fabio_teti

May 232013
 

Yves Citton

Che cosa si impara studiando letteratura? A farsi gioco di un’egemonia eludendone le trappole.
Ottenere un dottorato in lettere richiede l’acquisizione di una competenza ben precisa in grado di problematizzare una qualsiasi costruzione di senso attraverso l’utilizzazione di un certo numero di procedure ermeneutiche. Questa competenza consiste innanzitutto nella capacità di padroneggiare una serie di giochi: il gioco degli esami, della redazione e della discussione di una tesi di laurea o di dottorato, il gioco dei concorsi, della proposta di articoli scientifici, dei colloqui e delle job interviews – tutte pratiche fortemente ritualizzate che necessitano di una ginnastica mentale e dell’utilizzo di codici linguistici ben precisi. Al di là della capacità di gestire al meglio questi rituali accademici, la competenza letteraria consiste poi nel saper far giocare la parola di un testo per ricavarne interpretazioni di un certo interesse – interpretazioni che possono derivare da una vasta gamma di metodologie e di schieramenti epistemologici a volte del tutto incompatibili tra loro.

La sperimentazione letteraria come gioco di trasduzione incontrollata

Che cosa realmente “si ottiene” con un dottorato in lettere? In che cosa consiste questo “gioco con la parola” che fa la specificità della competenza letteraria?[1] La gestione delle procedure di costruzione di senso comporta una forte dimensione tecnica, e merita per questo di rientrare a pieno titolo nella categoria dei saperi (ai confini con la lessicologia, l’etimologia, la grammatica, la retorica, la pragmatica e la semiologia). Se possiamo distinguere un critico da un linguista, lo dobbiamo tuttavia al fatto che chi si occupa di letteratura instaura con il proprio testo non tanto un rapporto di sapere quanto di sperimentazione. E pur non essendo affatto incompatibile con il sapere (dal momento che costituisce un momento preciso della ricerca “scientifica”), la sperimentazione interpretativa praticata dal critico partecipa di un gioco di trasduzione incontrollata in grado di far esplodere il quadro rassicurante nel quale si trova a svilupparsi ogni sapere di ordine scientifico o tecnico. Continue reading »

May 202013
 

trad. it. di Isabella Mattazzi, :duepunti edizioni, Palermo 2010 (pp. 195-206)

Isabella Mattazzi

Nel presentare per la prima volta in Italia un autore come Yves Citton, potrebbe risultare di una certa praticità inserirlo tra i numi tutelari di quel nuovo genere saggistico che è, di fatto, il “trattato in difesa degli studî letterari”. Nell’ultimo decennio, la moltiplicazione esponenziale di testi in difesa dello studio e dell’insegnamento della letteratura ha dato vita a un vero e proprio “fronte comune”, una sorta di barricata teorica trans-nazionale contro i continui attacchi politici, i tagli alla ricerca, o semplicemente il disperante stato di perdita dell’aura in cui versano oggi, con ogni evidenza, le discipline umanistiche. Da Tzvetan Todorov, Antoine Compagnon, Vincent Jouve, Jean-Marie Schaeffer in ambito francese, a David McCallam o Martha Nussbaum negli Stati Uniti[1], in molti sembrano aver sentito il bisogno di affondare la lama del proprio discorso all’interno del corpo variamente articolato delle Humanities cercando da una parte di salvare il malato dai continui attacchi esterni di un mondo per lui evidentemente tossico e, dall’altra, di ricompattarne le membra in una ridefinizione, il più attuale e funzionale possibile, delle sue precise peculiarità. Che diversi segnali di pericolo per gli studî letterari stiano suonando da tempo, del resto, è del tutto vero (se si tratti poi di semplici campanelli d’allarme o di vere e proprie campane a morto, saranno le prossime generazioni a dirlo), e non soltanto da un punto di vista strettamente politico o economico, ma anche – cosa forse ancora più preoccupante – all’interno di un radicale mutamento dell’orizzonte sociale e antropologico contemporaneo. Anche limitandosi al preciso ambito culturale che fa da sfondo ai testi di Citton, basta dare un veloce sguardo alla recente ridefinizione degli assetti universitari francesi – travestita da operazione di modernizzazione e snellimento della macchina accademica – per farsi un’idea del concreto stato di svantaggio in cui versano oggi gli organi deputati a trasmettere e salvaguardare il sapere letterario. Ma non si tratta solo di questo. Al di là della situazione politica oggettivamente difficile, il malato sembra soffrire con ogni evidenza anche di un male interno. Di fronte all’urgenza di dimostrare l’“utilità” del proprio lavoro a un mondo economico il cui unico criterio di valore sembra essere quello di una “possibilità di quantificazione” in termini di profitto e di vendita, le discipline umanistiche hanno subito, negli ultimi tre decenni, una forte messa in crisi e una radicale trasformazione dei valori e delle pratiche stesse su cui fondare il proprio statuto identitario. Dinanzi a un evidente livellamento della doxa politica e istituzionale sul lessico utilitaristico di un capitalismo industriale applicato alla gestione della ricerca, hanno dovuto crearsi un nuovo “spazio di credibilità”, mutando letteralmente di volto, barricandosi dietro una specializzazione esasperata, riducendo il proprio sapere a un insieme di dati circoscritti, brevettabili, immediatamente spendibili, e sottoponendosi a una continua rendicontazione dei propri risultati secondo sistemi di valutazione presi di peso e direttamente importati dalle cosiddette “scienze dure”. Continue reading »

