Giovanni Tuzet
1. Cosa significa il titolo di questo libro? Fra le seguenti, chiedo, quali parafasi o interpretazioni sono corrette?
(i) Vedere nel buio.
(ii) Vedere cose buie.
(iii) Vedere oscuramente.
(iv) Vedere benché al buio.
Sembrano equivalersi queste varianti. Ma per un occhio sottile non è affatto così. Quali diverse implicazioni si nascondono fra le loro pieghe, infatti, è materia per chi disdegna le impressioni grossolane e il trito pathos dello sfumato.
2. La (iv) mi sembra la più appropriata a rendere il senso del libro di Villalta. Vedere benché al buio. Vedere nonostante sia buio.
Ciò apre un discorso, altrettanto sottile, sulla figura retorica (ma fino a che punto?) esemplificata da questa interpretazione. L’ossimoro. Vedere al buio, vedere benché buio. Come è possibile vedere al buio? Non è contraddittorio? Sembra trattarsi di un’impossibilità, logica e fisica, meritevole di questo titolo cosiddetto retorico. (Ho delle resistenze a chiamare “retorica” questa figura, dato che spesso traduce una condizione tragica o un profondo disagio).
Per la mia sensibilità, si tratta di una figura estremamente interessante e pericolosa. Interessante perché esprime una fortissima tensione, o uno scacco. Pericolosa perché rischia di non dire niente. Se dico che la porta aperta è chiusa, che cosa ho detto? Se dico di odiare chi amo, forse ho detto qualcosa di profondo e interessante? E se dico di vedere al buio?
“Le palpebre chiuse, piano, senza stringerle, / che si perda la memoria della luce. / Adesso apri e non guardare niente” (Da madre a figlio).
L’ossimoro esprime tutta la sua forza – e non si condanna a una sterile occupazione dello spazio logico – a una sola condizione: quella di suggerire in quale senso e in quale altro punta ad opposte direzioni. Dunque, in che senso si tratta qui di un vedere e in quale senso al buio?
“Ti guardo, mi guardi, / non ci vediamo. / Ci vediamo / ma non è guardarci” (Novembre).
3. Fuori di dubbio è che Villalta sia più di tutto un poeta visivo. Nel corso di questo libro, si possono contare non meno di 50 occorrenze del verbo “vedere” in persona (variamente declinato) o di suoi rappresentanti quali gli occhi e lo sguardo. (Non è assente, ma resta minoritaria, una modalità olfattiva). Il tutto, sempre, con grande misura, che è qualità poetica non secondaria.
4. Nella prima parte del libro, vedere è ricordare. Ricordare in istantanee in cui si fissano la casa, persone care, il fratello. Nella parte centrale dell’opera, il vedere si sposta su una natura osservata a una certa distanza, senza una diretta partecipazione (pur se ciò non impedisce momenti di commozione ed empatia). Il verde è il colore prevalente. Dell’erba, degli alberi. Un vedere vegetale. (Non sono assenti, ma restano in secondo piano, gli animali).
5. Irrompe il cielo nella parte finale dell’opera. E con esso alcuni eventi che sembrano scuotere la scena precedente e sciogliere uno stallo. Notevole e degno di una domanda è che tali eventi sembrano annunciarsi tramite suoni. Davvero si tratta di questo? Allora bisognerebbe concludere che il vedere di Villalta, il suo vedere al buio, per ossimori, per istantanee decolorate, o fra muti vegetali, si scuote e risolve grazie ad altro: il suono, una lingua, la voce. “La lingua perduta degli stormi / che alti si adunano nella luce. / La lingua dei perduti per una parola non detta, / per una parola distorta pervenuta all’orecchio. // Per una volta non sia la ragione o la colpa, / chiama tu, pronuncia le parole che più non hai detto. / Non c’è vergogna se trovi nel cielo di questa sera / fiducia in qualcosa che non conosci, / e non la vita che si sogna, / ma qualcosa di tuo nella vita che vedi. / Adesso componi il numero, adesso chiedi” (Sera).
Una vita che andava ripiegandosi può aprirsi ancora: grazie a quel suono principe fra tutti, la parola.
Giovanni Tuzet
(nota critica per la rassegna “d’altroCanto”, curata da Roberta Bertozzi a Cesena nell’ottobre 2007)
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