Italo Testa
Muovendosi tra le polarità della descrizione e del racconto, Franco Buffoni ha da sempre praticato dall’interno della poesia l’ekphrasis, quella particolare tecnica, e figura retorica, attraverso cui un’arte rinvia internamente a un’altra, illuminandone dettagli altrimenti nascosti.
In Roma (Guanda, 2009) l’ekphrasis forniva i materiali da costruzione di moltissimi versi, con la descrizione di graffiti rupestri, tele, sculture, architetture, di un ricco campionario di oggetti di arti ‘minori’ (arazzi, vasellami, arte sacra e funeraria…), e quindi con quadri narrativi in cui prendevano corpo pittori del passato (tra gli altri Michelangelo, Pinturicchio, Leonardo e il Salaino, Giovanni Serodine e alcuni ‘minori’ del seicento lombardo).
Ma l’ekphrasis era anche il principio strutturale del libro, organizzando l’impianto delle dieci sezioni attraverso cui questa galleria romana prendeva forma. Fino a comporsi come un vero e proprio poema ecfrastico.
Non si trattava però di una questione meramente formale e di tecnica compositiva, ma di un principio di organizzazione dell’esperienza, perfettamente colto da questi versi: “Nei momenti in cui Roma ti vivo / Come una gran quadreria / Qui a veder nascere la critica d’arte / L’accademia, il museo”.
L’ekphrasis in Buffoni travalica dunque la polarità retorica della descrizione e del racconto. Essa non solo amplia la percezione estetica ma rifigura ed espande l’esperienza. Rivelando la trama temporale della città, l’esposizione ecfrastica dischiude un rapporto con il tempo vissuto (“come se i quadri sfumassero nella realtà, e la realtà nei quadri”, scrive l’autore nelle note al testo). Continue reading »
