Gherardo Bortolotti
Una delle questioni che più urgentemente pone il lavoro di Michele Zaffarano è certo quella della disgiunzione tra il senso del testo e l’intenzione dell’autore. La sua scrittura, infatti, si muove in uno spazio precedente alla “volontà di dire” che si considera spesso, per annosa tradizione o per semplice pregiudizio, alla base della scrittura poetica (se non della scrittura tout court). Così facendo, Zaffarano offre la possibilità di un modello diversamente organizzato di letteratura, di testo, di lettura, e permette l’esperienza di quella che potremmo definire una meraviglia radicale, strettamente legata alla dimensione quasi pulsionale, originaria del significato (delle cose, delle parole).
Si è soliti pensare alla scrittura come alla sede di esplicazione di una volontà di dire che si origina, più o meno profondamente, nella persona dell’autore. Più specificatamente, si considera la scrittura letteraria o poetica come un luogo dedicato a quella volontà, una delle sedi in cui quella pretesa di formulazione di senso, di produzione di significato, quella propensione al pronunciarsi trova una compiuta implementazione. All’origine di questa volontà, come suo motore primo, si individuano in genere due spinte, sotto diversi aspetti complementari e simmetriche: da una parte, il tentativo di spiegare il mondo, di dare conto di una figura che attraversa le cose, le relazioni e gli eventi di cui l’autore si sente testimone e verso cui sente la responsabilità o il desiderio di una rappresentazione; dall’altra, lo sforzo di spiegare se stessi, di verbalizzare i moti che costituiscono la propria esperienza del mondo, la propria esperienza del suo senso, e che si incanalano verso un’espressione. Comunque sia, le due spinte danno luogo alla volontà di dire le cose per come sono o per come le si sente e questa volontà genera il testo e il suo significato come incarnazione dell’intenzione dell’autore. La stessa esperienza della lettura è condotta, nella maggior parte dei casi, in misura di questa volontà di dire, presupponendo una relazione diretta, se non proprio una coincidenza, tra ciò che è scritto e ciò che “vuole dire” l’autore, una relazione sancita dall’architettura retorica, dal ritmo delle frasi, dalla scansione delle figure. A partire dal senso di ciò che è scritto, si riconduce così l’attività di decodifica, il lavoro ed il piacere semiotico della lettura, alla riproduzione, o addirittura alla riscoperta, dell’intenzione dell’autore, del suo “messaggio”. Continue reading »