Brunella Antomarini
Ogni tanto io chiedo a un poeta o scrittore se vuole rispondere a cinque domande sulla scrittura, attenendosi a cinque ostruzioni [...]
Quando ci sarà abbastanza materiale, sulle ostruzioni si potrà aprire una discussione online.
Eccole:
- Non si possono usare nomi propri, né sostantivi che non siano numerabili, né aggettivi qualificativi in posizione non predicativa, né avverbi in posizione di rafforzamento retorico, né categorie concettuali letterarie o filosofiche.
- Non si possono usare sostantivi che finiscono con –ismo o aggettivi con -ista
- Non si devono usare verbi alla prima persona singolare, né prima persona plurale.
- Non si può parlare di quello che dicono altri della propria scrittura.
- Non si può contestualizzare storicamente il proprio lavoro.
Date queste condizioni preliminari, si può rispondere a queste domande sul proprio lavoro, o su un testo in particolare (risposte da sette righe ciascuna, 450-600 caratteri):
- Che cosa ti fa pensare che un tuo testo sia ‘finito’, e che non devi più lavorarci?
- Perché lo chiami poetico?
- Quale peso ha la presenza di altri scrittori nel suo farsi?
- Quali problemi formali risolve un tuo testo rispetto ad altri testi (tuoi o di altri)?
- Che cosa resta non comprensibile nella tua scrittura?
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GIULIO MARZAIOLI
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Un testo è finito quando non ricomincia più.
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Non si può chiamare un testo, al limite si può richiamare.
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Più forte sarà il testo più capacità avrà di sopportare il peso di autori di peso.
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C’è un ingorgo nei pressi della soluzione, ma si spera di raggiungere presto il problema.
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La cosa più incomprensibile della scrittura è che ancora ci sia qualcuno disposto a praticarla.
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