May 132011
 

Marco Giovenale

La casa editrice Empiria pubblica, per cura di Sara Zanghì, un’antologia di autrici intitolata Fuori dal cielo (Roma 2006, pp.112, euro 12). Vi sono raccolte le poesie di Maria Grazia Calandrone, Laura Cingolani, Florinda Fusco, Laura Pugno, Veronica Raimo, Lidia Riviello e Sara Ventroni. I nomi sono assolutamente e giustamente noti ai lettori attenti, ma questo libro costituisce davvero una scansione e sinossi utile dei registri e temi e percorsi delle voci.

La diversità tra loro è forte, è percettibile; e allo stesso tempo si avverte una tensione spiccata – davvero in tutte le sette scritture – verso fisicità e segno materico, o meglio verso le gerarchie e antigerarchie e gli shock e ferite del soma, della parola interdetta e interrotta dove è il corpo a essere offeso, convocato, interpellato.

Corporeità e quasi ‘gestione’ oggettuale della vita biologica non da ieri brillano nei testi della poesia contemporanea, specie italiana. Del tutto pertinenti, a questo proposito, le osservazioni di Andrea Cortellessa in margine ai racconti di Laura Pugno; o a proposito della scrittura  di Elisa Biagini (in Parola plurale, Sossella, 2005), in tema di condizione post-umana, e di (percezione del) corpo come accumulo incongruo di elementi irrelati, frammenti di input negativi, sofferenza. Non a caso durante RomaPoesia 2005 era sembrato del tutto opportuno parlare di una declinazione o inclinazione “fredda” della poesia contemporanea (presente in pratica quasi tutte le scrittrici fin qui nominate).

Allo stesso tempo, e operando una diversione, uno scatto o scarto laterale rispetto ai paradigmi di molta arte contemporanea, proprio questa silloge uscita per Empiria, se si può ascrivere a una persistenza di negazione di qualsiasi facile ottimismo (il titolo Fuori dal cielo fa letteralmente testo), sembra però registrare – almeno in alcuni casi e itinerari – una sorta di accattivante e anche coraggioso riavvolgimento del nastro del Novecento verso esperienze daccapo fauve, o espressioniste, ossia verso una durezza e un cromatismo non necessariamente raggelanti, anzi in modi e temi che trattano dolore e linguaggio mettendo per certi aspetti tra parentesi le visioni a dominante bianca della camera autoptica.

Sia che si affrontino le lunghe stringhe terrene/terrestri di Florinda Fusco, o le «parole vere» e il «pane caldo» delle ironie e spezzature messe in atto da Laura Cingolani; sia che ci si misuri con il lussureggiante antiracconto di Maria Grazia Calandrone o con quello frammentato dei «graffiti primitivi» e dell’impatto solare della Iknusa di Sara Ventroni; sia che si incontri il buio rasoiato dalle immagini di Veronica Raimo o il clima amaro-sorridente di Lidia Riviello, sembra che a un altro clima testuale ci si debba riferire, e a una corporeità meno filtrata: più presente, detta, esplicitata. Il discorso verte semmai su un fronte di vigilata e risolta “scrittura fredda” per la sequenza di Laura Pugno (e per Fusco, a tratti), rigorosamente fedele a un disegno di natura particolare, in parte definito poco sopra, in parte da precisare in altra sede (facendo riferimento – suggerirò – a un uso tutto peculiare e fecondo del mito).

Certo, ogni categoria o analisi che si voglia chiamare in causa per leggere testi complessi e ricchi come questi, manca la presa. Fuori dal quadro o binario che qui si è tracciato – e anzi proprio per capovolgerlo e metterne in crisi le certezze e la rigidità – emergono le strutture metalliche e le architetture che Calandrone descrive, gli enjambements secchi/severi di Cingolani (e un uso saggiamente beffardo delle inversioni, della ‘canzonetta’), certe scelte metanarrative di Fusco, la rilevazione delle aridità delle merci nominate e sfidate da Riviello, alcuni ‘tagli’ memorabili di Ventroni («Nella guerra c’è o non c’è linguaggio?», «Solo si capisce che siamo delle ombre»). E vale il reciproco: come per un (cosciente, lucido e forse ludico) riferimento a idee espressioniste di fusione materica con il reale, proprio la sequenza Aquamarine, di Pugno, si conclude con la coppia di versi che frontalmente dice «(tutto il tuo corpo è sparso / sulla superficie del mare)». Poesia ‘fredda’, dunque? È una definizione esatta – ma incompleta.

Davvero il nodo e gli strati della situazione della poesia contemporanea chiedono cautela, categorie elastiche, osservazione. Assolutamente inaggirabili sono e saranno continui ‘supplementi d’indagine’, per riarticolare una descrizione di quanto le scritture poetiche (e moltissime, e forse le migliori, sono di autrici) stanno in questi anni realizzando. Ecco perché sono indispensabili imprese antologiche come quella proposta da Empiria.

Marco Giovenale


[Versione variata e accresciuta della recensione a Fuori dal cielo comparsa (con il titolo redazionale Nuove voci della poesia italiana fra parole interdette e corpi feriti) su «Il manifesto», n.47, 24 febbraio 2007, p. 13]


  One Response to “Il cielo è freddo, il cielo non è freddo”

  1. […] Il cielo è freddo, il cielo non è freddo […]

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