel passato e nel presente, pensando che nessun uomo, neanche il peggiore, il peggior nemico, è disumano – avventandoci contro le pareti della nostra gabbia.)
La Erfahrung della poesia è relazione – non somma, non sistema – di Erlebnisse tra loro simili, vissuti da simili. Privata totalmente di repertorî ai quali attingere, di tradizioni in cui calarsi, la poesia cosiddetta moderna si è trovata di fronte a uno scoprire ancor più radicale, rispetto a quelli, già radicalissimi, che vissero gli antichi. Non già s-coperta di qualcosa che era coperto, occulto o occultato. Qualcosa che portava la poesia verso ciò che sembra dicesse, dei segni, Enesidemo di Cnosso: “manifestazione del non manifesto”, con implicita, irriducibile aporia, ancor più ammutolente, poiché non solo fisica, di quella posta da Anassagora sulle cose che vediamo, aspetto visibile di ciò che non vediamo (fr. 21a Diels-Kranz). Poiché il “non manifesto” non si manifesta mai, forse nemmeno parzialmente, “per gradi”, in progressione conoscitiva. Eppure, manifestazione del non manifesto implica che qualcosa si manifesti: l’enigma… (O ciò che, dopo e dentro la fisica dei quanti, oltre l’apparenza dell’inafferrabile, si percepisce, si intuisce, come reale remoto.)

Ad esempio

Ad esempio, se la poesia è oggetto analogico che si pone in relazione col mondo – non mimesi, non descrizione realistica -, è un come se, similitudine senza termine di paragone, termine di paragone che essa cerca di individuare, di nominare, nominandosi. Poiché la poesia non parla di parole ma di qualcosa che alle parole preesiste: il referente – mondo, il referente – vita.
Ad esempio, qui, non si può che limitarsi al come, all’approssimazione dell’exemplum non probante.
[Oggi, già addentrati nel secondo millennio, viviamo un conflitto sempre più aspro, e sempre più sanguinoso, tra conoscenza ed esistenza (ed esistenze, degli uomini, tutti). Le cose visibili occultano, i segni occultano. Così, ancora, è ancora tutto da dire.
Che poi molti dicano molto senza dire nulla, facendosi strada (carriera) tra repertorî e tradizioni mercantili, non ha rilievo per la conoscenza, pur avendone per la consapevolezza di quanto, su ogni scoprire, prevalga l’ambizione al successo – mero speculum, senza aenigmata, dell’ideologia dominante. Eppure il successo, come participio passato, è piuttosto cupo, chiudente, concludente – una maschera che, a togliersela, toglie con sé anche il volto, avendolo da tempo, quel volto, formato, deformato.
Le poetiche precettistiche, come salvagenti, se consentono di non annegare, impediscono di immergersi. Accecano come una luce artificiale sempre accesa, che rende invisibili la luce e il buio, il loro alternarsi e stare separati, e stare insieme.
La poesia: ma, è chiaro, si dovrebbe dire “le poesie”, alcune, poche tra le innumerevoli che si sono scritte e che si scrivono. Le poesie “senza scoperta” suscitano desiderio di poesia che “scopre”, e più spesso frustrazione, ennui, tristezza per la vanità delle poesie e di chi le ha scritte (i vanitosi del vano).
Voler ottenere qualcosa, che non sia conoscenza ed espressione della conoscenza (insieme: conoscenza dell’espressione) – qualcosa che sia consenso, riconoscimento di valore, successo, effetto suasorio o d’altro genere sul lettore, ecc. – ciò falsifica la conoscenza e l’espressione, che cessano di essere mezzi per il loro fine (fini che non possono separarsi, essere separati, dai mezzi), per diventare mezzi vòlti ad altri fini (eterogenesi ed eterotelìa dei fini, tra lor confuse.
Tutto da dire – da s-coprire. I processi di occultamento hanno fatto davvero passi da gigante, negli ultimi decenni, giungendo a convincere gli “utenti”, i “fruitori”, il “pubblico”, che le verità (non metafisiche: sui fatti, sugli avvenimenti), essendo ineffettuali, tanto vale non conoscerle, o conoscerle per poi sùbito dimenticarle. E non c’è più, dunque, informazione che tenga, che tenga insieme, nella comune conoscenza dei fatti, una comunità. C’è mai stata? No. Ma forse non c’è mai stata, insieme, tanta informazione accessibile e tanta nolontà di sapere che cosa l’informazione tace. Il minimo di “fissità” semantica riguarda anche la percezione dei fatti…
Quella che un tempo si chiamava “critica dell’esistente” è sempre più indebolita dal dover usare lo stesso linguaggio che è oggetto di critica – ogni parola essendosi logorata, ogni parola andrebbe riconnotata, per ogni parola andrebbero scritte migliaia di parole, a dire che cosa si intende dire con quella parola. Il problema, già esistenzialista, della incomunicabilità ha raggiunto vertici sommi, ben oltre la possibile o impossibile comunicazione della condizione soggettiva. Ma forse è qui che si riapre – pur non essendosi mai davvero chiuso – uno spazio di poesia – qui, nella congiunzione nefasta tra incomunicabilità soggettiva ed oggettiva, tra condizione singolare e conoscenza plurale condivisa degli eventi.]
La scoperta della poesia è scoperta del finito e dell’infinito, del nome che dice cosa scoprendovi il finito del nome e della cosa e l’infinito dei nomi e delle cose – la finitezza è scoperta della mai finita nominazione, è relazione duplice, e moltiplicantesi, con ciò che tenta di nominare e col nominare stesso.
La scoperta della poesia è scoperta di ciò che la poesia scopre.