Apr 292013
 

Recensione a Brunella Antomarini, Pensare con l’errore. Il bersaglio mobile della conosceza, Codice Edizioni, Torino 2007

Giulio Marzaioli

Il postulato da cui prende spunto la riflessione di Brunella Antomarini sembra essere l’incertezza. In Pensare con l’errore, edito da Codice Edizioni, l’autrice potrebbe infatti apparire come ulteriore paladina di un pensiero debole. Tuttavia, proprio la concezione di “postulato” sfugge al pensiero esplorato dalla Antomarini, così da rendere l’incertezza, ovvero la consapevolezza di quanto possa mutare ogni certezza, metodo e non verità.

Accostandosi alle intuizioni di questo libro viene da pensare alla balistica, disciplina che studia il moto di un proiettile, corpo inerte sottoposto alla forza di gravità e all’attrito viscoso. Per “tarare” la mira e considerare la giusta traiettoria, vengono effettuati lanci di gittata maggiore e minore rispetto al bersaglio conosciuto. Brunella Antomarini insinua il dubbio che, anche a minore o maggiore distanza rispetto al bersaglio possano trovarsi risposte, soprattutto nel caso in cui, mutuando un titolo cinematografico, ci si trovi in presenza di un bersaglio mobile, ovvero la percezione del reale. In altri termini, la conoscenza. Continue reading »

Apr 222013
 

Andrea Inglese

Parrebbe che nella ricezione della poesia straniera gli automatismi intellettuali, le limitatezze di corporazione, le miopie critico-teoriche si palesino ingigantite e facciano “sintomo”. Per questo vale la pena decifrare questo particolare sintomo: l’assenza o l’estrema scarsità di Francis Ponge, nell’editoria italiana. Sì, perché è ben strano che un autore morto alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, la cui intera opera è stata raccolta in due volumi nella Pléiade, tra 1999 e 2002, non conosca ad oggi un’ampia traduzione nella nostra lingua. Quando appare, la traduzione di un poeta ha come premessa il variegato interesse che la sua opera ha suscitato presso altri poeti, specialisti della letteratura in questione, critici militanti. Per conseguenza, la mancata traduzione indica un vasto fronte di disinteresse. Ed è senza dubbio il destino di Ponge, in Italia.

Henri Michaux, ad esempio, belga naturalizzato francese, anche lui nato come Ponge nel 1899, comincerà ad essere tradotto nel corso degli anni Sessanta, e grosso modo conoscerà un’attenzione costante, dimostrata anche recentemente dalla casa editrice Quodlibet che ha proposto la traduzione di diversi libri ancora inediti in Italia. Nel caso di Ponge, bisogna attendere una prima traduzione in volume nel 1971. Ironia della sorte, ne è responsabile uno dei capofila dell’ermetismo fiorentino, Piero Bigongiari, che dimostra, da buon conoscitore della letteratura d’oltralpe, di apprezzare un’opera ormai imprescindibile nel panorama della poesia francese, nonostante sia molto lontana dalla sua sensibilità di autore. La traduzione successiva, a firma di Jacqueline Risset, appare solamente otto anni dopo. E mentre in Francia, a partire dagli anni Ottanta, l’interesse anche accademico per l’opera di Ponge cresce in maniera costante, producendo un numero sempre maggiore di studi critici, convegni e monografie, in Italia non accade più nulla di significativo, se si eccettua l’uscita di due volumetti tradotti dallo scrittore Daniele Gorret per la piccola casa editrice l’Obliquo: Testo sull’elettricità (1997) e Il sole in abisso (2003). Continue reading »

