Marco Berisso
L’8 marzo 2012 ci ha lasciato (dopo Edoardo Sanguineti, Giuliano Mesa e Andrea Zanzotto) anche Elio Pagliarani. Quale possa essere stata la lezione che ci ha dato con la sua poesia, quella scritta e quella che mirabilmente eseguiva nelle letture, non sta a me dirlo, visto che troppo gli devo per essere obbiettivo (senza dimenticare mai il nono epigramma ferrarese: «Venne una voce dal cielo che disse “Nec ego pater nec vos filii”»). Vorrei recuperare qui un breve saggio scritto per la sua Ballata di Rudi ormai più di dieci anni fa. Queste pagine facevano in origine parte di un libro dedicato alla presenza dell’elemento corporeo nella produzione letteraria della seconda metà degli anni Novanta: da qui il taglio assolutamente ridotto e parziale con cui parlo di quel poemetto. Ma l’illusione che, in qualche modo, quella che lì prospettavo potesse essere una pista, certo non l’unica ma non una secondaria, tra quelle che la vicenda di Rudi apriva nella nostra storia mi sembra giustifichi il recupero anche aldilà dell’omaggio. Date le premesse, e come logico, non ho operato alcun aggiornamento bibliografico. Lo stesso andrà però ricordata l’edizione integrale dei versi di Pagliarani curata egregiamente da Andrea Cortellessa (Tutte le poesie (1946-2005), Milano, Garzanti, 2006: lì la Ballata di Rudi appare alle pp. 257-336 in una edizione corretta di alcuni refusi presenti nella princeps), a cui si può ricorrere per la bibliografia, anche quella puntuale sul poemetto. Per aiutare il lettore, integro il rinvio alle pagine originarie dell’edizione Marsilio con quello alle pagine della garzantiana (tra parentesi quadre, preceduto da TP)
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Nel 1995, dopo trent’anni di elaborazione, Elio Pagliarani ha pubblicato finalmente La ballata di Rudi (1). Proprio la penultima sezione di questo nuovo poemetto (che però è in qualche modo la sua vera e propria conclusione) è intitolata Rap dell’anoressia o bulimia che sia. Riporto qui integralmente il testo:
Non bastava la droga, adesso c’è anche questa anoressia, o bulimia che sia
No, non è la stessa cosa? anzi è l’opposto?, uno s’ammazza e l’altro s’ingrassa
Anoressia non significa non aver fame ma dire di non aver fame
avendone moltissima sotto pancia, e brividi d’orgoglio per non essere
come gli altri, ma come i nibelunghi anzi le nibelunghe perché colpisce [specialmente
le ragazze e quanti hanno imparato con diligenza dai crapuloni dell’antica [Roma
l’arte di vomitare per distruggersi: qui è come la droga, quelli ricchi
con spese e fatica più spesso se la cavano, quelli poveri finiscono tutti male.
(Fra parentesi?: all’inizio di questo rendiconto se c’era una ragazza
stramba, senza ragione apparente, si trattava di reduci quasi sempre da campi
di concentramento, da quali campi sono reduci ora?)(2).
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