NOTE

* La proposizione conclusiva del Tractatus, citata fino alla nausea, spesso è avulsa da ciò che la precede, spesso per una sorta di censura ottusamente razionalistica. Rischiando di essere pedante, riporto qui alcuni passi: “6.42: Né quindi, vi possono essere proposizione dell’etica. / Le proposizioni non possono esprimere nulla di ciò che è più alto. 6.421: E’ chiaro che l’etica non può formularsi. / L’etica è trascendentale. (Etica ed estetica sono tutt’uno). 6.4311: Se, per eternità, s’intende non infinita durata nel tempo, ma intemporalità, vive eterno colui che vive nel presente. / La nostra vita è così senza fine… 6.4312: … La soluzione dell’enigma della vita nello spazio e nel tempo è fuori dello spazio e del tempo. 6.44: Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è. 6.522: Ma v’è dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il Mistico. 7: Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.”

** Vallejo scrive “heriza” anziché “eriza”. Traduco sentendo la presenza di “herir”, ferire.

*** Wittgenstein, Lecture on Ethics, ricordando che per Wittgenstein “etica ed estetica sono tutt’uno”: My whole tendency and I believe the tendency of all men who ever tried to write or talk Ethics or Religion was to run against the boundaries of language. This running against the walls of our cage is perfectly, absolutely hopeless. – Ethics so far as it springs from the desire to absolute valuable, can be no science. What it says does not add to our knowledge in any sense. But it is a document of a tendency in the human mind which I personally cannot help respecting deeply and I would not for my life ridicule it.” – “La mia tendenza e, io ritengo, la tendenza di tutti coloro che hanno mai cercato di scrivere o di parlare di etica o di religione, è stata di avventarsi contro i limiti del linguaggio. Quest’avventarsi contro le pareti della nostra gabbia è perfettamente, assolutamente disperato. L’etica, in quanto sorga dal desiderio di dire qualcosa sul significato ultimo della vita, il bene assoluto, l’assoluto valore, non può essere una scienza. Ciò che dice, non aggiunge nulla, in nessun senso, alla nostra conoscenza. ma è un documento di una tendenza nell’animo umano che io personalmente non posso non rispettare profondamente e che non vorrei davvero mai, a costo della vita, porre in ridicolo.”

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Jean-Pierre Arnaud, Freud, Wittgenstein et la musique. La parole et le chant dans la communication, P.U.F., Paris, 1990.
Bernard d’Espagnat, Alla ricerca del reale. Fisica e oggettività [1981], Boringhieri, Torino, 1983.
Willard Van Orman Quine, Parola e oggetto [1960], Il Saggiatore, Milano, 1970.
Amelia Rosselli, Le poesie, a c. di Emmanuela Tandello, Garzanti, Milano, 1997.
Scettici antichi, a c. di Antonio Russo, UTET, Torino, 1978.
César Vallejo, Obra poética completa, Mosca Azul, Lima, 1974;
– Los heraldos negros, ed. de René de Costa, Cátedra, Madrid, 1998;
– Trilce, ed. de Julio Ortega, Cátedra, Madrid, 1991.
Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, a c. di Amedeo G. Conte, nuova ed., Einaudi, Torino, 1995;
– Lezioni e conversazioni, a c. di Michele Ranchetti, Adelphi, Milano, 1967;
– Lecture on Ethics, ed. by Edoardo Zamuner, E. Valentina Di Lascio and David Levy, –Verbarium , Quodlibet, Macerata, 2007.

[Il saggio fa parte del volume La scoperta della poesia, a cura di M. Rizzante e C. Gubert, Metauro, Pesaro 2008]

Giuliano Mesa

 Leave a Reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>