Apr 192013
 

Andrea Inglese

[trad. it.  Politica della letteratura, Sellerio, Palermo 2010]

Politique de la littérature di Jacques Rancière è un libro di teoria e critica letteraria fondamentale. Lo è certo per la ricchezza e la novità dell’articolazione concettuale, ma anche per gli effetti benefici che la sua riflessione potrebbe avere sui nostri studi letterari e il nostro dibattito critico. Come il titolo esplicita, il libro non verte sui rapporti tra letteratura e politica, ma su quelli tra una politica propria ad una certa arte dello scrivere (la “letteratura”) e la politica generalmente intesa, come pratica oratoria volta a ridefinire nell’arena pubblica lo statuto dei soggetti e la natura del loro mondo.

La riflessione di Rancière ha un carattere “telescopico”, ossia pensa la modernità letteraria nell’ottica della lunga durata. Ciò significa relativizzare il paradigma modernista (dal formalismo russo allo strutturalismo francese), per pensare diversamente quella pratica che da circa un paio di secoli definiamo “letteratura”. Quest’ultima indica un nuovo tipo di rapporto tra significati e cose, tra parole e corpi, che si oppone all’ordine classico e al suo edificio tradizionale di generi. Si tratta poi di un tipo di rapporto intimamente legato alle forme di vita del regime democratico, che va affermandosi sulle rovine dell’ancien régime. Continue reading »

Apr 162013
 

Marco Giovenale

Quello che è stato sempre in evidenza (e ha rappresentato e rappresenta la ricchezza) del particolare timbro di voce della scrittura di Andrea Raos, trova una conferma addirittura paradigmatica nel compatto, breve testo i cani dello Chott el-Jerid, ospitato dalla collana ChapBook diretta da M. Zaffarano e G. Bortolotti per l’editore Arcipelago. In cosa consiste la natura esemplare del libro? Nel portare a un estremo di incandescenza tutte le punte solo apparentemente divergenti dell’arco di stili che Raos ha presenti e impiega: lirica d’aspetto lineare, felicità aforistica, microracconto, scrittura della crudeltà (che registrava un picco verticale nel precedente Le api migratori, Oèdipus, 2007), espressionismo in nessun caso gratuito, elencazioni, gioco linguistico. Tutte linee, queste appena citate, a cui si aggiunge una netta presenza di (e forse fede nel) paradosso, e nella contraddizione.

Partiamo proprio da quest’ultima marca stilistica (singolarmente sottolineata in questo caso). Il libretto – composto di prose e poesie – prende avvio da un testo che, pur sintetico, agisce precisamente da vero e proprio accumulatore di contrasti, asserzioni in guerra fra loro (ma non con la lettura che è comunque possibile darne): “racchiudeva il dolore all’esterno”, “implodendo, schiuso in sé”, “accanto e ritornavi, accanto e stavi”. L’appressamento all’area desertica del Chott el-Jerid, in Tunisia, e il fissarvi sguardo tanto attento quanto indugiante e però mobile (come da telecamera, come nel video dedicato al medesimo luogo da Bill Viola nel 1979), sono atti e assenze di atti che ben si attagliano alla “linea del sale”, all’aridità del dolore, del male, del pane altrui, e all’attraversamento della mancanza, di un affetto scomparso, che il testo di Raos sembra avere nel centro, lacuna nodale, non detta in pieno e – proprio per paradosso – sempre in apice, esposta. La sofferenza – entità costante e costantemente paradossale nel suo motivare la percezione disintegrandola – trova proprio in un “paradossale sirratte” il correlativo e oggetto allegorico pressoché ideale. (Il sirratte è un uccello che ha il paradosso inscritto fin nel proprio nome scientifico: syrrhaptes paradoxus). Quella che si profila è la scultura o incisione in effetti indelimitabile di una solitudine, in buona sostanza. Così è il deserto, coi suoi margini imprecisi. Il deserto come cangiante elemento installativo chiama dunque le parole ad appropriarsi del suo proprio senso non in veste di simbolo, o codice e sintesi già dati, ma come struttura allegorica prensile, capace di molti vettori di significato. Continue reading »

