Mar 132011
 

Marco Simonelli

Poema in prosa? Prosa poetica? Come si chiama quella roba che i poeti scrivono senza andare a capo? E perché un poeta (che in genere si avvale di unità versali per comporre un testo) prende a scrivere tutto di seguito? È poi vero che questo famigerato poème en prose sia più praticato all’estero che in Italia? Partiamo da Baudelaire col suo Le Spleen de Paris e muoviamoci verso le versificazioni futuriste più di rottura, procediamo in direzione de La Notte campaniana ed esploriamo alcune scritture del nostro ’900 oggi fra le più trascurate dai lettori come quelle di Jahier e Gatto. È questo il percorso della prima parte di un saggio di Paolo Giovannetti Dalla poesia in prosa al rap – Tradizioni e canoni metrici nella poesia italiana contemporanea uscito l’anno scorso da Interlinea. Giovannetti, oltre ad essere un ineccepibile studioso e conoscitore della poesia italiana, è un critico che ha il pregio di esprimersi con estrema e studiata chiarezza di linguaggio, pregio che lo rende accessibile anche ad un pubblico non necessariamente di studiosi o accademici. Tuttavia i suoi studi non hanno un carattere divulgativo, anzi, sono ricerche rigorose che spaziano dalla ricerca sulla tradizione della poesia italiana alle forme contemporanee e limitrofe come, nel caso di questo saggio, la canzone d’autore o il rap intesi come forma di linguaggio artistico. Giovannetti, per sparare un po’ di nomi, ha dedicato pagine a Caparezza e a Frankie HI NRG.

Dalla poesia in prosa al rap risponde ad alcune delle nostre domande iniziali. Ma noi potremmo idealmente allungare il tragitto del prose poem italiano sia esso di ispirazione lirica, con intenti narrativi, con aderenze sperimentali o semplicemente espedienti grafici. In questo caso si dovrà attraversare l’ampio territorio della neo-avanguardia e passare per molti luoghi testuali di Amelia Rosselli, Giampiero Neri e Valerio Magrelli spingendoci oltre Antonella Anedda, Gabriele Frasca, Tommaso Ottonieri e moltissimi altri per incontrare due autori nati negli anni ’70 capaci di dimostrare che questa non-forma, questo ibrido potenziale, questo “grado zero della metrica” è tutt’ora vivo e vegeto nonché praticato.

Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti (Lavieri, 2009) è una raccolta di prose binarie non progressive: i blocchi di testo disposti a due a due sulla pagina, in coppie apparentemente slegate tra loro, sembrano seguire una numerazione casuale e contribuiscono anche visivamente a creare nel lettore uno spaesamento iniziale. Nelle “regioni periferiche del benessere” di una città senza centro e senza identità si muovono dei personaggi-nomi (hapax, bgmole, eve: solo il nickname sembra differenziarli) alle prese con un quotidiano continuamente declinato in un tempo imperfetto: si crea così una sorta di epica remota di eventi comuni; una scrittura che parla da un non meglio identificato “dopo”, un’epoca contemporanea vista attraverso uno specchio convesso che la rende lontanissima, quasi residuo memoriale d’un brandello di sopravvissuti a una catastrofe mai identificata, mai nominata. Come ne L’anno scorso a Mariembad i personaggi si muovono in una dimensione temporale ambigua, bloccata in un passato che potrebbe tranquillamente essere il nostro presente, ogni movimento ed ogni azione generano ripercussioni psicologiche riprese da un narratore onnisciente che inquadra un livello interno, più che basso. Bortolotti usa una costruzione sintattica complessa che spesso prende avvio da dati concreti per poi svilupparsi e riverberare, tramite analogia, nella coscienza dei protagonisti. Il risultato è un poema muto e corale sullo spaesamento, brani di realtà compressa sul punto di essere dimenticata che sopravvivono in dettagli, in abitudini, in gesti casuali la cui importanza sembra rivelarsi decisiva solo a posteriori.

Oltre ad essere scrittore in proprio, Bortolotti svolge anche l’attività di editor curando la collana Chapbooks dell’editore Arcipelago, collana in cui è uscito nuovo paesaggio italiano di Alessandro Broggi, altro libro in cui il non-metro sembra essere il punto di partenza per la ricerca e la messa in pratica di nuove forme su cui poi praticare un movimento di variazione o reiterazione.

Inezie, uno dei primi lavori di Broggi (Lietocolle 2002) fu, forse non a caso, prefato da Giampiero Neri. Ha fatto seguito il progetto Quaderni aperti nel Nono quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007): il lavoro di Broggi si distingue per un preciso intento neutrale; una cronaca paratattica di fatti, di appunti che sembrano presi e fissati sulla pagina in previsione di un ulteriore sviluppo a cui il lettore non ha accesso, un occhio esterno che in poche frasi registra l’essenza di un’esperienza o di un personaggio accostando oggetti tangibili e disparati. Nuovo paesaggio italiano si compone di 29 testi, ognuno intitolato “nuova situazione”, suggerendo l’ipotesi di una successione che in realtà viene continuamente elusa. Ogni testo, diviso mediamente in due o tre brevi paragrafi, è incentrato su un personaggio diverso. Spesso è il personaggio stesso a parlare, a nominarsi, a descriversi; altrove un occhio coinvolto ne introduce le vicende. Dalla malinconia alla mancata maternità, dal lutto all’insicurezza, dall’amore alla solitudine, la sintesi estrema di Broggi costruisce personaggi capaci di suggerire, tramite uno stretto giro di battute, tutto il peso della propria vicenda esistenziale. Si tratta di una tecnica raffinata e tagliente: eroi apparentemente banali in autoritratti minimalisti che pure esprimono tutta la complessità psicologica dei personaggi di un romanzo.

Scorrendo le bibliografie di Broggi e Bortolotti, possiamo constatare che gran parte del loro lavoro è stato sviluppato e pubblicato nell’area di contaminazione per eccellenza: la rete. A questo punto viene da domandarsi se il cosiddetto prose poem, praticato da questi come da altri autori contemporanei, possa essere considerato non solo come recupero di una forma/non-forma legata, come abbiamo visto, alla tradizione letteraria, ma anche come conseguenza di una modalità di scrittura digitale, una sorta di forma-post (dove quest’ultimo termine andrà interpretato nella duplice accezione di “ciò che viene dopo” e “testo pubblicato online”). Un post (almeno agli albori del fenomeno blog) deve rispondere in qualche modo a delle caratteristiche ben precise, prima fra tutte la brevità (onde non affaticare gli occhi del lettore/fruitore); un post si inserisce come una entry di matrice diaristica in un blog e quindi porta con sé, se non proprio l’intento, almeno l’impressione di una serialità potenziale; infine (mero dato pratico che potrebbe avere il suo peso in un’eventuale e più sistematica ricerca) il verso non si adatta facilmente al linguaggio html, necessita di continui inserimenti di a capo e non sempre le spaziature multiple sono inseribili (solo in tempi recenti le piattaforme sono diventate più intuitive e permettono la pubblicazione di testualità altre, diverse dalla entry in prosa).

Si tratta ovviamente di ipotesi tutte da verificare. E sappiamo che ne avremo presto l’occasione: presso Le Lettere di Firenze è appena uscito Prosa in prosa, libro che contiene, oltre a testi di Broggi e Bortolotti, anche quelli di Andrea Inglese, Marco Giovenale, Michele Zaffarano e Andrea Raos; le note di lettura sono di Antonio Loreto e l’Introduzione è curata proprio da Paolo Giovannetti.

Marco Simonelli

[apparso su nazioneindiana.com il 7 di. 2009]

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