nov 232011
 

Vincenzo Frungillo

Domenico Cipriano, già autore del libro di versi Il continente perso, ci consegna con il suo nuovo lavoro un poemetto toccante che ha per soggetto il terremoto che devastò l’Irpinia, e non solo, nel 1980. Il poemetto s’intitola Novembre ed è uscito alla fine del 2010 per la casa editrice Transeuropa. Il testo ha una struttura interna meditata che asseconda una numerologia carica di senso, è  lo stesso autore  che ci dà i parametri per decifrarla: «23 poesie come la data del sisma, tutte composte da “stanze” di 7 versi (poesie eptastiche) e un prologo di 34: l’ora serale che spaccò l’Italia: 7,34. Ciò accadde un novembre lontano ma sempre presente, da cui il titolo e l’introduzione di II versi (il numero corrispondente al mese di novembre)». Il libro di Cipriano segue altri due scritti che hanno avuto per soggetto catastrofici terremoti che hanno segnato il nostro Paese, ricordo i versi di Jolanda Insana di Frammenti di un oratorio. Nel centenario del terremoto di Messina e il poemetto di Marilena Renda Ruggine sul terremoto del Belice del 1968. Contrariamente alle due opere sopra citate, che sono operazioni di ricostruzione della memoria, in Novembre abbiamo però la messa su foglio dell’esperienza traumatica vissuta direttamente dal poeta. Cipriano infatti nel 1980 aveva appena dieci anni e il testo con la sua sequenza numerica e simbolica ci ricorda l’analogia tra il trauma della terra e quella dell’anima, la spaccatura profonda che ferisce entrambi. La poesia allora non può che essere ferita e cura allo stesso tempo. L’inizio del testo è scandito da versi dal tono posato in cui  la voce dei dispersi diventa la voce stessa del poeta: “ti guardo con occhi/ diversi parola risorta/ ogni notte udendo/ la voce degli uomini/ senza più voce, lontani/ dai luoghi./ torni di notte, distante/ un respiro e lì germini/ frasi distorte che/ modifico in vita./ poi credo e non vedo.” Questa strofa proemiale è un passo indietro o meglio uno sprofondare nel cuore stesso del sisma, infatti la prima strofa del poemetto, la più ritmica di tutto il libro, è proprio la riproduzione in versi del trauma: “trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie. è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa”. Nella strofa 2 troviamo ancora il richiamo alla ferita che ricorda “la piaga rosso languente” di Campana: “e c’era una feritoia incancrenita da cui/ uscivano come formiche disorientate: guardavo i volti tumefatti della cose/ la luna illuminava i cumuli grigi”. Il poemetto prosegue con ricordi comuni a tanti campani: il “restare svegli fino all’alba”, “i ponti caduti, le nuove scosse, i falò accesi”, immagini evocative e cariche di sinistri presagi, come se la tragedia non si fosse del tutto consumata. Il resto verrà dopo, durante fase  ancora più misera delle ricostruzione: “e torna/ il bisogno di farsi spazio e sgomitare per soldi/ e il potere nella farsa di non dimenticare”, “e crescono ammassati villaggi di container”; sono immagini tragicamente attuali che hanno, per quanto riguarda l’Irpinia, il loro controcanto nei versi di Franco Armionio, anche lui poeta del terremoto e degli antichi borghi lasciati deserti dopo il sisma. Il libro di Cipriano è un importante tassello nella serie di operazioni letterarie che mirano a far emergere il sommerso della Storia, a ricostruire una trama; ed è l’ennesima testimonianza di fede nella parola per la generazione di poeti nati negli anni settanta. Al libro è allegato, non a caso, il cd di testi e canzoni di Pippo Pollina Ultimo volo. Orazione civile per Ustica, un recital di parole e musica che ricorda un altro capitolo amaro della nostra storia recente. La voce recitante è del filosofo Manlio Sgalambro.

 

Vincenzo Frungillo

 Leave a Reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>