Apr 052013
 

Guido Guglielmi

Ogni situazione chiusa chiede che si inventi una via d’uscita. Se è vero (trasponendo liberamente Benjamin) che il pessimismo sulle circostanze non autorizza il pessimismo sulla cosa. E poiché il discorso che qui si deve fare riguarda la possibilità della poesia, oggi, in una situazione post-novissima, non sembrerà del tutto sconveniente, da parte mia, richiamare l’archeologia del problema e riferirmi ad alcune riflessioni di Baudelaire. La regressione alle origini di un asse problematico dovrebbe essere giustificata, posto che esso continui a riguardarci. Nella sezione di apertura Méthode de critique del Salon del 1855, Baudelaire si chiede che cosa un Winckelmann moderno avrebbe avuto da dire di un prodotto cinese. Ogni sistema – secondo Baudelaire – per quanto «beau, vaste, spacieux, commode, propre et lisse surtout», sta indietro rispetto alla novità delle situazioni; per cui il miglior partito da prendere resta quello della modestia, della rinuncia ad ogni sistema, ad ogni «science enfantine et vieillotte, fille déplorable de l’utopie». Naturalmente, presentata così, una tale posizione deve parere insoddisfacente, nella misura in cui ogni discorso sottintende una costruzione, quindi una regola di formazione. Ma ci si potrebbe richiamare – lo ha fatto ripetutamente Anceschi – al Salon del 1846 (A quoi bon la critique?) dove si dice «la critique doit être partiale, passionnée, politique, c’est-à-dire faite à un point de vue exclusif, mais au point de vue qui ouvre le plus d’horizons». La critica, dunque, non come interpretazione, ma come disciplina di frontiera, attenzione portata ai luoghi di confine, disposta a quel nuovo che è poi la forza della poesia di Baudelaire. Continue reading »

Apr 022013
 

Gherardo Bortolotti

Una cosa che mi trovo spesso a dichiarare è che la letteratura, comunque, non è un problema di artigianato, di maestria tecnica o di stile. E, per come intendo io la letteratura, questa è un’affermazione ovvia.

La metafora artigiana, tuttavia, è un modo di interpretare la letteratura ancora molto forte. Le ragioni sono varie. Da una parte, per esempio, c’è il fatto che una rappresentazione di questo tipo sottolinea l’investimento in sapere tecnico che la letteratura, per come la conosciamo, ha comportato e che ne ha giustificato, in vari termini, la specificità ed i meccanismi di selezione e di attribuzione di ruolo a cui, come sapere appunto, ha dato luogo. Da un’altra parte ancora, nella pratica quotidiana, non si può non riconoscere che lo scrivere letterario prevede tutta una serie di operazioni “manuali”, di limatura, scelta, messa in opera etc. che vengono convenientemente rispecchiate nell’immagine artigiana. La metafora artigiana, per di più, trova una forza ulteriore nella riduzione del testo a prodotto, che a sua volta implica. Una riduzione che privilegia la parte “visibile” del testo (escludendo, per esempio, la sua continua rigenerazione in seno alla lettura – per non parlare della sua eventuale natura meramente orale) e che contribuisce a collocare la letteratura nello schema più generale di produzione/consumo in cui praticamente ogni nostra esperienza, ai tempi del capitalismo, viene inquadrata. Continue reading »

Mar 302013
 

Paolo Zublena

C’è la rappresentazione dell’infra-ordinario al centro di Tecniche di basso livello (Lavieri, Caserta 2009) di Gherardo Bortolotti, senza dubbio uno degli oggetti letterari – tra quelli dell’ultimo decennio – destinati a suscitare un interesse più duraturo per novità sostanziale e capacità di mettere in figure il proprio tempo. Ma non si pensi di trovare in questa raccolta di brevi prose numerate in modo non progressivo – impaginate a coppie binarie – un’antropologia o una fenomenologia dell’infra-ordinario, e nemmeno un’ontologia del quotidiano: semmai una politica del sensibile.

