Alfonso Berardinelli con Italo Testa
1) Qual è la sua idea della prosa? Come si definisce il suo approccio alla prosa (anche rispetto alla questione dei generi)?
Le definizioni vengono meglio e sono più chiare se procedono per comparazione. La prosa, rispetto alla poesia, sembrerebbe avere meno regole: non si va a capo, non si devono avere buone ragioni per tagliare i versi, non si è spinti a inventare metafore e a moltiplicare gli artifici e le figure retoriche ecc. Ma più precisamente si dovrebbe dire che la prosa ha regole diverse: chiarezza, razionalità, una certa più naturale discorsività, meno inversioni sintattiche, più idee che metafore, più dati e fatti che immagini e visioni… Naturalmente esistono diversi tipi di prosa: quella didascalica, impersonale dei trattati e dei testi didascalici, quella più soggettiva, informale e mista, retoricamente movimentata, della saggistica vera e propria, e poi la prosa propriamente narrativa. I generi poi sono spesso in concorrenza, o collaborano e si mescolano un po’. La prosa delle Operette morali, per esempio, ingloba poesia e filosofia, la prosa d’arte antica (la “Kunstprosa” analizzata da Eduard Norden un secolo fa) e un certo allegorismo illuministico. I saggi di Orwell sono spesso, almeno in parte, narrativi e autobiografici. Lettere luterane di Pasolini e Palomar di Calvino hanno un rigore, una misura stilistica che fa pensare alla poesia…
2) Guardando a posteriori al suo “La poesia verso la prosa” (1994), e alle reazioni che ha suscitato, quali pensa siano i principali problemi emersi dal dibattito che ne è seguito? Ritiene vi siano stati fraintendimenti importanti circa le tesi che intendeva sostenere? Ci sono aspetti della sua posizione che pensa debbano essere precisati o modificati?
Le reazioni più accese furono anche le più banali. Si possono sintetizzare in una contestazione risentita: “No, non è vero! la poesia non è prosa!”. Naturalmente lo sapevo bene. La mia polemica, il mio suggerimento aveva un bersaglio più determinato. Negavo due cose. Anzitutto che il linguaggio poetico sia una lingua speciale, distinta dalla lingua d’uso comunicativa, un codice esclusivo ontologicamente distinto dalla discorsività prosastica. Poi negavo che la stessa poesia moderna fosse così antiprosastica come era sembrata a molti teorici. È vero che Leopardi teorizza la brevità e quindi la concentrazione lirica, ma Le ricordanze e La ginestra sono quasi dei saggi in versi. Lo stesso succede in Baudelaire, in Eliot, in Benn. Nel Novecento ci sono stati anche poeti molto prosastici, come Machado e Saba (che tra l’altro hanno praticato la prosa aforistica e sapienziale). Se si separa troppo la poesia dalla prosa si impoveriscono e si indeboliscono entrambe. La poesia è anche una forma di pensiero. Due esempi: Hans Magnus Enzensberger e Derek Walcott. In Italia non abbiamo avuto solo Ungaretti e Zanzotto, ma anche Gozzano e Giudici. E tutto l’ultimo Montale mette in versi piuttosto liberi il ritmo prosastico dei suoi pensieri.
Comunque, dopo le prime polemiche, mi sembra che molti poeti siano andati “verso la prosa”: si fanno capire di più, cercano di comunicare qualcosa al lettore… Questo non sempre è un vantaggio. Quando si scrive poesia oscura è più facile barare, imbrogliare, soprattutto quando i lettori di poesia sono, come oggi, piuttosto distratti e poco competenti, e molto raramente sanno distinguere una buona poesia da una pessima o inesistente… Se si va verso la prosa, allora diventa più evidente il vuoto, la povertà intellettuale, il non sapere cosa dire.
3) Nel panorama contemporaneo, internazionale e italiano, o nella tradizione, ci sono autori (di prosa poetica, prosimetri, poemi in prosa, prosa narrativa, frammenti lirici o altro) che le interessano particolarmente?
A chi scrive in prosa credo che faccia bene leggere e avere letto poesia (purché non si scrivano delle melense prose poetiche). La poesia è una scuola di precisione e concentrazione sia semantica che ritmica. Il prosatore che ha orecchio per la poesia è meno sciatto, approssimativo, ridondante. Ma la poesia italiana degli ultimi vent’anni ha corretto una maggiore prosaicità con un recupero intensivo della metrica tradizionale. In questo sono stati maestri Caproni, Penna, Giudici: ragionano e raccontano, sono epigrammatici e diaristici, ma lo fanno in versi che suonano come versi, e con molte rime. Così la prosa inglobata nella poesia interagisce con una musicalità verbale più energica e riconoscibile. È quella che ho definito “postmodernità neoclassica”. Lo si vede benissimo in molti autori, per esempio in Bianca Tarozzi, Patrizia Cavalli, Durs Grünbein…
4) Quale posizione ha la prosa all’interno della sua opera di critico e scrittore? Che tipo di lavoro le interessa fare con la prosa, anche rispetto al verso? Quali sono le prerogative o gli strumenti della scrittura in prosa che le interessano maggiormente?
All’inizio ero attratto dall’idea del poeta-critico: scrivevo poesie (poche e non ne ero soddisfatto) e recensioni. Ora scrivo recensioni per necessità di lavoro, perché i giornali me le chiedono, mi considerano un critico letterario, ma preferisco recensire saggistica e non narrativa e poesia. È da molto ormai che mi dedico a una saggistica che spesso parte da considerazioni letterarie, ma finisce quasi sempre in critica culturale e sociale, in discorso sulla “vita pubblica delle idee”. La critica letteraria in senso stretto mi annoia un po’. Da un lato mi sembra troppo facile, dall’altro mi inibisce, mi sembra di non avere aggettivi sufficienti per definire gli scrittori… Tra l’altro trovo che la critica sia un’attività “indiscreta”: il critico si intromette con le sue interpretazioni e valutazioni nella testa di autori e lettori, entra di prepotenza nel rapporto molto delicato e imprevedibile che chi scrive e chi legge ha con il libro che ha scritto o ha letto. In molti casi la mia critica letteraria si è trasformata spontaneamente in satira culturale. Ho perfino scritto saggi aforistici. Più che il verso, mi interessa la frase…
5) Che tipo di contraccolpo ha avuto sul suo lavoro l’esperienza di traduzione di autori di prosa poetica, o di altri tipi di scrittura in prosa?
Ho tradotto lo Spleen de Paris di Baudelaire, ma mi sono accorto che in fondo preferivo la “prosa” che c’è nelle Fleurs du Mal. Da anni il poeta che mi attira e che leggo di più è Auden. Qualche volta provo a tradurlo. Ma lo faccio solo per me, come esercizio e gioco. Non c’è traduzione che mi sia venuta bene. Anche la sua saggistica mi piace moltissimo. Come critico è sottovalutato. Gli storici e i teorici della critica non lo citano quasi mai, ma io credo che non sia inferiore a Eliot, anche se è stato meno influente.
(già apparso su L’Ulisse, n. 13)
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