Di una condizione politica generazionale si parla anche al livello tematico più esteriore. Ma questa rassegna dell’evenemenziale non è rappresentata – come è avvenuto in tanta letteratura recente – come una fenomenologia dell’esperienza sensibile, e prima di tutto della corporalità: bensì viene descritta nei termini di una ratio che è già ideologica: «197. Ci riunivamo di frequente attorno ai concetti di “sabato sera”, di “locale alla moda”, e ci spiegavamo gli eventi della vita sulla base di tradizioni narrative di genere, ereditate dalla programmazione televisiva, dai dipendenti delle agenzie pubblicitarie. Davamo ascolto a chi amavamo, cercavamo di capire l’altro lato delle cose, ci inoltravamo sempre più a fondo in un esterno che non aveva fine, che non potevamo consumare né con lo sguardo né con le parole» (p. 28). A essere rappresentata è appunto una politica della percezione e dell’interpretazione del reale, quindi della costruzione del discorso ideologico: «73. Mentre, al di sopra delle nostre interpretazioni incongruenti, alcune questioni economiche di larga scala rimanevano ignote alle masse, uscivamo in serate infrasettimanali, trovandoci tra amici a fare qualche punto della situazione, a collaborare nella stesura di una qualche morale. Era usuale che le nostre conversazioni si perdessero in regioni di frasi generiche, schemi ipotetici, espressioni approssimative dello stato delle cose e ripiegassero, dopo una breve pausa, verso ricordi condivisi, citazioni televisive, giudizi di gusto sulle ultime proposte dell’industria musicale e cinematografica» (p. 29). Continue reading »

Mar 242013
 

Guido Guglielmi

Se c’è un poeta che ha trovato subito la sua direzione, questo è Adriano Spatola. La sua carriera comincia nel ‘61 con Le pietre e gli dei, un libro molto giovanile, ma già orientato nelle sue scelte di poetica. Del ‘65 è l’Ebreo negro, e sarà il libro di un poeta nel pieno possesso dei propri mezzi. Dell’anno precedente è L’oblò, un divertimento romanzesco di gusto surreale. Seguiranno nel ‘71 Majakovskiiiiiiiij, nel ‘75 Diversi accorgimenti (con una presentazione di Luciano Anceschi), e nell’83 La piegatura del foglio.
L’elenco è naturalmente tutt’altro che completo. Ho indicato alcuni libri significativi. E ho trascurato, fra l’altro, tutto l’aspetto extraverbale – o non semplicemente verbale – dell’attività di Spatola, della quale anche ci si dovrà occupare. Ma basti per ora ricordare il suo studio Verso la poesia totale che è del ‘69 e che, oltre a segnare una data nella riflessione sulla poesia visiva e ad avere un preciso valore di anticipazione in Italia, si presenta come il documento di un progetto di poesia. Vorrei appunto cominciare con l’idea di Spatola di poesia totale, cioè di una poesia che attraversa tutti i linguaggi, nei modi di un vivacissimo sperimentalismo visivo, al limite del linguaggio figurativo, e fonetico, al limite del linguaggio musicale. A Spatola non interessa chiudersi dentro la specificità di un’istituzione: interessa invece compiere esperimenti. Ed è questo carattere di poeta avventuroso, curioso di possibilità, sempre ai confini del proprio linguaggio, che conviene sottolineare. Spatola è un poeta in metamorfosi, un poeta dei contrari. Continue reading »

Feb 242013
 

Cecilia Bello Minciacchi

«Cuci un pezzo di stoffa, cuci un brano di lettera, cuci un’iniziale: in quel mezzo-punto non entra il vento». Queste esortazioni si leggevano nel penultimo libro di Antonella Anedda, La vita dei dettagli (2009), nella toccante e concreta elaborazione di un lutto compiuta per via artistica e letteraria: un collage accompagnato dagli atti necessari a realizzarlo. La singolare sezione cui quel gesto, quel “cucire” apparteneva, Collezionare perdite, scopriva subito e nel vivo, nell’intimo della sua pietas, tanto l’indole di una collezionista – d’isolati dettagli di vita e di opere d’arte, ma soprattutto di perdite –, quanto la sua attenzione al «vento» che «scardina», alle «tracce» inseguite nelle fibre («impronta, stoffa, calligrafia»), al «buio» terminale. Quel libro, del resto, era «una storia di fantasmi». Ora, all’atto di cucire, che per Antonella Anedda ha importanza tangibile, quasi da esorcismo, è intitolata la sezione centrale del suo nuovo libro di poesia, Salva con nome (Mondadori, pp. 119, € 16,00). Di quella sezione è nume tutelare Louise Bourgeois, convocata in un’epigrafe perfetta tanto è compiuta e correlativa: «Quand’ero piccola, tutte le donne di casa maneggiavano aghi. Mi hanno sempre affascinato gli aghi, hanno un potere magico. L’ago serve a ricucire gli strappi. È una richiesta di perdono. Non è mai aggressivo, non è uno spillo». Continue reading »

Feb 212013
 

di Davide Racca

“Conosco soltanto la terra promessa, mi dici / – è adesso, è fatta di parti perdute, è fatta di parti / in cui la vita che non vive è vinta.” Così dice “la poesia di uno che scorda / di uno che ricorda strano”, quella di Cristina Alziati in Come non piangenti (ed. Marcos Y Marcos, 2011, pp. 103, euro 14,50). Qui, in questo libro, la storia è ora una miracolosa epifania di natura, una cosa innocente, pulita, un odore d’infanzia; ora, prende le sembianze di quel mostruoso essere nichilista dalla “s” maiuscola e dal distruttivo fiato al fosforo; ora è una tragedia individuale. Ma, scrive l’Alziati: “Non ti confondi, una è la storia / che ci crepa. E dentro quella, dentro / ciascuna ora del mondo senti / gemere il tempo del tempo che resta.” L’incombere di un evento più grande travolge improvvisamente una piccola vicenda quotidiana, piegandola; ma, allo stesso tempo, ne accresce l’intensità dell’io, facendone punto radiante di coscienza e senso, umile sonda di parola che dice di sé: “dentro il sedimentarsi delle piccole / cose, e delle grandi, sono / l’anima ingombra del loro farsi mute.” Ed è qui, in questo ammutolire delle cose, che si colloca “Sofia”, un nome di persona, la piccola figlia del poeta, il senso ingenuo e tenero della vicinanza, o il nome della conoscenza che arriva rivoluzionaria, come un verso di Ernesto Cardenal, nei momenti più bui, incidendo sulla fronte un profondo “mierda a la muerte”. Continue reading »

Feb 122013
 

Andrea Inglese

[il testo, già apparso su "Nazione indiana", è la postfazione a Vincenzo Ostuni, Faldone zero-venti, Edizioni Ponte Sisto, Roma 2012 (N.d.R.)]

Vincenzo Ostuni si nutre di varie e ben assimilate eredità del nostro Novecento. In questo, come in altri casi, risulta quindi poco utile un inventario, redatto con lente filologica, delle varie influenze in gioco nella sua scrittura. Mi sembra, però, che dei maestri di cui si trova traccia nel suo Faldone, uno almeno meriti una particolare menzione. Alludo a Edoardo Sanguineti, di cui il Faldone sembra aver elaborato alcuni tratti della potente macchina versificatoria. Dico subito che il riferimento all’opera di Sanguineti ha, comunque, un valore fondamentalmente contrastivo, permette cioè di misurare tutta la peculiarità dell’opera di Ostuni. Se da un lato, infatti, Ostuni mostra di aver acquisito pienamente la lezione di Sanguineti, piegandola alle proprie e più diverse esigenze espressive, dall’altro mostra di perseguire i suoi obiettivi con un oltranzismo che rivela possibilità non ancora esplorate in quel tipo di esperienza novecentesca. Continue reading »

Feb 092013
 

Cecilia Bello Minciacchi

In Postkarten, nel pieno degli anni Settanta, Sanguineti inseriva una ricetta «per preparare una poesia». La ricetta, la “cartolina” 49, è famosissima: «per preparare una poesia, si prende “un piccolo fatto vero” (possibilmente / fresco di giornata): c’è una ricetta simile in Stendhal, lo so, ma infine / ha un suo sapore assai diverso [...] / conviene curare / spazio e tempo: una data precisa, un luogo scrupolosamente definito, sono gli ingredienti più desiderabili, nel caso (item per i personaggi, da designarsi rispettando l’anagrafe: /da identificarsi mediante tratti obiettivamente riconoscibili)». Con la consueta ironia, che era il suo modo di trattare il tragico, Sanguineti puntava ad ottenere «una pietanza gustosamente commestibile, una specialità / verificabile», passando per uno stile Gramsci (quello dei Quaderni e delle Lettere) reso piccante con qualche spezia della cucina di Marx, e intendendo «verificabile» nel senso che la parola può avere nell’Arbeitsjournal di Brecht. Nei nostri anni Duemila, Alessandra Carnaroli, che non possiamo riferire al magistero di Sanguineti, per scrivere una poesia prende, anche lei, «un piccolo fatto vero», ma il risultato non è per niente «gustosamente commestibile». Al limite è – sinistramente, dolorosamente – «verificabile». I testi del suo Femminimondo sono durissimi, indigesti sempre, difficilmente fronteggiabili nell’orrore che dicono e nel tono, nell’andamento ritmico e nelle armoniche delle singole voci che quel dolore incarnano. Continue reading »